L’app
di Rame

“Il prezzo del noi”: perché parlare di tasse è tornato urgente

Il dibattito sulle tasse in Italia si concentra su quanto paghiamo, ma la vera domanda, in realtà è: per cosa siamo disposti a pagare e chi, oggi, può permettersi di non farlo? Le risposte sono tutte nel libro il “Prezzo del noi” di Claudio Siciliotti, edito da Franco Angeli. Economista e divulgatore, Siciliotti ribalta le nostre convinzioni sulle tasse, portandoci a chiederci quale obiettivo hanno per noi.

Tempo di lettura: 4 minuti

Valentina Ciannamea
Valentina Ciannamea

di

Giornalista esperta di mondi digitali con un background da sociologa

chi paga le tasse in Italia
Foto di Christin Hume

In Italia parlare di tasse resta un gesto scomodo. Non perché manchino dati o competenze, ma perché manca una cornice politica condivisa. Le tasse continuano a essere raccontate come una sottrazione individuale, un peso da ridurre, mai come una scelta collettiva. È dentro questa frattura che si inserisce “Il prezzo del noi”, il nuovo libro di Claudio Siciliotti, edito da Franco Angeli.

Siciliotti non arriva a questo tema da una posizione teorica. Economista, commercialista, divulgatore, per anni presidente nazionale della sua categoria, conosce il fisco sia come architettura normativa sia come esperienza concreta vissuta da cittadini e imprese. È anche per questo che insiste su un punto preciso: «Il tema fiscale è prima di tutto un fatto sociale, solo dopo tecnico». Il suo libro nasce da qui: dal tentativo di riportare le tasse fuori dal linguaggio degli addetti ai lavori e rimetterle al centro del discorso democratico.

Le tasse come mezzo, non come slogan

«Le tasse non sono un fine. Sono un mezzo». La frase che ci dice Siciliotti al telefono è semplice ma radicale, perché costringe a fare la domanda che la politica evita da anni: mezzo per fare cosa? Siciliotti è netto nel criticare la retorica bipartisan della riduzione fiscale come obiettivo in sé.

«La politica promette di abbassare le tasse senza mai dire cosa verrà tolto in cambio. Come se fosse possibile avere meno imposte e gli stessi servizi». Questa ambiguità ha un effetto corrosivo: spezza il legame tra tributo e spesa pubblica, tra contributo e diritti. «Ci possono essere più tasse e più servizi. Ci possono essere meno tasse e meno servizi. Ma meno tasse e più servizi non esiste». Continuare a non dirlo significa alimentare una bugia collettiva che mina la fiducia e rende il fisco un bersaglio permanente.

Chi paga davvero le tasse in Italia

Quando si passa dalle percezioni ai numeri, il quadro diventa più chiaro e più scomodo. In Italia il peso dell’Irpef è sostenuto da una minoranza di contribuenti.

«In questo Paese ci sono troppi che pagano poco e pochi che pagano troppo».

Il carico fiscale si concentra su lavoratori dipendenti e pensionati, cioè su chi non può sottrarsi. Al contrario, l’evasione non è un fenomeno residuale, ma strutturale, soprattutto in alcune aree del lavoro autonomo e delle rendite. «L’evasione non è solo criminalità: è un costume, giustificato dal fatto che molti non vedono un ritorno equo del proprio contributo». Il risultato è un sistema che punisce la fedeltà fiscale e normalizza l’asimmetria.

Il grande tabù: ricchi, patrimoni ed eredità

Il punto più rimosso del dibattito italiano riguarda però la tassazione della grande ricchezza. Non del reddito da lavoro, ma dei patrimoni accumulati, spesso per via ereditaria.

«Oltre metà della ricchezza dei miliardari italiani è ereditata». Eppure l’Italia è uno dei Paesi europei che tassano meno le successioni. «Siamo di fatto un paradiso fiscale per le grandi eredità, e non c’è una vera giustificazione per questo».

Siciliotti insiste su un passaggio chiave: non è una questione ideologica, ma di mobilità sociale.

«Il progresso richiede che chi è già avvantaggiato per nascita non possa pretendere di blindare anche per il futuro quei vantaggi».

Quando la ricchezza non contribuisce in modo proporzionato, il sistema perde progressività e il peso si sposta su lavoro e consumi. È così che il fisco diventa regressivo nei fatti, anche se formalmente progressivo.

Il falso rifugio delle imposte indirette

Di fronte a queste distorsioni, spesso si propone di spostare il carico fiscale sui consumi. Ma anche questa è una scorciatoia. «Le imposte indirette colpiscono tutti allo stesso modo, indipendentemente dal reddito». Aumentare Iva e accise significa chiedere di più, in proporzione, a chi ha meno. «Non è spostando il peso dai patrimoni ai consumi che si costruisce equità». Il problema non è scegliere tra tasse dirette o indirette, ma ridisegnare l’equilibrio complessivo.

Le tasse come investimento collettivo

Il punto di svolta del pensiero di Siciliotti è qui: le tasse come investimento sul futuro, non come sacrificio sterile. «Se non parti dagli obiettivi, parlare di riforma fiscale non ha alcun senso». Sanità, scuola, infrastrutture, sicurezza, politiche per i giovani, transizione ecologica, difesa democratica: «Tutto questo si finanzia con le tasse. Tutto».

Continuare a raccontare il fisco come una sottrazione individuale significa rinunciare a una visione condivisa e condannarsi a un conflitto permanente tra contribuenti “inermi” e privilegi nascosti.

Il prezzo del “noi”

Il messaggio finale è forse il più politico di tutti:

«Non esiste cittadinanza senza corresponsabilità».

Pagare le tasse non è obbedire allo Stato, ma partecipare a una comunità. È il prezzo dello stare insieme. Forse il vero problema italiano non è che le tasse siano troppe, ma che abbiamo smesso di dirci per che cosa siamo disposti a pagarle.

E senza quella risposta, nessuna riforma, fiscale o democratica che sia, può davvero reggere.

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori