L’app
di Rame

Quattro figli non sono un lusso, ma una scelta (e un piano)

Fare figli oggi è spesso visto come un lusso, ma per Natalia i soldi sono solo uno degli strumenti necessari. Madre di quattro figli, in questa puntata, ci racconta come la pianificazione economica e le scelte consapevoli siano fondamentali per crescere una famiglia, e di come queste riescano ad insegnare ai figli il valore del contributo domestico e l’importanza degli obiettivi.

Tempo di lettura: 11 minuti

blank
Natalia Bertelli

Ascolta il podcast della puntata:

«Il dibattito sul fatto che non si facciano i figli perché tutto costa è giusto ed è sacrosanto, però io penso che la considerazione economica ci deve essere fino a un certo punto. Quello che non viene detto prima, secondo me, è che ci devono essere delle scelte che uno deve fare a monte: se tu hai almeno un’idea del tuo futuro riesci a fare delle scelte che poi ti aiutano economicamente anche dopo».

Qualche mese fa si è scatenato un dibattito molto acceso nella nostra community a partire da un articolo del Financial Times, che osservava come fare tanti figli fosse diventato ormai un lusso riservato all’upper class. Non il lusso dell’avere, per una volta, ma quello del poter generare.  In questa puntata, però, Natalia, madre di 4 figli, proverà ad aggiungere ulteriore complessità a questa conversazione. Perché secondo lei, i soldi servono, certo, ma fare figli non è unicamente una questione economica o di servizi. È anche un tema di equilibrio tra desideri e scelte, tra ciò che vuoi e ciò che puoi permetterti.

La fatica di far quadrare i conti

Natalia Bertelli ha 40 anni, vive a Rovigo ed è una traduttrice. È cresciuta in una famiglia molto umile: il padre lavorava come autotrasportatore in proprio mentre la madre era casalinga. La fatica del far quadrare i conti a un certo punto ha cominciato a passarle tra le dita.

«Ricordo che mio padre, quando avevo diciassette anni, portò a casa un enorme computer fisso e mi disse: “Così puoi farmi le fatture”. Io compilavo quei documenti con pagamenti a centoventi giorni, senza rendermi conto di cosa significasse davvero. Solo più tardi ho capito quanto fosse enorme quel peso: mandare avanti una famiglia con un solo reddito, aspettando mesi per essere pagati, anticipando tutte le spese. Nel suo lavoro di autotrasportatore, carburante e autostrada erano interamente a carico suo. Serviva un grande flusso di cassa, ma soprattutto la capacità di saperlo gestire».

Oggi Natalia sa che le mancanze nella gestione del denaro, che per lungo tempo ha imputato a suo padre, in realtà erano figlie della precarietà insita nel suo lavoro.  E anche di alcuni fattori contingenti che a un certo punto avevano reso tutto più fragile.

«Negli anni Settanta e Ottanta si guadagnava meglio. Poi, tra i Novanta e i Duemila, le cose si sono fatte più difficili. Per lui è stato un periodo complicato anche perché ha coinciso con l’avere due figli in età universitaria, proprio quando era ormai vicino alla pensione. Non aveva più le energie di un tempo, ma nemmeno la stessa mentalità: faticava ad adattarsi, a trovare o immaginare nuovi modi di lavorare».

Natalia, nella sua adolescenza, non sente di desiderare più di ciò che ha.

«Anche se in paese c’erano persone che avevano più di me, o conducevano una vita diversa, la cosa non mi toccava. Non facevano parte della mia cerchia, non le frequentavo e, in fondo, non ne sentivo nemmeno il desiderio. Il fatto che qualcuno avesse, per esempio, la piscina, che all’epoca era il massimo, non mi interessava, né mi spingeva a voler partecipare alle sue feste. Credo fosse un mix: da un lato la “non frequentazione”, dall’altro un mio reale disinteresse personale».

Il desiderio di autonomia

Ciò che invece Natalia sicuramente vuole è libertà di scelta.

«Non perché mia madre fosse particolarmente infelice per il fatto di stare a casa, ma perché vedevo in quella condizione una limitazione. Il problema, secondo me, era non poter più trovare un lavoro proprio nel momento in cui sarebbe servito: una mancanza di possibilità che generava ansia. E io non volevo quell’ansia. Per me il lavoro è sempre stato, da un lato, una forma di realizzazione personale e, dall’altro, la garanzia di poter scegliere».

Natalia si iscrive al Liceo Linguistico e appena può inizia a lavorare d’estate.

«All’epoca era normale: tutto il paese andava in campagna a lavorare. Non lo vivevamo come un gesto di emancipazione economica, proprio perché tutti lo facevano. Ti permetteva di mettere da parte qualche soldo, così che, se durante l’anno volevi spenderli per te, potevi».

Terminato il Liceo, Natalia decide di proseguire gli studi specializzandosi nella traduzione. Ma la scelta viene ponderata e calcolata con attenzione.

«Quell’anno vennero a scuola a parlarci degli alloggi per studenti e delle borse di studio, quindi delle possibilità anche sul piano economico. Fu allora che capii che poteva essere fattibile».

I primi passi nel mondo del lavoro

Natalia studia così a Treviso e continua a svolgere qualche lavoretto stagionale. All’ultimo anno di Università, inizia a muovere i primi passi nel mondo del lavoro con uno stage in un’agenzia di traduzioni. E lì capisce qualcosa di molto importante su di sé e sul tipo di carriera che le si addice.

«Io non lavoro bene se lavoro per qualcun altro. Nel senso: faccio quello che devo fare però non ho la stessa soddisfazione».

E così appena laureata, Natalia si mette in proprio e comincia a costruirsi il suo giro di clienti. Aprire la Partita Iva non la spaventa come spesso succede a chi affronta questo passo.

«Si parla spesso male della partita Iva e molti ne hanno paura, ma dipende da come la si affronta. Non credo sia colpa di chi la apre, quanto piuttosto del commercialista, che dovrebbe avvisarti. Non si può pensare che chi apre una partita Iva per la prima volta sappia cosa lo aspetta nel primo anno. Bastano sei mesi di anticipo per spiegare: “Questa è la proiezione, queste saranno le tasse, questi i contributi da pagare”. Così la gente aprirebbe la partita Iva con maggiore consapevolezza. Invece quello che succede, e che è successo anche a me, è che quando arrivano le prime tasse ci si sente sopraffatti, al punto che a me venne da piangere».

Ma Natalia, anche da quella prima esperienza di gestione finanziaria, trae degli insegnamenti.

«Da quell’anno ho cominciato a segnarmi tutte le domande, anche quelle che mi sembravano stupide o banali. Ho capito che, quando si parla di tasse e calcoli, non c’è davvero nulla di ovvio. Bisogna imparare le cose da sé, ma anche trovare un commercialista che sia davvero adatto a te. Alla fine non ti fa un favore: tu lo paghi, quindi parte del suo ruolo dovrebbe essere spiegarti alcune cose fondamentali».

Un’idea di famiglia costruita poco a poco

Nel frattempo, Natalia si sposa. Suo marito lavora come ferroviere e ha un’entrata fissa ogni mese, un elemento di stabilità che entra nell’equilibrio della famiglia. L’idea di avere dei figli c’è, ed è un desiderio che prende forma poco alla volta. Ma, come spesso accade, non segue un piano preciso.

«Abbiamo avuto la prima figlia e, quando aveva circa un anno, ho pensato che non poteva stare da sola, aveva bisogno di compagnia. Poi è arrivato il secondo, ma a me sembrava che mancasse sempre qualcuno in casa. A tavola vedevo posti vuoti. Fare figli non è mai una questione razionale, per me. Così è arrivata la terza, e poi il quarto, sempre perché mancava un posto a tavola».

Il desiderio, però, da solo non basta: serve pianificazione, consapevolezza e, soprattutto, coerenza con i propri valori. Questo significa valutare molti fattori, e fare calcoli realistici su quello che è sostenibile senza rinunciare a ciò che si ritiene importante.

«Il dibattito sul fatto che fare figli costi è giusto e sacrosanto. Non voglio dire che chi non li fa non abbia problemi reali: i problemi ci sono, eccome. Se noi avessimo dovuto pagare tutto, dal nido agli asili, sarebbe stato molto più difficile avere quattro figli. Ma quello che spesso non viene detto è che servono scelte fatte a monte, o comunque una certa visione del proprio futuro, che poi ti permette di prendere decisioni che aiutano anche economicamente».

«Per esempio, noi a un certo punto pensavamo di trasferirci in un’altra città, perché a mio marito piaceva l’idea. Però, dopo un sopralluogo, ci siamo resi conto che tra il mutuo e l’assenza di una rete sociale, ci saremmo dovuti pagare tutto da soli. Bastava fare due conti per capire che non era sostenibile. Lo stesso discorso si può fare, per fare un parallelo, con un’attività commerciale: se vuoi aprire un negozio, fai uno studio di fattibilità, verifichi se ci sarà un giro di clienti, valuti i fattori economici. E così dovrebbe essere anche quando decidi di mettere su famiglia».

Per Natalia, quindi, l’equazione figli = costi, per quanto innegabile, resta solo parziale. Ciò che conta davvero è la scelta di come far crescere i propri figli. I soldi servono, certo, ma ancora più importanti sono le decisioni quotidiane e lo stile di vita che si vuole dare alla famiglia, anche quando esso comporta dei sacrifici.

«Il problema demografico non riguarda solo l’Italia, ma tutti i paesi. C’è stato un periodo in cui fare figli era quasi vissuto come un dovere, e anche così non andava bene. Oggi la situazione è l’opposto: non abbiamo più bisogno della manodopera, non servono più figli come “braccia per l’agricoltura”. Oggi si fanno figli per scelta, ma a quel punto bisogna davvero crederci».

L’importanza delle scelte condivise

Per Natalia, avere tanti figli significa spostare l’attenzione dalle individualità alle relazioni e alle scelte condivise. Le risorse non sono infinite, ma diventano un’occasione per imparare a stabilire delle priorità e ad accettare dei limiti.

«Per esempio, i miei primi due figli vanno a basket insieme e non fanno cinquanta altre attività. Anche se le vorrebbero provare, ci sediamo a tavola e discutiamo: “Ok ragazzi, cosa vorreste fare quest’anno?” Uno dice chitarra, l’altro vuole provare qualcos’altro. Poi facciamo una valutazione economica e logistica e prendiamo una decisione. “”Vuoi fare basket? Ok, due allenamenti a settimana più la partita fuori sede, va bene. La chitarra invece quest’anno non ci sta, la farai l’anno prossimo”. Nella vita non si può fare tutto contemporaneamente, bisogna scegliere».

I primi insegnamenti di educazione finanziaria

Ripensare l’assetto familiare in un’ottica comunitaria sta plasmando anche il modo di ragionare dei figli, che imparano ogni giorno, attraverso piccoli gesti, una lezione di educazione finanziaria.

«Per esempio, mia figlia più grande mi assomiglia molto da questo punto di vista. Fa i lavori in casa in realtà perché ha capito che può guadagnare qualcosa. Arriva e dice: “Ho fatto X, Y e Z, pagami!” Giustamente noi le diamo qualche soldo, così ha un po’ di autonomia per spenderlo come vuole. Naturalmente tutto ciò che è necessario, quello che serve per mantenerla, glielo diamo noi. Quello che è uno sfizio, invece, lo guadagna lavorando. Così imparano a dare il loro contributo: trovano mille modi per rendersi utili con noi, con i nonni, con chiunque. Ed è una cosa davvero bella».

Adesso i figli di Natalia hanno 11, 8, e 4 anni, mentre il più piccolo ha solo 8 mesi. In casa, Natalia e suo marito, riescono a portare una cifra mensile di circa 4.500 euro, molto variabile. E tutto quello che possono risparmiare, lo investono per il futuro dei figli.

«Ho cominciato il primo piano di accumulo con cinquanta euro al mese, pochissimo, ma era il primo passo in quel mondo. Anche qui, secondo me, è fondamentale trovare un consulente che ti ispiri fiducia, che ti spieghi chiaramente cosa stai facendo e quali opzioni ci sono. Da lì puoi prendere decisioni in base alle tue possibilità. L’importante è pensarci: non lasciare tutto sul conto corrente, perché poi l’inflazione se lo mangia e alla fine ti ritrovi con un pugno di mosche in mano».

Il piano d’accumulo destinato ai figli è uno solo, condiviso. Ogni versamento ha però una storia precisa: lei la annota su un quaderno, e sa a quale figlio è destinato. Il suo, è un modo per tenere insieme ordine e adattabilità, lasciando che il tempo e le esigenze dei figli facciano il loro corso, senza forzare un’equazione rigida tra quanto si mette da parte e quanto ciascuno userà.

«Ognuno dei miei figli avrà la sua cifra, che verrà giustamente sbloccata man mano che serve. Il consulente mi spiegava: è vero che ne hai quattro, ma non a tutti serviranno gli stessi soldi nello stesso momento. La prima figlia, per esempio, ne metterà via di più per la Prima Comunione o la Cresima, mentre l’ultimo potrebbe averne bisogno di meno. Poi, il surplus generato dall’investimento verrà redistribuito equamente tra tutti. In questo modo si chiude il cerchio, quando si sbloccano tutti i fondi».

L’insegnamento più grande

La lezione che Natalia vorrebbe passare ai suoi figli è l’importanza di avere un obiettivo. Un faro puntato su ciò che conta veramente e che oscuri tutto ciò che invece distrae.

«Spero che i miei figli capiscano che le cose materiali contano fino a un certo punto. È importante avere degli obiettivi, e che questi si possano raggiungere anche in modo creativo. Non significa avere sempre tutto pronto: serve uno sforzo. Se non sai dove vuoi arrivare, i soldi non sono un punto di partenza, ma solo qualcosa che ti serve a comprare cose che non ti servono a nulla. A volte, non avere tutte le possibilità a disposizione ti dà il tempo e lo spazio necessari per capire dove vuoi andare».

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori