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Spazi pubblici in vendita: quando anche la città diventa merce

Nel libro “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo”, l’urbanista e docente al Politecnico di Milano Elena Granata analizza la crisi dello spazio pubblico trasformato da bene comune a luogo di consumo. Esplorando il passaggio dal welfare urbano alle logiche di mercato, ci mostra però anche gli esempi di amministrazioni che rimettono al centro i bisogni dei cittadini.

Tempo di lettura: 4 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

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Foto di Kelly Sikkema

I giardini, le piazze e le panchine, le biblioteche e i trasporti pubblici, le case popolari e le scuole di quartiere. Per più di un secolo le città sono state ridisegnate seguendo l’idea che lo Stato potesse diventare “l’architetto della società”, costruire quel “welfare urbano” per garantire al cittadino bellezza, luoghi di comunità, mezzi per spostarsi, e soprattutto dignità, indipendentemente dal reddito e dalla posizione sociale.

E invece. Eccole le nostre città, con le panchine che vanno sparendo, i centri commerciali che hanno sostituito l’agorà, i parchi occupati da food truck, fiere e manifestazioni gastronomiche. Nulla è più gratis, anche la passeggiata diventa shopping obbligato. Aprite gli occhi, sembra dire Elena Granata, urbanista e docente al Politecnico di Milano, nel suo “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo” uscito a fine marzo per Einaudi.

Da peso economico a strumento di profitto

Il saggio dell’urbanista apre una riflessione urgente sulla funzione degli spazi pubblici e sulla trasformazione che li ha portati a diventare da luogo di condivisione a strumento di profitto. E ci ricorda che lo spazio è politica, i luoghi che abitiamo non sono mai neutri, e anche da lì dipende la qualità della nostra esistenza.

Di qui la domanda: che qualità della vita abbiamo, se tutto è diventato merce? Se per godersi Piazza di Spagna devi sederti al bar, se non ci sono più bagni pubblici e sale per l’attesa in stazione, se nemmeno i circoli e muretti di periferia resistono? E come siamo arrivati fin qui? Il punto, scrive l’urbanista, è che i beni pubblici, nati per sottrarre la bellezza al privilegio di pochi, sono via via diventati un peso per i bilanci sempre più in difficoltà della pubblica amministrazione. E sono arrivati i privati, con i progetti di riqualificazione e i partenariati con il pubblico, che via via hanno dato alle città nuove fisionomie, e nuovi obiettivi: non più case dei cittadini, ma macchine per attrarre turisti, capitali, eventi, come se il valore di un luogo dipendesse dai volumi che attrae, e non da ciò che offre a chi già c’è.

«Avere a disposizione uno spazio gratuito fuori casa dove ritirarsi o incontrare gli amici è uno dei lussi piú rari tra i giovanissimi. Ricordo ancora con grande riconoscenza quel prete di una parrocchia vicino a casa che diede al mio primogenito e a un paio di suoi amici le chiavi di una piccola aula dell’oratorio dove andare a studiare nei mesi piú duri della pandemia». Elena Granata, “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo”, Einaudi.

Cambiare paradigma

L’alternativa, però, esiste, e non abita solo le città del Nord Europa. Sono singoli esempi, che possono tra gli altri indicare la via da seguire per modificare il paradigma e rimettere al centro l’accesso e la fruizione libera, dove è possibile vivere la comunità senza obbligo di acquisto. Le biblioteche moderne, spazi dove stare, e non solo toccare e fuggire; il quartiere Coriandoline di Correggio, dove le case e i servizi sono stati progettati a misura di bambino.

Le ascensori e le funicolari di Genova, che il Comune ha reso gratuiti per i residenti delle zone collinari. Le tessere gratuite per spostarsi sui mezzi pubblici, che la Regione  Emilia-Romagna invia a casa agli studenti sotto i 14 anni. Ancora: iniziative come quella del Comune d Bari, “Un negozio non è solo un negozio” che finanzia attività commerciali a fondo perduto in cambio di servizi o eventi gratuiti per la comunità. E ci sono le “città a trenta all’ora” dove non si corre, o le “città spugna” che restituiscono la strada al gioco e alla socialità. Un’economia che si fonda sulla relazione e il benessere, e non sul profitto.

La formula è la stessa: spostare il focus dall’attrattività, e guardare all’accoglienza, riconquistare la città e, in definitiva, difendere quegli spazi dove ciò che ha davvero valore resta senza prezzo.

 

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