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Evasione fiscale: cosa cambia con il POS e gli scontrini collegati

Centoquindici milioni di scontrini riemersi e 5,3 miliardi di imponibile in pochi mesi. Dal 2026 ogni pagamento con carta deve corrispondere a una ricevuta: se incasso e scontrino non coincidono, il fisco se ne accorge. Non nuove tasse contro l’evasione fiscale, ma una regola diversa.

Tempo di lettura: 7 minuti

evasione fiscale
Foto di Shawn N.

C’era un momento, alla cassa di un negozio, in cui fino a pochi mesi fa potevamo esistere a due storie diverse, due binari paralleli. Da una parte, l’azione per il pagamento: la carta, il bancomat, il POS. Dall’altra, l’emissione dello scontrino attraverso il registratore telematico, cioè lo strumento che certifica il corrispettivo e ne trasmette i dati all’Agenzia delle Entrate. Dal 1° gennaio 2026 queste due storie, in Italia, devono essere collegate. Non attraverso un cavo e nemmeno necessariamente con un POS fisicamente incorporato nella cassa. Il collegamento è telematico: l’esercente deve associare i propri strumenti di pagamento elettronico ai registratori telematici attraverso il portale dell’Agenzia delle Entrate. A regime, il sistema di cassa registra puntualmente le forme di pagamento utilizzate e gli importi e trasmette quotidianamente in forma aggregata i dati dei pagamenti elettronici. 

La differenza rispetto a prima è abbastanza intuitiva: un pagamento elettronico lascia oggi una traccia che il Fisco può confrontare con i corrispettivi registrati. Se il POS registra 100 euro di pagamenti e il registratore ne certifica 100, tutto torna. Se i due numeri non coincidono sistematicamente, invece, quella differenza può diventare un’anomalia da approfondire. È questo, più che l’idea di un POS che “emette automaticamente lo scontrino”, il cuore della nuova misura. E i primi risultati fanno rumore.

Gli scontrini riemersi

Al 15 maggio 2026, infatti, secondo i dati comunicati dell’Agenzia delle Entrate, il flusso dei corrispettivi trasmessi al Fisco era aumentato di 115 milioni di scontrini, con una base imponibile aggiuntiva di 5,3 miliardi di euro. Sono numeri arrivati dopo poco più di quattro mesi dall’inizio dell’anno e, proprio per questo, vanno maneggiati con cautela. Non significano che lo Stato abbia già incassato 5,3 miliardi di tasse in più. E non significa neppure che tutti quei 5,3 miliardi fossero necessariamente frutto di evasione. Significa che, confrontando i nuovi flussi di dati, sono emersi corrispettivi che prima non risultavano nei dati trasmessi. Ma la dimensione è comunque notevole. Se si dividono 5,3 miliardi per 115 milioni di scontrini, si arriva a circa 46 euro per documento commerciale.

È una media, non una misura dell’evasione per singolo esercente. Ma aiuta a capire perché sarebbe riduttivo liquidare il fenomeno come la vecchia storia dello scontrino non fatto per il caffè. Qui il tema è più grande e pone un interrogativo: quanto denaro può rimanere fuori dal radar del Fisco quando il pagamento e la registrazione fiscale viaggiano su canali separati? Il nuovo sistema prova semplicemente a chiudere quello spazio.

Una questione di… approccio

È una distinzione importante, perché racconta anche una trasformazione più ampia del modo in cui lo Stato prova a combattere l’evasione. Per decenni, il modello è stato soprattutto quello del controllo a posteriori: l’amministrazione fiscale provava a ricostruire ciò che era accaduto, confrontava dichiarazioni e documenti, individuava anomalie e, quando necessario, avviava un accertamento.

La digitalizzazione sta cambiando questa logica. La fatturazione elettronica, per esempio, ha reso molto più strutturato il flusso delle informazioni sulle fatture. Lo split payment e il reverse charge hanno agito, con meccanismi diversi, sul funzionamento dell’Iva. La cedolare secca ha modificato gli incentivi alla dichiarazione dei redditi da locazione. Il collegamento tra POS e registratore telematico segue la stessa filosofia: non aspettare che il Fisco scopra che qualcosa non torna; fare in modo che il sistema renda visibile la differenza quasi nel momento in cui si produce. È una forma di prevenzione più che di repressione. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il dato dei primi mesi del 2026 è più interessante dei 5,3 miliardi in sé.

Il tax gap

Per capire quanto sia importante, però, bisogna allargare l’inquadratura. La Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha stimato per il 2022 un tax gap complessivo compreso tra 98,1 e 102,5 miliardi di euro. Circa il 90% riguarda il gap tributario, il resto quello contributivo. Il numero è enorme, ma raccontato da solo può essere fuorviante. Il tax gap non è semplicemente «quanto gli italiani evadono», è una stima delle entrate che non vengono riscosse rispetto a quelle teoricamente dovute e comprende fenomeni diversi. Inoltre, i valori in euro correnti risentono dell’inflazione. Se si tiene conto di quest’ultima, la fotografia cambia sensibilmente.

Secondo l’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani sulle stime MEF, tra il 2018 e il 2022 l’evasione di imposte e contributi è scesa, a prezzi costanti, da 105,8 a 92,6 miliardi, il 14,5% in meno. Ancora più significativo è il dato relativo alla quota di imposta che non viene versata: la propensione al tax gap è passata dal 19,6% del 2018 al 17% del 2022. Non è una rivoluzione. Ma è una riduzione strutturale, dopo quasi un decennio – dal 2008 al 2017 – in cui il problema era rimasto sostanzialmente fermo.

Il problema rimane. E con numeri notevoli

Il miglioramento non è stato, però, uguale dappertutto. La parte più interessante riguarda l’va. Nel 2022 il tax gap Iva era stimato in circa 29 miliardi di euro, con una propensione all’evasione del 18,4%. Nel 2016 era di circa 35,5 miliardi. La riduzione è stata attribuita anche alla diffusione della fatturazione elettronica e agli altri strumenti che hanno aumentato la quantità e la qualità delle informazioni disponibili per l’amministrazione fiscale.

E qui arriva il confronto europeo. Secondo il più recente VAT Gap Report della Commissione europea, relativo al 2023, l’Italia aveva un VAT gap pari a circa il 15% dell’Iva potenzialmente dovuta, contro una media UE del 9,5%. In altre parole, siamo migliorati, ma restiamo lontani dalla frontiera europea. La Francia era al 5,6%, il Portogallo al 3,6%, la Finlandia al 3%. L’Italia si collocava al 22° posto su 27 Paesi nella graduatoria del gap Iva, contando dal migliore al peggiore. Il messaggio, quindi, non è «l’evasione italiana è finalmente sotto controllo». È quasi l’opposto: sappiamo che alcune strategie funzionano, ma sappiamo anche che funzionano meglio in altri Paesi.

Dove il digitale non è ancora arrivato (abbastanza)

C’è poi il grande problema che il POS non può risolvere. È l’IRPEF dei lavoratori autonomi e delle imprese. Nel 2022 il tax gap dell’IRPEF riconducibile al lavoro autonomo e d’impresa era stimato in circa 37 miliardi di euro, su un gap IRPEF complessivo di circa 40,5 miliardi. La propensione al gap? 59,8%.

E cioè, quasi sei euro di imposta potenzialmente dovuta ogni dieci non arrivano al Fisco. Un dato rimasto sostanzialmente immutato rispetto al 2018. È qui che il confronto con l’Iva diventa istruttivo. Se, infatti, l’Imposta sul Valore Aggiunto ha beneficiato enormemente della possibilità di digitalizzare e incrociare le transazioni, l’IRPEF degli autonomi è invece legata alla determinazione del reddito, alle spese, alle dichiarazioni e a un rapporto molto più complesso tra attività economica reale e imponibile fiscale. Il POS può dirci quanto è stato pagato con una carta. Non può, da solo, dirci quanto ha realmente guadagnato un professionista nell’anno preso in considerazione. Per questo il nuovo collegamento è un pezzo del puzzle, ma non certo la soluzione finale.

Le regole del gioco

La vera sfida, adesso, sarà capire quanto dei 5,3 miliardi di base imponibile emersa sia strutturale e quanto invece legato all’effetto iniziale della nuova misura. I 115 milioni di scontrini in più, però, mostrano già un cambio di passo: quando i dati dei pagamenti e quelli fiscali possono essere incrociati, diventa più difficile che un incasso resti invisibile. È una direzione particolarmente importante in un Paese dove il problema dell’evasione resta significativo e la pressione fiscale è elevata: nel 2024 le entrate fiscali hanno raggiunto il 42,8% del PIL, contro una media OCSE del 34,1%. Per questo la sfida non è soltanto recuperare gettito, ma costruire un sistema più semplice e trasparente, nel quale chi è in regola non abbia la sensazione di essere penalizzato rispetto a chi evade. Il collegamento tra POS e registratore telematico va in questa direzione: non elimina l’evasione, ma restringe uno degli spazi in cui può annidarsi. E se i primi numeri saranno confermati nel tempo, quei 115 milioni di scontrini potrebbero essere il segnale che, qualche volta, per combattere l’evasione è più efficace cambiare le regole del gioco che aumentare i controlli.

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