Quanto ci costa vivere lontano dalla natura (e perché non lo vediamo in bilancio)
Purificatori, integratori di vitamina D, cuffie noise-cancelling, abbonamenti in palestra, weekend di “stacco”: una parte sempre più consistente delle nostre spese serve a sostituire ciò che un tempo la natura ci offriva gratuitamente. Ma cosa stiamo davvero comprando quando compriamo benessere?
Tempo di lettura: 6 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
C’è un tipo di spesa che raramente compare nei budget mensili, perché non ha una categoria propria. Si nasconde sotto voci diverse – wellness, salute, tempo libero, casa, vacanze – e proprio per questo sfugge al radar. È la spesa che facciamo per compensare la disconnessione dalla natura nella nostra vita quotidiana. E se proviamo a farne la somma, il risultato è sorprendente.
Questa riflessione è emersa dalla conversazione che, settimana scorsa, abbiamo aperto su Instagram. Quando abbiamo chiesto alla community quali cose stiamo pagando oggi che fino a poco tempo fa erano gratuite, le risposte sono state un piccolo censimento involontario di un’economia che esiste senza che la nominiamo: l’acqua potabile, le spiagge libere, l’aria pulita, il sole, il silenzio, la possibilità di camminare in un bosco. Non un lusso, ma qualcosa di libero e accessibile da tutti.
La natura come servizio ecosistemico
In economia ambientale esiste un concetto preciso per descrivere quello che la natura ci offre: si chiamano servizi ecosistemici. Sono le funzioni – regolazione del clima, qualità dell’aria, riduzione dello stress, socialità informale – che gli ambienti naturali forniscono senza chiedere nulla in cambio. Hanno un valore economico stimabile, e quando vengono meno, qualcuno deve sostituirli.
Il punto, però, è che quando un servizio ecosistemico si degrada o diventa inaccessibile, il bisogno che soddisfaceva non scompare, bensì si trasforma: l’aria pulita diventa un purificatore domestico, il silenzio diventa un paio di cuffie noise-cancelling, la camminata nel verde diventa un abbonamento in palestra, il sole sulla pelle diventa, per chi vive in città grigie, una vacanza programmata o un integratore di vitamina D.
Ogni singola sostituzione, presa singolarmente, sembra ragionevole. Sommate, raccontano un’altra storia: quella di una monetizzazione silenziosa di beni che un tempo erano comuni. Un processo che non ha bisogno di leggi per compiersi: basta che certi beni diventino abbastanza scarsi o difficili da raggiungere perché il mercato si organizzi per offrircene una versione a pagamento.
Il consumo compensatorio: comprare per non sentire
Gli psicologi del consumo lo chiamano compensatory consumption: l’acquisto come tentativo di colmare un vuoto che non è materiale. Quando la giornata si svolge interamente tra schermi, scrivanie e mezzi pubblici, il sistema nervoso cerca dopamina dove può trovarla – e oggi la trova soprattutto nei carrelli online, nelle spese impulsive del weekend, nei piccoli premi di consolazione.
Una ricerca pubblicata su Nature Medicine nel 2023, condotta su oltre 156.000 partecipanti dello UK Biobank, ha mostrato che vivere in ambienti urbani caratterizzati da alta densità, inquinamento e scarso accesso a spazi verdi si associa a un profilo di sintomi affettivi e ansiosi mediati da differenze nel sistema cerebrale della ricompensa – lo stesso sistema coinvolto nei comportamenti di acquisto. Non è una relazione causale diretta tra “vivere in città” e “comprare di più”, ma piuttosto l’indicazione che alcuni meccanismi neurochimici della ricompensa, sotto stress ambientale prolungato, funzionano diversamente, e che il consumo è uno dei canali attraverso cui questi meccanismi si attivano.
Tradotto in finanza personale, significa che una parte significativa di quello che spendiamo non risponde a un bisogno reale, ma a un’assenza. E l’assenza, spesso, è quella di un contesto vivente intorno a noi. Nei commenti raccolti sotto il post, una voce ha sintetizzato questa dinamica con una lucidità che vale la pena restituire: “Non baratto il beneficio dello stare all’aria aperta con una cura di integratori meno efficiente della sana vitamina N (di Natura)”. È esattamente questo lo scambio che, spesso senza accorgercene, accettiamo.
Time affluence, quando la ricchezza che non si misura in euro
C’è un concetto, nato negli ambienti della behavioral economics, che si chiama time affluence: la ricchezza di tempo. È l’idea che il vero benessere economico non sia solo avere abbastanza denaro, ma avere abbastanza tempo non monetizzato: tempo che non sia né lavoro né recupero dal lavoro.
La natura, storicamente, è stata uno dei principali generatori di time affluence: il tempo passato all’aperto era tempo che non costava nulla, non chiedeva nulla, non produceva ansia da prestazione. Oggi, in molte città italiane, il tempo libero è diventato a sua volta una voce di spesa. Andare “a fare qualcosa” significa quasi sempre pagare qualcosa: un ingresso, una consumazione, un’attività organizzata. E il risultato è che spendiamo soldi per riempire un tempo che, in un altro contesto di vita, sarebbe stato pieno da solo.
Questa è una delle ragioni per cui i cammini a piedi – di cui abbiamo parlato in un articolo all’origine di questa riflessione – stanno diventando una scelta sempre più diffusa. Non solo perché costano meno di una vacanza tradizionale (e bisogna essere onesti sul fatto che, per molti, costano comunque troppo), ma perché restituiscono una forma di time affluence che la vacanza-consumo ha smarrito. Camminare per giorni in un paesaggio è un’esperienza in cui il tempo torna a essere pieno senza dover essere riempito.
Cosa possiamo fare, concretamente
Da quello che la community ci ha raccontato nell’ultima settimana, emergono alcune piste interessanti per riappropriarci di quello che stiamo pagando senza accorgercene, non come consigli, ma più come domande da farci.
La prima riguarda un esercizio che si può fare insieme ad amici o familiari: tracciare per un mese le spese fatte “per stare bene”. Wellness, integratori, palestra, app di meditazione, depuratori, caffè di consolazione, piccoli acquisti online del weekend. Non per tagliarle – molte sono scelte buone, che migliorano davvero la vita – ma per averne una mappa. Avere quella mappa è il primo passo per capire cosa, di quel benessere, stiamo costruendo e cosa invece stiamo comprando per sostituire qualcosa che ci manca.
La seconda osservazione riguarda la differenza tra risparmio scelto e rinuncia subita, ed è forse il passaggio più delicato. Quando si propongono “alternative economiche” – il cammino al posto del volo, il turismo di prossimità al posto del viaggio lontano – si rischia di confondere due esperienze che sembrano simili ma non lo sono affatto. Una scelta consapevole produce abitudini sostenibili nel tempo; una rinuncia subita, prima o poi, si traduce in un ritorno del consumo compensatorio, magari sotto altre forme. Riconoscere in che parte di questo spettro ci troviamo è la base di una pianificazione finanziaria duratura.
La terza è la domanda più scomoda di tutte: stiamo lavorando per pagare la cura di un malessere che il nostro stile di vita produce? Non è una domanda a cui esiste una risposta univoca, e non sempre quella risposta porta a cambiamenti drastici. A volte basta riconoscere il meccanismo per cominciare a smontarlo: vedere il quadro intero – il piano del contesto in cui viviamo e quello delle scelte personali – è già un risultato per capire cosa ci fa stare bene e cosa no.