L’app
di Rame

Perché quasi un licenziato su due non chiede la Naspi?

Secondo Inapp, il 44% dei lavoratori licenziati che avrebbero diritto alla Naspi non presenta domanda: quasi mezzo milione di persone. Tra le possibili ragioni, scadenze da rispettare, carriere discontinue e una burocrazia che chiede di sapersi orientare proprio quando si è più in difficoltà.

Tempo di lettura: 9 minuti

naspi non richiesta
Foto di Compagnons

Perdere il lavoro significa rinunciare a molto più che a uno stipendio. Significa ritrovarsi, spesso da un giorno all’altro, a riconsiderare da una nuova prospettiva le spese di tutti i giorni, le bollette, l’affitto e le rate da pagare, mentre si cerca di districarsi in momenti di grande incertezza. In un momento così, sapere di poter contare su una misura compensativa può rappresentare un pilastro fondamentale. Eppure, è proprio in questa specifica situazione che il nostro sistema di welfare si scontra con un paradosso: anche quando quel sostegno esiste, non è detto che arrivi a chi ne ha bisogno.

Secondo, infatti, il rapporto sulle misure di sostegno al reddito diffuso da Inapp a giugno 2026, il 44% dei lavoratori licenziati che avrebbero diritto alla Naspi non presenta domanda. Si parla di quasi mezzo milione di persone che, pur potendo accedere all’indennità di disoccupazione, rinunciano a farlo. Il fenomeno ha un nome: non take-up. Indica la mancata richiesta di una prestazione da parte di chi possiede i requisiti per riceverla. È una definizione tecnica per descrivere una situazione molto concreta: persone che restano senza un sostegno economico non perché lo Stato abbia deciso di escluderle, ma perché non riescono, non sanno o non fanno in tempo a ottenerlo. La domanda, allora, è inevitabile: a che cosa serve riconoscere un diritto, se esercitarlo è così complicato da scoraggiare chi ne avrebbe bisogno?

Un diritto che resta sulla carta

La Naspi, cioè la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, è l’indennità mensile destinata ai lavoratori dipendenti che perdono involontariamente il lavoro e possiedono i requisiti previsti. Serve a garantire un sostegno temporaneo al reddito durante la ricerca di una nuova occupazione. Non è un bonus occasionale né un favore concesso dall’amministrazione. È una tutela prevista dall’ordinamento, che si inserisce nel sistema di protezione sociale e si finanzia attraverso contributi e fiscalità generale.

Nonostante ciò, per accedervi bisogna conoscere le regole, verificare la propria posizione contributiva, capire se si rientra tra i beneficiari e presentare la domanda nel modo corretto. La procedura è digitale, ma questo non significa necessariamente che sia semplice. Secondo le indicazioni dell’Inps, la domanda deve essere presentata entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, salvo specifiche situazioni in cui il termine segue regole diverse. Per ottenere la prestazione è inoltre necessario, in via generale, aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti. Sono criteri definiti, ma immaginare che siano immediatamente comprensibili a chiunque è un’altra cosa.

Chi ha lavorato per anni con un contratto stabile potrebbe avere una certa familiarità con il sistema contributivo. Chi, invece, ha alternato contratti brevi, periodi di disoccupazione, lavori stagionali e impieghi attraverso agenzie di somministrazione può fare più fatica a ricostruire la propria posizione. E quando il lavoro finisce, non tutti sanno a chi rivolgersi per ottenere informazioni affidabili. Il risultato è che la complessità amministrativa si aggiunge alla difficoltà economica proprio nel momento in cui una persona avrebbe più bisogno di essere accompagnata. La burocrazia, in questo caso, non è soltanto una questione di moduli da compilare. È una barriera che può impedire il riconoscimento di qualcosa che spetta quasi “naturalmente”.

Il costo (nascosto) della mancata richiesta

Il rapporto Inapp evidenzia anche che questo genere di dinamiche possono dare vita ad ulteriori diseguaglianze: la probabilità di non accedere alla prestazione aumenta tra le persone con livelli di istruzione più bassi e presenta criticità particolarmente accentuate tra i lavoratori stranieri. Nel settore manifatturiero, per esempio, l’istituto segnala un tasso di mancata richiesta intorno al 20% tra gli italiani e vicino all’80% tra gli immigrati. Sono dati che mostrano come l’accesso alle tutele non dipenda soltanto dalle regole scritte, ma anche dalla possibilità concreta di conoscerle e comprenderle.

E il costo del mancato accesso non si esaurisce nell’importo dell’indennità non percepita. Senza quel sostegno, una famiglia può essere costretta a intaccare i risparmi, rinviare una spesa necessaria, accumulare debiti o accettare il primo lavoro disponibile, anche quando non è adeguato alle proprie competenze o condizioni. Per chi ha già un margine economico ridotto, qualche settimana senza entrate può compromettere un equilibrio costruito con fatica. La Naspi dovrebbe contribuire a rendere meno brusco il passaggio tra un impiego e il successivo; se non viene richiesta, una parte di questa protezione resta soltanto teorica. C’è poi una conseguenza meno visibile. Quando una prestazione non raggiunge chi ne ha diritto, il sistema di welfare non sta semplicemente spendendo meno: sta mancando uno dei suoi obiettivi fondamentali. Le risorse destinate alla protezione sociale non si traducono pienamente in sicurezza economica per le persone a cui sono rivolte.

Impieghi e comunicazioni: un quadro frammentario

Il problema diventa particolarmente rilevante in un mercato del lavoro caratterizzato da percorsi professionali discontinui. Per chi passa da un contratto a termine a un periodo di inattività, e poi magari a un altro impiego di pochi mesi, capire quali contributi siano stati maturati e quali prestazioni siano disponibili può essere meno immediato. La convinzione che un rapporto di lavoro troppo breve non dia diritto ad alcun sostegno può scoraggiare la verifica della propria posizione, anche quando sarebbe opportuno farlo.

Anche la rapidità con cui si trova un nuovo impiego può influire sulle decisioni. Chi pensa di tornare presto al lavoro potrebbe considerare la domanda una perdita di tempo, soprattutto se immagina di dover affrontare una procedura lunga o complessa. In altri casi, la necessità di cercare subito nuove entrate lascia poco spazio per occuparsi degli adempimenti. A questo si aggiunge la difficoltà di distinguere le informazioni ufficiali da quelle incomplete o inesatte che circolano online o attraverso il passaparola.

L’educazione finanziaria può aiutare a conoscere le proprie tutele, leggere una busta paga, controllare i contributi e pianificare le spese durante una transizione lavorativa. Ma non può diventare una soluzione di ripiego per un sistema amministrativo difficile da usare.

Quando il welfare raggiunge chi sa farsi valere

La Naspi non è un caso isolato. Il problema, come ha sottolineato nel suo editoriale su Rivista Eco l’economista e già presidente Inps Tito Boeri, riguarda il modo in cui il sistema di protezione sociale individua i beneficiari e rende concretamente accessibili le prestazioni. Un welfare può sbagliare in due direzioni: erogare una prestazione a chi non ne ha diritto oppure negarla, di fatto, a chi ne avrebbe diritto. Il secondo errore è meno visibile, perché spesso non produce una contestazione pubblica o un contenzioso. Chi non presenta domanda, infatti, rischia di scomparire dalle statistiche di chi riceve aiuto.

Un esempio è quello dell’invalidità civile. Boeri richiama l’elevata quota di dinieghi dell’Inps che vengono ribaltati in sede giudiziaria. I dati dell’istituto mostrano, per alcune rilevazioni territoriali e specifiche categorie di controversie, percentuali di soccombenza superiori al 50%. Il dato va letto nel suo contesto, perché non descrive indistintamente tutti i procedimenti, ma solleva una questione importante: quando una persona deve affrontare un iter amministrativo e poi, eventualmente, un giudizio per ottenere il riconoscimento di una prestazione, il costo in tempo, denaro ed energie può diventare un ostacolo sostanziale. Per chi ha una disabilità o una condizione di salute complessa, sostenere un percorso del genere può essere particolarmente difficile. La possibilità di rivolgersi a un giudice è una garanzia fondamentale, ma non dovrebbe essere il passaggio ordinario necessario per correggere problemi evitabili nella procedura amministrativa.

Il contrasto alla povertà

Un’altra contraddizione riguarda il contrasto alla povertà. Nel suo editoriale, Boeri mette a confronto la quota di famiglie extra-Ue tra quelle che ricevono l’Assegno di inclusione con la presenza delle famiglie composte esclusivamente da stranieri tra quelle in povertà assoluta. I due indicatori hanno popolazioni di riferimento differenti e non sono direttamente sovrapponibili, ma il confronto pone una domanda rilevante: le misure di sostegno riescono davvero a raggiungere i gruppi più esposti alla povertà? In tutti questi casi, la questione non è soltanto quanto si spende per il welfare. È anche chi riesce ad accedervi, chi resta escluso e quali ostacoli si frappongono tra un bisogno reale e una prestazione prevista per affrontarlo.

Di fronte a questi problemi, la soluzione non può essere eliminare le verifiche o concedere prestazioni senza accertare i requisiti. Un sistema pubblico deve proteggere le risorse collettive e assicurarsi che gli aiuti vadano a chi ne ha diritto. Ma controllare e complicare non sono la stessa cosa. Un’amministrazione più semplice può essere anche più precisa. Regole stabili, comunicazioni chiare, procedure comprensibili e assistenza accessibile aiutano le persone a capire se possono presentare domanda e quali passaggi devono seguire. Allo stesso tempo, permettono agli uffici di concentrare le proprie risorse sui casi che richiedono davvero una valutazione più approfondita. Il passo successivo dovrebbe essere passare da un sistema in cui il cittadino deve scoprire autonomamente ogni opportunità a uno in cui l’amministrazione lo aiuta a riconoscere quelle pertinenti alla sua situazione.

Anche il tempo è una risorsa finanziaria

C’è, poi, un aspetto della burocrazia di cui si parla poco: il suo costo in tempo. Per ottenere una prestazione, una persona può dover cercare informazioni, recuperare documenti, verificare requisiti, contattare uffici, correggere errori e rispettare scadenze. Ogni passaggio richiede tempo e, a volte, competenze digitali, disponibilità economica o la possibilità di assentarsi dal lavoro. Chi ha una buona rete familiare, un livello di istruzione elevato o accesso a un professionista può trovare più facilmente una soluzione. Chi è solo, ha poca dimestichezza con gli strumenti digitali o lavora in condizioni precarie può incontrare ostacoli maggiori. Il caso della Naspi mostra una contraddizione che riguarda l’intero sistema di protezione sociale. Lo Stato prevede un sostegno per affrontare una situazione di vulnerabilità, ma la procedura necessaria per ottenerlo può aggiungere un problema a quello che dovrebbe risolvere.

La mancata richiesta non è sempre riconducibile alla burocrazia: possono incidere la scarsa conoscenza dei diritti, la rapidità del reinserimento lavorativo, le caratteristiche dei contratti e altre circostanze individuali. Il dato, tuttavia, rimane significativo.

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori