Isee o reddito: cosa conta davvero per ottenere un aiuto?
Il nuovo bonus affitto per i genitori separati guarda al reddito Irpef e non all’Isee. È una scelta che decide chi riceve l’aiuto. Con una soglia a 35 mila euro, chi guadagna poco ma ha molti risparmi può rientrare, mentre una madre con due figli e il conto quasi vuoto rischia di restare fuori. Reddito e Isee misurano cose diverse, e ciascuno ha i suoi punti ciechi.
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di La redazione
Andrea guadagna 34 mila euro l’anno. Vive da solo e negli anni è riuscito a mettere da parte 80 mila euro. Francesca ne guadagna 36 mila, ha due figli che vivono con lei e sul conto ha 3 mila euro. Se entrambi fossero genitori separati e avessero tutti gli altri requisiti per chiedere il nuovo contributo pubblico per l’affitto, con i criteri annunciati finora potrebbe succedere questo: Andrea rientrerebbe, Francesca no. Il ministero delle Infrastrutture ha infatti indicato tra i possibili beneficiari del bonus i genitori con un reddito annuo fino a 35 mila euro, precisando che «non verrà utilizzato l’Isee come parametro ma l’Irpef». Il contributo dovrebbe coprire il 50% dell’affitto, fino a 500 euro al mese. Il fondo – come chiarisce il MIT – dispone di 20 milioni di euro l’anno dal 2026 al 2028.
Andrea e Francesca sono due casi ipotetici, ma servono a mostrare una questione molto reale: reddito e Isee non misurano la stessa cosa. E scegliere l’uno o l’altro può cambiare chi entra e chi resta fuori da un aiuto pubblico. Matteo Salvini, intervistato dal Corriere della Sera, ha rivendicato la scelta dicendo di aver sostituito l’Isee con l’Irpef fino a 35 mila euro e collegandola alla volontà di aiutare chi lavora. Ma il punto più interessante va oltre questo singolo bonus: quando vogliamo capire quanto una famiglia sta bene economicamente, è meglio guardare a quanto guadagna o alla sua situazione complessiva?
Un Isee di 20 mila euro non significa guadagnare 20 mila euro
Il reddito misura, semplificando, quanto una persona o una famiglia ha guadagnato secondo le regole fiscali. L’Isee prova invece a descrivere la condizione economica complessiva di un nucleo familiare. Per farlo considera redditi, patrimonio mobiliare e immobiliare e composizione della famiglia. Ne avevamo già parlato su Rame con Maurizio Motta, già dirigente dei Servizi sociali del Comune di Torino e docente all’Università di Torino che ci ha spiegato come «due nuclei familiari con uguale reddito non avranno necessariamente lo stesso Isee».
La differenza, infatti, sta soprattutto in due elementi: quanto possediamo e quante persone devono vivere con quelle risorse. Prendiamo due persone che guadagnano entrambe 25 mila euro. Una ha 2 mila euro sul conto, l’altra 100 mila tra risparmi e investimenti. Se un bonus guarda soltanto al reddito, per quel requisito sono uguali. Per l’Isee no, perché anche il patrimonio entra nel calcolo. Questo significa che una soglia basata soltanto sul reddito può risultare relativamente più favorevole a chi guadagna poco ma ha accumulato molti risparmi. Allo stesso modo, 30 mila euro per una persona che vive sola non sono la stessa cosa di 30 mila euro per una famiglia di quattro persone.
L’Isee prova a tenere conto anche di questo attraverso la cosiddetta scala di equivalenza, che considera la composizione del nucleo. Perciò una soglia reddituale uguale per tutti può penalizzare relativamente i nuclei più numerosi, se non sono previsti altri correttivi. Ed è qui che torniamo ad Andrea e Francesca: lui guadagna meno, ma ha molti più risparmi e vive solo. Lei guadagna di più, ma ha due figli e quasi niente da parte. Una soglia a 35 mila euro vede soprattutto 34 e 36. L’Isee prova a vedere anche il resto.
Quindi chi ci guadagna e chi ci perde?
In generale, chi ha patrimoni consistenti rispetto al reddito può essere favorito da un criterio basato soltanto sul reddito. Risparmi e immobili possono invece contribuire ad alzare l’Isee. Chi ha più persone nel proprio nucleo può essere favorito dall’Isee, perché la composizione familiare entra nel calcolo. Ma questo non significa che l’Isee fotografi sempre perfettamente quanto denaro abbiamo davvero a disposizione. Nel precedente articolo di Rame, Motta faceva l’esempio di un immobile ereditato che non si riesce né a vendere né ad affittare.
È patrimonio e quindi può incidere sull’Isee, anche se non produce alcuna entrata. Avere una casa che vale 100 mila euro, insomma, non equivale ad avere 100 mila euro disponibili sul conto. È anche per questo che esistono franchigie e regole specifiche. E cambiano nel tempo. Dal 2025, per esempio – come spiegato dal Ministero del Lavoro – titoli di Stato, buoni fruttiferi e libretti postali possono essere esclusi dal patrimonio mobiliare fino a 50 mila euro complessivi per nucleo, come.
L’altro limite dell’Isee: può raccontare il passato
L’Isee ordinario non fotografa necessariamente ciò che ci sta succedendo oggi. I redditi e i patrimoni utilizzati fanno normalmente riferimento al secondo anno precedente: per un Isee presentato nel 2026, il riferimento ordinario è quindi il 2024. Nel frattempo possiamo aver perso il lavoro, esserci separati, aver consumato i risparmi oppure aver iniziato a guadagnare molto di più.Per alcune variazioni significative esiste l’Isee corrente, che permette di aggiornare la fotografia. Ma il problema resta: anche l’Isee è un indicatore costruito attraverso regole e approssimazioni, non la misura perfetta della “ricchezza vera”.
E il lavoro nero?
Salvini ha motivato la scelta del reddito anche sostenendo che in questo modo si aiuterebbe chi lavora rispetto a chi lavora in nero. Ma un reddito nascosto al fisco non diventa visibile semplicemente perché si usa una soglia Irpef. E neppure l’Isee è in grado di scoprire automaticamente l’evasione. La differenza è un’altra: l’Isee non guarda soltanto al reddito, ma anche al patrimonio e alla composizione del nucleo. Nella DSU precompilata, inoltre, vengono utilizzati anche dati presenti negli archivi di Agenzia delle Entrate e Inps. Per questo dire che il reddito è in assoluto più “vero” dell’Isee rischia di confondere due strumenti che rispondono a domande diverse.
Allora qual è il criterio più giusto?
Dipende da quello che vogliamo misurare. Se vogliamo sapere se una persona ha prodotto un reddito superiore o inferiore a una certa cifra, il reddito è il criterio più diretto. Se invece vogliamo confrontare la situazione economica complessiva di famiglie diverse, il reddito da solo lascia fuori informazioni importanti: quanto patrimonio possiedono e quante persone devono vivere con quelle risorse. L’Isee nasce proprio per provare a mettere insieme questi elementi. Ma anche lui ha limiti: può usare dati vecchi, può attribuire valore a patrimoni difficili da trasformare in denaro e dipende da scelte normative su quanto debbano pesare casa, risparmi e composizione familiare. Forse allora la domanda più utile non è se sia “più vero” il reddito o l’Isee, ma quali aspetti della nostra situazione economica vogliamo prendere in considerazione prima di decidere chi ha diritto a un aiuto. Perché ogni soglia lascia inevitabilmente qualcuno appena dentro e qualcun altro appena fuori. Ma prima ancora di decidere dove tracciare quella linea, bisogna scegliere che cosa contare per arrivarci.