Olimpiadi: chi paga, chi incassa e cosa resta davvero alle città
Le Olimpiadi non sono solo uno spettacolo sportivo, ma una grande operazione economica e politica. Tra cantieri, miliardi investiti e promesse di “legacy”, Milano Cortina 2026 diventa un test su come un Paese sceglie di spendere soldi pubblici.E su chi, alla fine, ne porta davvero il peso e ne raccoglie i benefici.
Tempo di lettura: 7 minuti
di Valentina Ciannamea
Giornalista esperta di mondi digitali con un background da sociologa
Quando si parla di Olimpiadi, la domanda è quasi sempre la stessa: convengono o no? Ma è una domanda troppo povera per raccontare quello che sono diventati i Giochi oggi. Le Olimpiadi non sono più soltanto un evento sportivo, sono una macchina economica globale e, insieme, un programma di trasformazione urbana locale. Muovono soldi, lavoro, infrastrutture, turismo e reputazione. Ma soprattutto redistribuiscono costi e benefici in modo tutt’altro che neutrale. Milano Cortina 2026, dal 6 al 22 febbraio, arriva dentro questo scenario come un esperimento interessante: non solo per quanto promette di portare, ma per come prova a cambiare il modo in cui misuriamo ciò che resta quando i riflettori si spengono.
Nel libro Colori Olimpici (Egea, 2025), Dino Ruta propone un cambio di sguardo molto chiaro: lo sport e, particolare, le Olimpiadi non vanno più lette come eventi, ma come piattaforme, cioè come ecosistemi che tengono insieme media, infrastrutture, finanza, territori, politiche pubbliche e cultura. Dietro ogni gara, scrive Ruta, c’è un sistema complesso di investimenti, lavoro, identità, trasformazioni urbane e sociali.
Le infrastrutture: il cuore economico delle Olimpiadi
Oggi il vero cuore economico dei Giochi non è la biglietteria, è il mercato globale dei diritti media e delle sponsorizzazioni internazionali. Il brand olimpico è uno dei più riconosciuti al mondo e genera flussi finanziari enormi che passano dal CIO, il Comitato Olimpico Internazionale. Il CIO è l’organismo che governa il movimento olimpico a livello mondiale e che redistribuisce gran parte dei ricavi alle federazioni sportive e ai comitati organizzatori. Ma, ed è un punto cruciale, questi soldi non pagano le città, non costruiscono ferrovie, non rifanno quartieri, non tengono in piedi gli impianti per i trent’anni successivi, quella parte resta quasi sempre sulle spalle degli Stati e dei territori.
Il “conto dell’evento”, cioè l’organizzazione dei Giochi in senso stretto, può anche tornare. È successo, per esempio, a Parigi 2024. Ma quel conto non include la vera partita: quella delle infrastrutture, delle opere pubbliche, della manutenzione futura, dei costi ambientali e sociali. È lì che le Olimpiadi diventano una questione politica, non sportiva.
I costi
Per Milano Cortina 2026 i numeri sono imponenti. Si attendono oltre 3.500 atlete e atleti da 93 Paesi, circa un milione di spettatori dal vivo e un pubblico globale di miliardi di persone. L’impatto mediatico sarà enorme e Milano, insieme alle località alpine, verrà proiettata al centro dell’attenzione mondiale. Ma il vero cambiamento passa dai cantieri.
Secondo un’inchiesta del Sole 24 Ore, gli investimenti infrastrutturali legati ai Giochi superano i 3,5 miliardi di euro, con un indotto stimato in 5,3 miliardi (stime delle Università Bocconi e Ca’ Foscari). Le imprese coinvolte sono circa 340 e i posti di lavoro, tra diretti e indiretti, vengono stimati in 36 mila. Gli interventi destinati a restare sul territorio sono quasi cento, tra impianti sportivi e infrastrutture di trasporto, distribuiti su un’area enorme che attraversa Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige. Ci sono esempi molto concreti: la pista da bob di Cortina, costata circa 125 milioni di euro; il Villaggio Olimpico di Milano a Scalo Romana, un investimento da 140 milioni che dopo i Giochi diventerà il più grande studentato convenzionato d’Italia, con 1.700 posti letto e canoni calmierati; gli interventi su ferrovie, energia e strade che valgono diversi miliardi e che dovrebbero restare come infrastruttura ordinaria del Paese.
Che cosa significa davvero “legacy” quando si parla di Olimpiadi
Qui entra in gioco una parola che negli ultimi anni è diventata centrale nel linguaggio olimpico: legacy. È una parola inglese che significa “eredità”, ma nel contesto dei grandi eventi indica una cosa molto precisa: che cosa resta davvero, in modo strutturale, dopo che l’evento è finito. Non i ricordi, non le medaglie, ma gli effetti duraturi sulle città, sui territori e sulle persone.
La storia recente delle Olimpiadi è piena di esempi negativi: stadi abbandonati, villaggi fantasma, debiti pubblici, quartieri che non hanno mai trovato una nuova vita. Lo stesso libro di Ruta lo dice senza giri di parole: un grande evento può cambiare in meglio la traiettoria di un Paese, ma può anche peggiorarla se non viene pensato in modo sostenibile e condiviso.
Per questo Milano Cortina dichiara di ispirarsi al modello sviluppato dal CIO insieme all’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (cioè l’organismo internazionale che studia e confronta le politiche pubbliche dei Paesi più industrializzati). Questo modello propone una cosa semplice e radicale insieme: non limitarsi a misurare i Giochi dopo, ma progettarli fin dall’inizio come strumenti di cambiamento. È il passaggio, come scrive Ruta, dallo “svolgere un evento” al “costruire un cambiamento”.
Post Olimpiadi
Con l’Università Bocconi è stato costruito un sistema di valutazione che prevede un rapporto prima dei Giochi e uno dopo, e che misura gli effetti non solo economici, ma anche sociali e ambientali. Le aree su cui si concentra questa valutazione sono cinque: infrastrutture, impianti sportivi, persone (cioè competenze, inclusione, partecipazione), reputazione del territorio e qualità della governance, cioè delle regole e dei processi con cui si prendono le decisioni pubbliche.
Tradotto in cose concrete, la promessa della legacy di Milano Cortina è questa: il Villaggio Olimpico non deve diventare un quartiere vuoto ma case per studenti; le arene non devono essere cattedrali nel deserto, ma spazi per concerti, sport, eventi; le ferrovie e i collegamenti devono servire le persone anche tra dieci e vent’anni; l’accessibilità deve diventare uno standard, non un’eccezione; le competenze organizzative e gestionali devono restare nel Paese come patrimonio professionale.
Quando le Olimpiadi cambiano una città
La storia recente delle Olimpiadi offre due esempi opposti che vengono spesso citati per spiegare cosa significa, concretamente, una “legacy” riuscita o fallita. Barcellona 1992 è considerata il caso virtuoso per eccellenza: i Giochi furono usati come leva per accelerare una trasformazione urbana che la città aspettava da decenni. Il fronte mare, prima occupato da aree industriali e infrastrutture ferroviarie, venne restituito ai cittadini, il Villaggio Olimpico divenne un quartiere vero, le reti di trasporto e gli spazi pubblici furono ripensati in modo strutturale. Ancora oggi la forma della Barcellona contemporanea e una parte importante della sua attrattività internazionale nascono lì.
Atene 2004 rappresenta invece il rovescio della medaglia: molti impianti furono costruiti senza un piano credibile per il loro utilizzo futuro e, una volta spenti i riflettori, una parte significativa di quelle strutture è rimasta inutilizzata o in stato di abbandono, continuando però a pesare sui conti pubblici per manutenzione e debito. Le Olimpiadi non spiegano da sole la crisi greca, ma ne sono diventate uno dei simboli. La differenza tra i due casi non è l’evento, ma il progetto politico e urbano che lo guida: costruire per due settimane o costruire per i vent’anni dopo.
Chi beneficia davvero degli investimenti dopo le Olimpiadi?
C’è anche un pezzo meno visibile, ma forse il più importante: usare i Giochi per cambiare il modo in cui lo Stato progetta e governa gli investimenti pubblici, in tre step: pianificare prima, misurare durante, lasciare dopo. Non inseguire le emergenze, ma costruire traiettorie. Alla fine, la vera domanda non è se le Olimpiadi portano soldi, certo che li portano, e ne muovono tantissimi. La vera domanda è: chi beneficia di questi soldi, chi si prende i rischi e chi resta con il conto e con le infrastrutture quando la festa finisce?
Un’Olimpiade può accelerare investimenti utili, migliorare servizi, creare lavoro, rendere una città più vivibile. Oppure può aumentare il debito pubblico, spingere fuori i residenti, lasciare opere inutili e trasformare una promessa in un peso.
La differenza non la fa l’evento. La fa la politica, nel senso più profondo del termine: come si decide di usare quella gigantesca quantità di risorse, e per chi? Milano Cortina 2026 è, nel bene e nel male, un esperimento enorme. Non solo su come si organizzano i Giochi, ma su come l’Italia sceglie di investire su se stessa. Ed è su questo, oltre che sulle medaglie, che varrebbe la pena tenere gli occhi aperti.