Dalla Baviera alla Sardegna, così le monete locali stanno ridefinendo l’economia di prossimità
Nata oltre vent’anni fa come progetto scolastico in Baviera, la valuta locale Chiemgauer incentiva la spesa di prossimità e premia i comportamenti ecologici. Un modello di economia circolare che, insieme all’italiano Sardex, dimostra come il denaro possa diventare uno strumento al servizio della comunità.
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di La redazione
All’inizio c’erano solo un tavolo, sei studentesse, un insegnante di economia e un’idea che, almeno sulla carta, sembrava raggiungibile: provare a fare in modo che gli abitanti di una piccola comunità spendessero un po’ di più nei negozi della propria zona. Era il 2002, a Prien am Chiemsee, nella regione bavarese del Chiemgau. Christian Gelleri, insegnante di economia alla Freie Waldorfschule Chiemgau, aveva avviato insieme alle sue studentesse un progetto scolastico sulla moneta e sull’economia locale. L’anno successivo, il 30 gennaio 2003, i primi Chiemgauer entrarono effettivamente in circolazione. L’obiettivo era concreto: sostenere le attività commerciali nella competizione sempre più impari con i centri commerciali e le grandi catene.
Come raggiungerlo? Attraverso un mezzo di pagamento che avesse una caratteristica fondamentale: funzionare bene soprattutto in quello specifico contesto. Più di vent’anni dopo, quel progetto scolastico è ancora in funzione. E nel frattempo ha aggiunto un’ambizione ulteriore: usare il denaro non soltanto per dare una mano agli esercenti, ma anche per incoraggiare comportamenti che riducono le emissioni.
Una moneta che vale un euro, ma non è un euro
Il funzionamento di questa singolare valuta è relativamente semplice. Un Chiemgauer vale un euro e può essere utilizzato nelle attività che partecipano al circuito. Non sostituisce quindi la moneta unica europea: gli si affianca. Oggi il sistema esiste sia in forma cartacea sia digitale. La differenza decisiva sta però nel dove può essere speso. Se pago un caffè, compro del pane o acquisto un servizio da un’attività aderente, il mio denaro non finisce semplicemente nel sistema economico generale: resta all’interno di una rete locale, dove può essere nuovamente utilizzato da un’altra impresa.
È un principio intuitivo, ma importante. Se spendo 100 euro in una grande catena, una parte rilevante del valore creato da quella spesa può essere trasferita altrove. Se invece spendo 100 Chiemgauer in un’attività locale, sto scegliendo un circuito in cui quel valore ha maggiori probabilità di continuare a circolare tra imprese, professionisti e associazioni del territorio. Il punto, quindi, non è creare ricchezza dal nulla. È modificare il percorso che la ricchezza compie. E qui arriva una delle caratteristiche più curiose del sistema.
Il denaro che non ama stare fermo
Il Chiemgauer è stato progettato per scoraggiare l’accumulo. La versione cartacea prevede infatti un meccanismo chiamato demurrage: il denaro perde valore nel tempo se non viene speso. Attualmente, per mantenere valido il valore delle banconote, è previsto un costo del 3% ogni sei mesi. È quasi il contrario di quello che siamo abituati a pensare quando pensiamo in astratto al denaro: normalmente, se abbiamo 100 euro oggi, ci aspettiamo che siano ancora 100 euro domani, al netto dell’inflazione che non va mai trascurata. Il Chiemgauer introduce invece una piccola penalizzazione per chi decide di tenerli fermi. La logica è: se il denaro perde valore quando resta inattivo, conviene farlo circolare.
Non è un’idea nuova. Il meccanismo della demurrage è associato soprattutto alle teorie dell’economista Silvio Gesell, che immaginava una moneta capace di favorire gli scambi invece dell’accumulo. Nel caso del Chiemgauer, questa caratteristica serve a rafforzare la finalità originaria del progetto: fare in modo che la moneta passi rapidamente da un’attività all’altra e continui a sostenere il circuito locale.
C’è anche un altro elemento interessante: quando un’impresa decide di convertire i Chiemgauer in euro, sostiene un costo. Questo crea un ulteriore stimolo a spendere la valuta all’interno della rete invece di riconvertirla immediatamente. In altre parole, il sistema prova a trasformare una semplice scelta individuale – spendo o tengo da parte? – in un comportamento con conseguenze collettive.
Quell’inaspettato legame con il clima
Sebbene a prima vista possa sembrare improbabile, uno degli effetti positivi dell’utilizzo del Chiemgauer si riverbera anche sulla questione ambientale. Una moneta locale nasce per sostenere l’economia della ristretta utenza che ne usufruisce, certo, mentre il cambiamento climatico è un problema per definizione globale. Eppure, tra le due dimensioni esiste un punto di contatto: gli incentivi.
Se una comunità decide di premiare economicamente alcuni comportamenti, può rendere più conveniente adottarli. È esattamente quello che accade con il Klimabonus, il programma collegato al Chiemgauer che assegna valuta locale a chi compie determinate azioni considerate positive per l’ambiente. Oggi, per esempio, vengono riconosciuti 100 Chiemgauer per l’installazione di un impianto solare da balcone, 50 per l’adesione al car sharing e 20 per l’installazione di termostati elettronici. Esistono inoltre incentivi legati all’acquisto di cassette di verdura regionale. Il meccanismo è interessante proprio perché non si limita a dire alle persone “fate la cosa giusta”. Suggerisce, piuttosto: “Se scegliete di fare così, vi sarà riconosciuto un valore economico che potete spendere nella vostra comunità.”
Il premio, infatti, non arriva sotto forma di euro tradizionali, ma di Chiemgauer. E il Klimabonus può essere speso negli stessi esercizi che accettano la valuta regionale. Si crea così un piccolo circolo virtuoso: un comportamento sostenibile genera un incentivo economico, che a sua volta si traduce in aumento della spesa locale e in sostegno alle attività del territorio. Il denaro assume quindi un connotato differente: quello di una infrastruttura che collega due obiettivi normalmente considerati separati e opposti, ovvero sviluppo locale e transizione ecologica.
Dal pannello solare al car sharing
Uno degli ambiti in cui questo genere di pratica ha mostrato la sua efficacia è, come detto, il car sharing. Nel Chiemgau, come in molte aree rurali europee, rinunciare all’auto privata può essere più complicato che in una grande città. Le distanze sono maggiori e il trasporto pubblico può essere meno capillare. Il Klimabonus prova allora a intervenire sull’incentivo: chi si iscrive a un servizio di car sharing può ricevere 50 Chiemgauer. Secondo le stime pubblicate dal programma, ogni nuova adesione comporta in media un risparmio di circa 280 kg di CO₂ all’anno.
Lo stesso vale per il fotovoltaico da balcone. L’incentivo non paga naturalmente l’intero investimento, ma riduce il costo percepito di una scelta che può produrre energia rinnovabile per anni. È una distinzione importante: la moneta non riduce direttamente la CO₂. A farlo sono le persone che cambiano attitudine.
Quanto può contare davvero?
Il modello bavarese è senza dubbio intrigante. Ma, naturalmente, deve scontrarsi con dei limiti oggettivi. Il Chiemgauer non è, infatti, una grande valuta alternativa capace di sostituire l’euro. È un sistema locale, deliberatamente circoscritto. Secondo i dati riportati nel 2026 dalla Deutsche Welle, ogni anno vengono spesi circa 5 milioni di Chiemgauer. E proprio le sue dimensioni ridotte sono allo stesso tempo un ostacolo e una parte rilevante del suo senso.
Una valuta locale può essere efficace nel modificare alcuni incentivi all’interno di una comunità. Non può però risolvere da sola problemi che dipendono da catene produttive globali. Se un negozio del Chiemgau vende un prodotto elettronico fabbricato dall’altra parte del mondo, pagarlo in Chiemgauer non rende improvvisamente sostenibile la filiera produttiva. Accorciare il circuito commerciale locale, inoltre, non significa automaticamente eliminare tutte le emissioni associate a produzione, trasporto ed energia. È proprio per questo che il caso bavarese è più interessante se lo si considera per quello che è: un laboratorio, non una soluzione universale. Un laboratorio che, secondo una stima riportata da Energy in Demand sulla base di verifiche indipendenti di TÜV Nord, ha comunque evitato la produzione di 12.800 tonnellate in quattro anni, equivalenti alle emissioni di circa 2.000 automobili tedesche nello stesso periodo
La stessa idea, con un accento diverso: il Sardex
Non sorprende, pertanto, che a fronte di risultati così incoraggianti la Baviera non sia l’unico luogo in cui qualcuno ha provato a ripensare le modalità di circolazione del denaro. Viene in mente, ad esempio, il caso brasiliano di Pix. Ma anche quello italiano del Sardex, nato in Sardegna nel 2009 come circuito di credito commerciale.
La logica che sta alla base del suo funzionamento è in parte diversa da quella del Chiemgauer. Non si tratta semplicemente di stampare banconote locali. Il Sardex è soprattutto un sistema di credito reciproco in cui imprese e professionisti aderenti possono acquistare beni e servizi tra loro utilizzando crediti all’interno del circuito. Un’impresa può, per esempio, vendere un servizio e accumulare crediti; successivamente può utilizzare quegli stessi crediti per acquistare qualcosa da un’altra impresa del network. Il risultato è simile a quello perseguito dal Chiemgauer sotto un altro profilo: creare un mercato aggiuntivo che rafforzi le connessioni all’interno del territorio.
Secondo dati diffusi da Invitalia, nel 2019 Sardex e gli altri circuiti collegati avevano superato complessivamente il mezzo miliardo di euro equivalenti di transazioni, coinvolgendo migliaia di imprese e professionisti. Anche gli studi accademici sul Sardex hanno evidenziato un elemento che va oltre il semplice vantaggio economico: la fiducia tra gli aderenti è una componente fondamentale. Il circuito diventa così non soltanto uno strumento di pagamento, ma anche una rete che alimenta e orienta relazioni economiche e sociali.
Rimettersi in discussione
La domanda che il Chiemgauer insinua rispetto alle nostre abitudini non è, probabilmente, se sia il caso di sostituire l’euro con le monete locali. Non esistono, attualmente, le condizioni per pensare ad un simile scenario. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi: quanto è davvero neutrale il modo in cui progettiamo il denaro?
Ogni sistema monetario contiene infatti delle regole. Decide chi può utilizzare una determinata forma di credito, dove può essere spesa, quali costi comporta conservarla, quali comportamenti vengono premiati e quali diventano meno convenienti. Ma questi esperimenti circoscritti, pur nella loro diversità, hanno mostrato di condividere una stessa intuizione: il denaro non deve necessariamente limitarsi a fotografare l’economia. Può anche contribuire a indirizzarla.
Ci impongono, questi tentativi, di considerare non tanto il fatto che esista una banconota diversa dall’euro, con il suo aspetto curioso, con le immagini di insetti e i sistemi di sicurezza simili a quelli delle banconote tradizionali. Ma che la domanda “cos’è il denaro” può avere declinazioni decisamente concrete. Ci ricordano che il denaro non è soltanto ciò che abbiamo in tasca o sul conto corrente. È anche il percorso che quella ricchezza compie dopo che l’abbiamo spesa. È il potere che abbiamo di incidere sul nostro territorio, sulla nostra comunità. La dimostrazione che singolo e collettivo possono trarre vicendevole beneficio della loro interazione.