Quando lei guadagna di più: come il potere economico influisce sulla coppia
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di Elena Carbone
Psicologa e psicoterapeuta esperta in traumi. Con l’account Instagram La psicologa volante fa divulgazione sul rapporto tra psiche e soldi.
Amore e soldi sembrano mondi lontani, come se il primo appartenesse al cuore e il secondo al portafoglio, eppure nelle relazioni di coppia finiscono sempre per incontrarsi e spesso proprio lì nascono tensioni sottili, difficili da nominare, ma molto potenti. Il denaro non è mai soltanto una questione di spese o di conti in comune, diventa misura del valore personale, segno di riconoscimento sociale e garanzia di stabilità.
Quando uno dei due partner ottiene una promozione o vede crescere il proprio reddito, mentre l’altro attraversa un momento di fatica lavorativa, l’equilibrio della coppia si sposta e quello che appare dall’esterno come un semplice cambiamento economico si trasforma in un terreno di fragilità emotiva. È quello che è successo ad Antonella e Alberto, sposati da quindici anni, due figli e una vita che sembrava ben avviata, almeno finché lei ha iniziato a volare alto con il lavoro e lui a sentirsi sempre più invisibile.
La scoperta che spezza la fiducia
«È un momento bello, finalmente mi sento riconosciuta per i miei sforzi. Certo, è faticoso conciliare tutto, ma penso di farcela», racconta Antonella, che è convinta che la coppia, pur con qualche fatica quotidiana, sia solida. Per Alberto, invece, le cose sono diverse perché il suo capo è cambiato e con il nuovo si sente invisibile: «il mio nuovo capo è una persona con cui è impossibile comunicare, ha i suoi preferiti, si è portato dietro le sue risorse quindi mi farà fuori a breve, devo iniziare a guardarmi in giro, ma non è facile trovare qualcosa nel mio ruolo».
In questa situazione Antonella scopre che Alberto chatta con altre donne ed è per questo motivo che vengono in studio da me. Foto, messaggi, nessun incontro fisico (almeno così dice lui), ma la fiducia si spezza. «Non capisco, io mi sento soddisfatta di noi, stiamo bene, abbiamo tutto, facciamo del buon sesso anche se non così spesso come lui vorrebbe… Perché lui cerca altro?» si chiede Antonella sconvolta. Alberto sminuisce, si giustifica e non capisce la gravità della situazione: «Non è che volessi tradire… anzi secondo me sta esagerando, non è tradimento, è una sciocchezza, l’ho fatto per noia».
Quando il denaro diventa misura di valore nella coppia
Iniziamo una terapia di coppia in cui risulta subito centrale quanto quello che è accaduto abbia a che fare con il potere e con la percezione che i soldi diventino misura del valore nella coppia. Lei avanza, lui arretra. Lei accumula status, lui si sente svalutato.
In una società ancora intrisa di patriarcato, il denaro è spesso associato al potere maschile. Se la donna guadagna di più o appare più sicura nel lavoro, non è raro che l’uomo percepisca questo come una perdita di ruolo, anche se la compagna non lo vive affatto come una competizione. In terapia vedo spesso uomini che, di fronte al successo della partner, si sentono defraudati di qualcosa che credevano “loro diritto”: la centralità economica. Questo non accade per cattiveria, ma perché si attivano schemi antichi, legati al riconoscimento e al valore personale.
Per Alberto, infatti, il confronto con Antonella non riguarda solo la coppia, ma rievoca un vissuto lontano: da bambino, fratello di un ragazzo autistico, era quello che “non doveva dare problemi”. La famiglia guardava al fratello, lui imparava a mostrarsi sempre adeguato, mai al centro, mai veramente visto. Oggi, con un capo che lo ignora e una moglie che vola alto, quel bambino invisibile torna a farsi sentire. In seduta mi dice: «Io non reggo l’idea che lei faccia tutto bene e io sembri quello in difficoltà. Non è invidia… è che mi sento mancare la terra sotto i piedi». Provo a suggerire: «Forse non è Antonella che ti lascia indietro. È la tua ferita antica che si riapre ogni volta che non ti senti visto. E allora cerchi altrove quello sguardo che ti manca».
Il lato oscuro della vulnerabilità di Alberto
La prima parte del lavoro terapeutico con loro è proprio questo: riconoscere che il tema non è solo la fiducia tradita, ma l’intreccio tra soldi, status e vecchie ferite. Antonella deve capire cosa scatta in Alberto quando non viene considerato, non per perdonarlo, ma per sapere se può farlo. Mentre Alberto deve iniziare a capire che sotto quella che lui definisce “noia” ci sono montagne di non detti, di esperienze di trascuratezza e di sforzi di compiacimento.
Alberto infatti tende a minimizzare, a ridurre ciò che è accaduto a un gesto superficiale, parla di noia ed è molto restio a mettere in relazione la promozione della moglie e la sua instabilità lavorativa ed economica con il tradimento. Ma, dietro quella difesa si nasconde qualcosa di più profondo. Quando lo invito ad andare oltre la “noia” affiora la sua difficoltà a sostenere il successo della moglie senza viverlo come una diminuzione personale.
«Faccio fatica a pensare che sia vero, ma forse una parte di me è stata troppo abituata a considerarsi il capo famiglia. Vedere che ora mia moglie guadagna più di me e potrebbe anche assumere a breve un ruolo più importante del mio…mi destabilizza. Se non sono il leader della famiglia cosa sono? Che posto occupo?», ammette con fatica. In seduta emerge il lato più oscuro di lui, quello che non osa mostrare ad Antonella: la paura di non valere, la rabbia per sentirsi messo in disparte, il bisogno di essere sempre al centro, anche a costo di cercare altrove.
La cura: riconoscere le ombre
Con Alberto lavoriamo su due piani: da un lato la consapevolezza che il suo bisogno di conferme nasce dal legame tra soldi e identità, dall’altro la possibilità di riconoscere che non è Antonella a “sminuirlo”, ma la sua stessa storia a riattivarsi. Essere cresciuto accanto a un fratello con disabilità lo ha spinto a non chiedere mai nulla, a mostrarsi sempre impeccabile. Oggi questa maschera di forza si ribella: invece di chiedere riconoscimento alla moglie, scivola in chat dove può ottenerlo senza rischi.
Antonella ha potuto ricominciare a fidarsi di lui perché non si è più nascosto dietro il “non è stato niente”, ha potuto vedere quanto Alberto si sia confrontato davvero con le proprie ombre, ha imparato a nominarle e a non tradurle in fughe. Alberto ha potuto dare voce alla parte di sé che faticava ad accettare di non essere più il centro economico della coppia, riconoscendo che dietro la sua rabbia e il suo bisogno di conferme non c’era solo il presente, ma la lunga storia di invisibilità che lo accompagna dall’infanzia. Antonella, dal canto suo, ha potuto esprimere la delusione e la rabbia senza che venissero minimizzate, imparando a riconoscere che la ricostruzione della fiducia passa attraverso il contatto con la vulnerabilità reciproca.
Il lavoro terapeutico con cadute e riprese si è concluso ricostruendo la fiducia lentamente: hanno imparato a stare nella scomodità senza negarla, a riconoscere i reciproci schemi, a portare alla luce significati nascosti e a dare voce ai propri bisogni, sicuri che l’altro li accoglierà, anche se magari non sempre saprà soddisfarli. Alberto e Antonella hanno utilizzato quello che è accaduto per riflettere sulle persone che volevano essere e su ciò che volevano per la loro coppia e si sono scelti nuovamente in modo più consapevole e accogliente.