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Quanto costa diventare madre e perché le donne pagano due volte

Un tempo si diceva che per crescere un bambino serve un villaggio. Ora è il mercato a occuparsi di tutto. A caro prezzo. Nel suo libro “Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato”, Nina Gigante affronta il tema della maternità e dei cambiamenti che travolgono la donna e parla di tutto ciò attraversa anche il tema economico: il mercato che ha preso il posto del villaggio, il marketing che è subentrato alla cura. Qui ce lo racconta, e ci suggerisce i modi per provare a cambiare le cose.

Tempo di lettura: 7 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

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Foto di Liana Mikah

I soldi sono presenti in ogni ambito della nostra vita, in un modo o nell’altro. Persino la maternità, un evento così intimo e così legato alla sfera dei sentimenti e delle emozioni, si lega a doppio filo al tema economico. Non è solo per le spese necessarie alla crescita di un figlio, o per i costi nascosti che le madri pagano lungo tutto il corso della loro esistenza, a causa del lavoro di cura che la società ha assegnato loro. Leggendo “Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato”, il bellissimo saggio di Nina Gigante (Aboca edizioni) viene fuori ancora una volta il filo sottile che lega tra loro questioni apparentemente così lontane.

La madre invisibile

L’autrice, giornalista e integrative health coach, racconta la metamorfosi della donna che si fa mamma, e le conseguenze umane e sociali di quell’evento cosmico che cambia per sempre l’esistenza di chi lo attraversa, come una rinascita dopo un collasso, analizzandolo da molteplici angolazioni: il corpo che cambia, i miti del sacrificio e dell’istinto materno, i tabù, il rapporto con l’altro e con gli altri. Ciò che chiaro e forte emerge sin dalle prime pagine, è però il senso di abbandono e l’incomprensione, quella sottile e nascosta indifferenza che circondano le madri, che all’improvviso, nel momento esatto in cui mettono al mondo le loro creature, restano orfane di sguardi di cura, supporti, reti di protezione.

«La mia impressione è che sia successo qualcosa di molto preciso» ci spiega, «si è creato un vuoto attorno alle neomamme. Dal momento esatto in cui il loro figlio nasce, nessuno si chiede cosa succede a loro, nessuno le guarda, tutti sono rivolti al bambino. Persino le pubblicazioni scientifiche e gli studi sul puerperio sono pochissimi. Tutti sono pronti a spiegarti come prenderti cura del tuo bambino al meglio, quello che sta succedendo a te sembra non interessare a nessuno».

Il villaggio che diventa mercato

In questo spazio, dice l’autrice, si è infilato l’unico soggetto che è riuscito a trarne vantaggio, e cioè il mercato. In un capitolo, intitolato  “dal villaggio al mercato”, Gigante racconta di resort e hotel di lusso per neomamme, che al costo di svariate migliaia di euro a settimana garantiscono il relax e la cura d cui avrebbero bisogno le puerpere: stanze silenziose con lenzuola profumate, doule efficienti e premurose, massaggi, persone fidate che portano il bambino per la poppata e sono pronte a prendersene cura per far riposare le mamme, alimentazione equilibrata e benessere psicofisico garantito. 

«Intercettano un bisogno autentico, e sono certamente una boccata di ossigeno per le donne, ma chi li sceglie lo fa perché non ha alternative. Il problema non sono questi luoghi in sé, ma il fatto che queste cose, un tempo, esistevano naturalmente, ed erano il villaggio che si riuniva intorno alla neomamma, la rete di supporto di amici e familiari. Oggi i 40 giorni di accudimento della puerpera esistono ancora in tantissime culture tradizionali, da quella messicana alla cinese. In ayurveda si dice che dai primi 42 giorni dopo il parto derivi il benessere dei suoi successivi 42 anni. Ma questo concetto nella nostra società è andato perduto, e il mercato ha sostituito il villaggio, trasformando il diritto in un privilegio per chi può permetterselo. Tutte le altre tornano a casa tre giorni dopo la nascita, e si arrangiano come possono, sperando di sopravvivere».

«Se la cultura della maternità diventa un prodotto premium, e noi smettiamo di pretenderla come bene comune, lasciamo che anche la maternità assuma forme diverse a seconda del censo. Chi può compra il villaggio, gli altri devono fare finta che il villaggio non sia mai esistito».

La tassa di reintegro sociale

Nel frattempo, tutto intorno alle neomamme sembra suggerire loro due cose: devi essere una madre ineccepibile, ma devi anche tornare quella di prima, cancellare nello stesso tempo quello che sei diventata. «Subiamo una doppia “child penalty”» , dice Gigante. Il prelievo alle neomamme è doppio e silenzioso, perché non è solo nelle occasioni perdute, è nei soldi che spendiamo per non sembrare più madri, per cancellare subito il parto, come ci viene chiesto. Non ci domandano come stiamo, ma ci offrono tutto quanto è necessario per fare le cose “bene” e sembrare perfette: app, planner, abbonamenti a percorsi di benessere, creme, integratori, sieri per i capelli, farmaci dimagranti, trattamenti per la diastasi addominale e ginnastica post partum. Una sorta di tassa di reintegro sociale che paghiamo per essere riammesse nel mondo di prima».

Il corpo che cambia e la “cura” che non guarisce

Nel libro si cita un’inchiesta del Guardian che racconta come in Inghilterra ci sia un corsa nei mesi successivi al parto ai farmaci dimagranti iniettabili a base di GLP-1. «Un effetto di ciò che ci chiede la società. Devi tornare “in forma”, come se la gravidanza ti avesse deformato, il tuo corpo fosse ancora una volta un corpo “non conforme”, non sei semplicemente cambiata. Il messaggio sottotraccia è sempre lo stesso, il tuo corpo è un problema da risolvere, la tua identità è una performance da ripristinare. Mentre hai tra le mani la cosa che ti è più preziosa al mondo, il tuo bambino, senti la pressione di dover tornare quella che eri».

«Il punto è che quella persona non c’è più, esiste un’identità nuova che si sta formando, ma tu senti solo quell’insicurezza. E non hai nessuno con cui parlare serenamente di questo, solo qualcuno che ti dice di comprare prodotti per placare quell’inquietudine, un’inquietudine che non è estetica, ma esistenziale».

Il primo passo: riconoscere la matrescenza, e disobbedire

I rimedi del mercato sono però acqua salata, non dissetano e non curano. E allora una via di uscita possiamo trovarla noi: «Il primo passo è dare un nome a quello che ci succede quando diventiamo madri. Si chiama matrescenza, una lunga fase di trasformazione che le donne attraversano dopo la maternità. Il termine è stato coniato all’inizio degli anni ’70 dall’antropologa americana Dana Louise Raphael, e definisce quella serie di cambiamenti fisici, emotivi, persino identitari, l’irreversibile metamorfosi che interessa ogni donna che diventa madre, un processo che dura tutta la vita».

«E allora riconosciamo ciò che ci accade, anche se ci trova impreparate, e riscopriamo il villaggio, le reti e i gruppi di madri, ostetriche, comunità, cominciamo a parlare senza filtri e a dirci la verità su questa transizione. E proviamo a smettere di comprare la promessa di tornare indietro, non perché sia sbagliato volersi risentire a casa nel proprio corpo, ma perché ogni euro speso per inseguire la versione di noi che era prima del figlio è un euro sottratto a diventare la versione successiva di sé, allo stare comoda in quello che si sta diventando, accettandolo senza giudizi. La fretta di tornare a performare, a lavorare, ad avere quel corpo “conforme” è un’imposizione esterna a cui noi possiamo disobbedire».

Un affare pubblico e non privato

Ma attenzione, avverte la giornalista, rimettere al centro questo processo non significa trattarlo come un affare privato «Non cadiamo nella trappola in cui siamo cadute negli ultimi 30 anni, non scambiamo intimo con privato. La maternità non è una questione che riguarda solo noi donne, non dobbiamo risolverla da sole. È invece un’esperienza intima ma anche un fatto politico, tenere separate i due piani è ciò che ha permesso al mercato di prendersi lo spazio della cura. Dobbiamo pretendere il supporto che ci consente di avere il tempo necessario per accettare questa condizione: asili pubblici diffusi – 2 bambini su 10 hanno accesso all’asilo pubblico –  una sanità che accompagni il post partum, congedi parentali per papà, una cultura del lavoro che smetta di considerare la maternità come un incidente di percorso, un’interruzione, e dopo sei settimane si ricomincia».

«In Italia desideriamo in media 2,4 figli per donna ma ne facciamo la metà. Questo gap del desiderio non lo risolvi con assegno unico, si azzeri restituendo alle madri il tempo, la cura, tutte cose che il mercato vende a caro prezzo e che dovrebbero essere parte del patto sociale».

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