Quanto costa il cambiamento climatico alle famiglie?
Il cambiamento climatico è diventato una variabile del bilancio familiare: entra nei prezzi del cibo, nelle bollette, nel costo di una riparazione dopo un’alluvione. Si chiama inflazione climatica e non colpisce tutti allo stesso modo, perché chi ha meno reddito spende in beni essenziali una quota molto più alta. Ma quando un rischio è prevedibile, intervenire prima costa meno che subirlo.
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di La redazione
Nel proverbiale foglietto con la lista della spesa, accuratamente composta in modo da poter bilanciare necessità e risparmio, il suo nome non compare mai. Eppure, dalla voce “clima” dipendono molte delle difficoltà e delle scelte obbligate che le famiglie devono affrontare. Non compare nemmeno sullo scontrino, naturalmente. Ma si può trovare dentro il prezzo del caffè dopo una stagione difficile in Brasile, in quello del grano dopo una siccità, nella bolletta elettrica durante un’ondata di calore, nel costo di una riparazione dopo un’alluvione. Può perfino comparire in ambiti che non sembrano direttamente collegati: una giornata di lavoro persa, un pronto soccorso più affollato, un’assicurazione più costosa.
Per molto tempo abbiamo pensato al cambiamento climatico come a una questione esclusivamente ambientale: gradi Celsius, emissioni, ghiacciai, eventi estremi. Oggi quella lettura non basta più. Il clima è diventato anche una variabile economica. E, soprattutto, una variabile distributiva e poco equa: quando aumenta il prezzo di un bene essenziale, il conto non pesa allo stesso modo su tutti.
Inflazione climatica
Il modo più intuitivo per capire cosa significhi “inflazione climatica” è guardare, per l’appunto, al cibo. Il meccanismo è lineare: temperature estreme o piogge abbondanti possono ridurre le rese agricole. Meno prodotto significa un’offerta più scarsa; un’offerta più scarsa, a parità di altre condizioni, tende a significare prezzi più alti. Ma l’effetto domino non si ferma al campo: passa attraverso mangimi, fertilizzanti, energia, trasformazione, trasporti e distribuzione e, in un sistema alimentare globale, può attraversare anche gli oceani.
Una ricerca pubblicata nel 2024 su Communications Earth & Environment e ripresa da Nature ha analizzato oltre 27mila osservazioni mensili dei prezzi in 121 Paesi e ha osservato che gli shock di temperatura possono aumentare sia l’inflazione alimentare sia quella complessiva, con effetti che persistono per almeno dodici mesi. Non è soltanto una questione teorica. La Banca centrale europea stima che l’ondata di calore dell’estate 2025 possa aver aumentato i prezzi degli alimenti non trasformati nell’area euro di 0,4-0,7 punti percentuali nell’arco di un anno. Guardando poi in prospettiva, l’impatto di estati sempre più torride da qui al prossimo decennio potrebbe diventare ancora più rilevante.
La stessa BCE ha sottolineato un altro aspetto importante: il cibo è una necessità, e pesa relativamente di più sui bilanci delle famiglie con redditi bassi. Nell’area euro gli alimentari rappresentano circa il 20% del paniere dei consumi utilizzato per misurare l’inflazione; quando il loro prezzo aumenta, la perdita di potere d’acquisto è quindi particolarmente forte per chi ha meno risorse.
Il peso nel carrello
In Italia il fenomeno risulta ben visibile guardando alla composizione della spesa. Secondo Istat, nel 2024 alimentari e bevande analcoliche rappresentavano il 19,3% della spesa complessiva delle famiglie. La quota saliva al 25,4% nel Mezzogiorno, mentre arrivava al 24,4% nelle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione. È qui che il cambiamento climatico smette di essere una questione astratta e diventa regressivo: se aumenta il prezzo di ciò a cui non puoi rinunciare, l’aumento pesa proporzionalmente di più su chi ha meno reddito.
L’Energy & Climate Intelligence Unit ha osservato qualcosa di simile nel Regno Unito. Cinque prodotti – burro, carne bovina, latte, caffè e cioccolato – rappresentano circa l’11% del paniere alimentare, ma hanno contribuito per il 30-40% all’inflazione alimentare in buona parte degli ultimi due anni. Nel luglio 2025 la loro inflazione ha raggiunto il 16%, contro il 2,6% del resto di alimenti e bevande. Sono esempi legati ai contesti specifici di alcuni stati. Ma mostrano bene il meccanismo: non serve che tutto il supermercato rincari perché il clima diventi una voce importante dell’inflazione. Basta che vengano colpiti alcuni beni particolarmente sensibili agli eventi estremi.
Dal campo alla tavola, passando per il mondo
Per l’Italia il problema è amplificato dalla struttura della filiera. Essere un Paese importatore di materie prime agricole non significa essere necessariamente più vulnerabili: il commercio internazionale permette di compensare un raccolto scarso acquistando da altre aree del mondo. Ma significa anche che uno shock climatico lontano può diventare un problema vicino. Se la siccità colpisce un grande produttore di cereali, se un’ondata di calore compromette una coltura, se una malattia si diffonde dopo condizioni meteorologiche anomale, il prezzo può muoversi anche a migliaia di chilometri di distanza.
Senza contare che il climate change – per quanto centrale – è solo uno dei fattori che finiscono per sommarsi ad un quadro complesso. Energia e fertilizzanti sono legati ai prezzi dei combustibili; guerre e tensioni geopolitiche possono interrompere rotte commerciali; porti e infrastrutture possono essere colpiti da eventi inattesi e di grande portata. Per questo sarebbe sbagliato dire che “il clima fa aumentare il prezzo del pane” come se esistesse una sola causa. Più correttamente, il clima aggiunge uno shock a un sistema già esposto ad altri shock.
A questo punto il legame tra questione ambientale e costo della vita diventa più chiaro. Una famiglia con risparmi può assorbire un aumento temporaneo della spesa alimentare. Può comprare un condizionatore più efficiente, riparare una casa danneggiata, sostituire un elettrodomestico o sostenere una bolletta eccezionale. Una famiglia senza risparmi ha, chiaramente, meno possibilità di reazione. La BCE, d’altra parte, ha stimato che, nell’area euro, le famiglie nel quintile di reddito più basso destinano circa il 70% del reddito lordo ai bisogni di base, contro circa il 34% delle famiglie a reddito medio. Parlare di clima senza parlare di distribuzione del reddito, insomma, rischia di raccontare solo metà della storia. La transizione climatica è anche una questione di giustizia economica.
L’investimento è più conveniente del risparmio
C’è, tuttavia, ancora spazio di manovra. Il rischio climatico è ormai realtà quotidiana, ma ciò non significa che non possa essere mitigato. Certo, non possiamo impedire una siccità, ma possiamo rendere l’agricoltura meno vulnerabile. Non possiamo fermare un’ondata di calore già arrivata, ma possiamo predisporre sistemi di allerta, rendere più fresche le città e proteggere le persone fragili. Non possiamo evitare ogni piena, ma possiamo scegliere dove costruire, migliorare il drenaggio, proteggere le infrastrutture e preparare le comunità. Anzi, la prevenzione è la scelta economicamente più lungimirante.
Il World Food Programme, infatti, ha analizzato le precedenti esperienze di El Niño – il fenomeno climatico naturale che provoca un riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico ad intervalli irregolari compresi tra 2 e 7 anni – e ha scoperto che ogni dollaro investito in azione anticipata può generare fino a sette dollari di perdite umanitarie evitate. La cifra non può essere trasferita automaticamente a un argine italiano o alla riqualificazione energetica di una casa: contesti, costi e benefici sono diversi. Ma il principio economico è chiaro. Quando un rischio è prevedibile, intervenire prima può costare molto meno che intervenire dopo.
Nel 2026-27 il WFP sta inoltre stimando che El Niño possa portare altri 49 milioni di persone verso l’insicurezza alimentare acuta entro la fine del 2027, portando il totale a circa 274 milioni in 45 Paesi già vulnerabili. È un esempio di come un fenomeno climatico naturale possa trasformarsi in una crisi molto più grave quando si sovrappone a povertà, conflitti e fragilità economiche. Il principio vale anche al contrario: più una società è ricca di infrastrutture, informazioni, risparmi e capacità amministrativa, più può trasformare un pericolo in un rischio gestibile.