Chi paga al primo appuntamento? E cosa ci dice il momento in cui arriva il conto
Lasciar pagare, dividere, pagare sempre: quando arriva il conto a un appuntamento, ogni scelta manda un messaggio. Janene Lin pagava ogni cena, finché al terzo appuntamento con Aodhán ha proposto di aprire un conto cointestato. Una storia che parte dai banchetti della sua famiglia e arriva a una domanda semplice da fare a chi abbiamo di fronte: è arrivato il conto, tu come la vedi?
Tempo di lettura: 7 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
Quando il cameriere appoggiava il conto sul tavolo, Janene Lin ci sbatteva sopra la mano e lo afferrava «come se ne andasse della mia vita». A voce diceva qualcosa come «lascia, faccio io». Nella testa, invece, risuonava un’altra frase: «Se paga lui, lo ammazzo». Succedeva a cena, a bere qualcosa, al minigolf: a San Francisco, appuntamento dopo appuntamento, pagava lei. Finché, al terzo appuntamento con un ragazzo conosciuto su Bumble, ha proposto di aprire insieme un conto corrente cointestato.
Janene ha raccontato questa storia in un articolo per la rubrica Modern Love del New York Times, The Woman Who Always Paid for Dinner, e poi nel podcast omonimo, intervistata da Anna Martin. Una storia estrema, che parte però da una domanda comune: chi paga al primo appuntamento, e cosa fare quando arriva il conto.
Il borseggio al contrario
Per anni Janene ha pensato che quel riflesso fosse femminismo. Poi, a una cena di famiglia, ha sentito suo padre dire alla zia la stessa frase: «Se paghi tu, ti ammazzo». E ha capito da dove veniva. La sua è una famiglia cinese e operaia: la madre cameriera, il padre in fabbrica. Le cene per i compleanni dei nonni erano grandi banchetti, e quando alla fine arrivava il conto, la sala si fermava e partiva la gara a chi riusciva a pagarlo. Da bambina, per Janene era uno spettacolo: con i cugini scommetteva su chi avrebbe vinto.
Ha capito che c’era dell’altro soltanto la sera in cui a vincere fu una zia. I genitori le misero in mano delle banconote e le chiesero di strisciare sotto il tavolo per infilarle di nascosto nella tasca della zia: un borseggio al contrario. Sul momento, Janene pensò che fosse l’ennesimo stratagemma dei suoi genitori per non perdere. Tornando a casa, però, li sentì ragionare su come continuare a ripagare quella cena nelle settimane successive, con la spesa e con i vestiti per i figli della zia. Quando Janene chiese perché, le spiegarono che la zia aveva appena perso il lavoro: «L’abbiamo lasciata vincere per salvarle la faccia, per darle l’onore e il privilegio di pagare il conto. Ma sappiamo che non se lo può permettere».
L’economia del dono
Sotto la gara, ha capito Janene, c’era «una specie di sistema invisibile di pesi e contrappesi, di cui non si parla». Tutti si contendono il conto perché pagarlo è un onore. Ma nessuno tiene una contabilità precisa: chi riceve ricambia più avanti, in altre forme, e così il legame resta aperto. Quella sera la zia aveva conservato la dignità davanti a tutti, mentre la famiglia si occupava di lei in privato.
È la differenza tra dono e pagamento che ci aveva spiegato Edoardo Lozza, professore alla Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica. Il dono chiede sempre un controdono, ed è proprio questo scambio mai chiuso a tenere in vita la relazione. Con il denaro succede il contrario: «Quando paghiamo qualcuno, noi non gli dobbiamo più nulla e la relazione termina lì». Nella famiglia di Janene, il conto del ristorante funzionava come un dono.
Gli psicologi chiamano convinzioni come questa copioni finanziari, o money scripts: idee sul denaro che si formano da bambini, guardando gli adulti, e che da grandi guidano le nostre scelte senza che ce ne accorgiamo, come ha descritto uno studio di Brad Klontz e colleghi del 2011. Il copione di Janene si era formato a quei banchetti, in una famiglia dove i soldi erano pochi: «Il denaro era una parte enorme della nostra vita proprio perché ne avevamo poco». Da lì veniva l’idea che pagare per qualcuno significasse prendersene cura. Per questo, agli appuntamenti, afferrare il conto non era una scelta: «Era una compulsione, era istintivo».
Pagare, dividere, lasciar pagare
Janene le ha provate tutte. Lasciar pagare l’altro le sembrava innaturale, e apriva domande che non riusciva a zittire: «Se lo lascio pagare, gli devo qualcosa? Vuol dire che il mio amore è in vendita?». Dividere il conto le dava l’impressione opposta, quella di due persone che non si devono niente e forse non si rivedranno. «Quel momento condiviso a cena non valeva abbastanza da investirci un po’ di soldi, un po’ di noi stessi?».
Restava pagare, e pagava sempre, perché nessuno lottava con lei: più di mille dollari al mese in cene, ha calcolato. Ma non era la cifra a farle male: «Nessuno si fermava a chiedermi: per te va bene pagare? Te lo puoi permettere?». La psicologa Elena Carbone ci aveva spiegato che «il denaro speso può diventare un indicatore del valore che attribuiamo alla relazione e al tempo condiviso». Per Janene, prendere il conto voleva dire: ci tengo, sto investendo su di noi. Ma dall’altra parte nessuno leggeva quel messaggio.
La proposta al terzo appuntamento
Sui trent’anni, stanca, Janene costruisce la sua soluzione: un conto cointestato con la persona che frequenta, alimentato ogni mese da un versamento automatico in proporzione ai redditi. Così avrebbe continuato a lottare per il conto, sapendo però che dietro contribuivano entrambi. Per cominciare, 500 dollari al mese. Aveva messo in conto anche che lui prendesse i soldi e sparisse: perdere la sua parte, 250 dollari, le sembrava un prezzo accettabile per scoprire di aver incontrato la persona sbagliata.
Il ragazzo era Aodhán, irlandese, al primo anno nel settore tech. Al terzo appuntamento, quando arriva il conto, Janene gli racconta il rituale della sua famiglia, in cui contendersi il conto è un modo per prendersi cura degli altri, e gli spiega quanto quel momento conti per lei. Poi gli fa la proposta. Lui ride, pensa a uno scherzo. Quando capisce che è seria, incrocia le braccia e si appoggia allo schienale. Lei, in imbarazzo, paga la cena ed è convinta che non lo rivedrà. Qualche giorno dopo lui le scrive: «Vediamoci in una banca a San Francisco e apriamo questo conto». Lei sceglie una filiale a sei minuti a piedi da casa di lui, perché abbia meno strada per ripensarci. In banca Aodhán legge le condizioni del contratto pagina per pagina. Escono con due carte provvisorie e vanno a pranzo: paga lei, con la carta nuova.
L’altra metà della storia
Per anni Janene ha creduto che Aodhán avesse accettato perché la sua proposta era imbattibile. Finché un giorno glielo chiede. «Eri matta da legare», risponde lui. Aveva accettato perché era negli Stati Uniti da meno di un anno e doveva costruirsi una storia creditizia, il punteggio su cui lì si basano prestiti, affitti e carte di credito.
«Non è romantico come pensavo», commenta Anna Martin, e Janene le dà ragione. Ma quella risposta le ha fatto rileggere la loro storia. Quel conto rispondeva a due bisogni diversi. A lei serviva un modo per prendersi cura dell’altro come aveva visto fare in famiglia, senza sentirsi sfruttata. A lui serviva una base per costruirsi una vita in un paese nuovo. Aodhán non aveva capito il rituale del conto, e non aveva bisogno di capirlo: «Sapeva solo che era importante per me». Secondo Janene, è diventato lo schema di tutta la loro relazione: lui è irlandese, lei cinese, spesso non si capiscono, «ma quando diciamo cosa è importante per noi, lavoriamo entrambi per aiutarci a vicenda a ottenerlo».
Oggi stanno insieme da nove anni, hanno un figlio e più di un conto in comune, e di soldi parlano «come se fossimo i direttori finanziari della nostra famiglia».
Nominare il momento
Janene non consiglia a tutti di aprire un conto al terzo appuntamento. Consiglia di parlare di soldi presto, senza bisogno di dichiarare stipendi o bonus: raccontarsi che rapporto si ha con il denaro, cosa significa per noi e cosa ha significato nella famiglia da cui veniamo, «perché è da lì che l’abbiamo ereditato». Il primo passo è accorgersi di avere un copione. Carbone suggeriva di partire dai pensieri automatici e di riconoscerli «come esito di condizionamento culturale e non come verità assolute». Il «se paga lui, lo ammazzo» di Janene era uno di questi: un riflesso imparato sotto un tavolo da banchetto.
Ad Anna Martin, che quella sera ha un appuntamento, Janene suggerisce di nominare il momento: «Ok, è arrivato il conto. Tu come la vedi?». La risposta può essere dividere, alternarsi, pagare in proporzione o lasciar offrire chi ha invitato. L’importante è dirlo ad alta voce, in due.