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Denatalità: il vero problema sono i soldi, non la voglia di avere figli

Il crollo delle nascite non è un problema di valori: i giovani i figli li vorrebbero ancora. A mancare sono le condizioni economiche per farli, e nessun bonus le costruisce da solo.

Tempo di lettura: 5 minuti

Valentina Ciannamea
Valentina Ciannamea

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Giornalista esperta di mondi digitali con un background da sociologa

le cause della denatalità

«Le donne ricominceranno a fare figli quando per dare la vita non saranno più costrette ad amputare la propria». Questa frase di Michela Murgia mi è sempre risuonata vera. In una riga tiene dentro la maggior parte delle ragioni per cui, in Italia come nel resto del mondo, si fanno sempre meno figli: dare la vita, per troppe donne, significa ancora rinunciare a una parte della propria.

Partiamo da qui, perché le cause della denatalità sono varie e intrecciate. Il dato lo conferma: nel 2024, 131 paesi su 237 erano scesi sotto la soglia di 2,1 figli per donna, la cosiddetta soglia di sostituzione: il numero minimo che permette a una generazione di rimpiazzare quella precedente, genitorǝ compresi, con lo 0,1 in più che compensa la mortalità infantile e giovanile. Sotto quella soglia, ogni generazione nasce più piccola della precedente.

Un crollo che i demografi non avevano previsto

Per anni le previsioni raccontavano un mondo che si sarebbe fermato poco sotto la soglia di sostituzione, con il picco della popolazione globale verso fine secolo. È successo prima, e peggio, come racconta Eco, il mensile di economia diretto da Tito Boeri: nel 2024 il 55% dei paesi era già sotto quota 2,1, il picco arriverà con mezzo secolo di anticipo, e a cedere non sono solo i paesi ricchi. Anche la Finlandia, per decenni modello di parità e welfare familiare, è scesa a 1,25 figli per donna.

L’Italia, sotto soglia dal 1984, ha chiuso il 2024 a 1,18, e di 1,14 per il 2025: un record negativo dopo l’altro. E il calo si autoalimenta, perché i genitorǝ di oggi sono già figlǝ di generazioni più piccole: le donne in età fertile in Italia sono scese da quasi 14 milioni nel 2009 a meno di 12 oggi, e due terzi del crollo delle nascite dipende proprio da questo effetto struttura.

Il tempo che manca, non il desiderio

I dati raccontano una storia diversa da quella più comoda per cui i giovani non vorrebbero più fare figli. La più ampia indagine mai condotta sul tema, la Demographic Futures Survey dell’Unfpa su oltre centomila persone in 73 paesi, dice l’opposto: la maggioranza deǝ trentacinquenni-trentanovenni senza figli in Europa occidentale, Nord America e Australia vorrebbe ancora figli: sono il 73% degli uomini e il 62% delle donne. A mancare, raccontano loro stessi, è il tempo per arrivarci nei modi giusti: lavoro stabile, casa, coppia, figli, una sequenza precisa in cui basta che si rompa un anello perché tutto il resto resti sospeso. E quando finalmente arrivano stabilità affettiva ed economica, spesso è già tardi per allargare la famiglia. Anche in Italia il numero di figli desiderato resta vicino a due, contro poco più di uno realizzato: un potenziale ampiamente insoddisfatto.

Nascere è un verbo plurale

Di questo divario ne abbiamo parlato con Anna Acquistapace, autrice di Nascere è un verbo plurale (San Paolo). «Quando nasce un bambino nasce anche una madre, un padre o un altro genitore: nasce una nuova famiglia, e intorno a quella nascita ruotano nonnǝ, professionistǝ, servizi, il lavoro, la città intera. Continuiamo a dire che per crescere un bambino serve un villaggio. Quel villaggio oggi lo stiamo tutti cercando disperatamente».

Nel suo libro, Anna Acquistapace affronta il tema della nascita da varie angolazioni: una di queste è l’altra metà della coppia. «Chiediamo agli uomini di essere presenti, coinvolti, diversi dalle generazioni precedenti, e continuiamo a organizzare lavoro e congedi in modo che la cura ricada sulle madri. “I papà sono papà”», sottolinea, specificando che è il momento di smetterla di usare per loro l’espressione “mammo”. «La cura è una competenza che si costruisce, si esercita e si impara facendola». Per questo con il comitato Pari alla Pari porta avanti una proposta di legge per cinque mesi di congedo obbligatorio, individuale, non trasferibile e pienamente retribuito per ciascun genitore.

Le politiche che mancano, prima della nascita

I dati ci dicono, come dimostra Eco, che i trasferimenti monetari, anche generosi, hanno ovunque effetti modesti sulla fecondità, spesso concentrati tra le famiglie a reddito medio. Il caso dell’Assegno Unico e del bonus bebè in Sardegna lo conferma: ha alzato le nascite del 21%, ma ha ridotto l’occupazione delle madri di un quarto.

Un bonus aiuta le famiglie a sostenere la spesa, ma le misure che funzionano meglio, secondo la rivista Eco, intervengono sul costo e sul tempo della cura: asili nido accessibili e diffusi, congedi parentali ben retribuiti, congedi di paternità obbligatori dove la responsabilità genitoriale diventa davvero condivisa. Anche il lavoro da remoto riduce la child penalty, la penalizzazione di carriera che colpisce le madri.

«Il compito delle istituzioni non deve essere quello di convincere le persone ad avere figli», dice Acquistapace, ma di mettere in grado le famiglie di scegliere. Se i giovani potessero contare sulla certezza dei posti nido, su canoni d’affitto e mutui sostenibili, sui congedi parentali equi, sul lavoro flessibile, probabilmente sarebbero più liberi di scegliere, così come se una donna fosse sicura di non dover rinunciare al lavoro per la cura dei figli, di non essere penalizzata nella carriera e nello stipendio, forse non sentirebbe la sua vita amputata solo per aver deciso di darne al mondo un’altra. Occorre smettere di cercare una singola misura risolutiva e ragionare in termini di ecosistema: sostegno economico insieme a nidi accessibili, congedi paritari, politiche abitative, un’organizzazione del lavoro compatibile con la vita familiare. 

Natalità e genitorialità non riguardano solo chi ha già scelto di avere figli. Riguardano il tipo di società in cui tuttǝ, con o senza figli, scegliamo di vivere.

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