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Cosa si nasconde dietro le spese fatte di nascosto

Simona ha 41 anni, dirige una catena di negozi e guadagna bene. Ogni settimana compra qualcosa che non le serve, la nasconde nella borsa della spesa e aspetta che il marito non guardi per staccare il cartellino. Non le mancano i soldi per pagare quegli acquisti: le manca il modo di ammettere, con lui e con se stessa, che non riesce a fermarsi.

Tempo di lettura: 6 minuti

Elena Carbone
Elena Carbone

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Psicologa e psicoterapeuta esperta in traumi. Con l’account Instagram La psicologa volante fa divulgazione sul rapporto tra psiche e soldi.

spese fatte di nascosto
Foto di George Bakos

“Non posso dirgli quanto ho speso, non perché mi farebbe una scenata, i soldi sono miei e ci posso fare quello che voglio, ma odio il modo in cui mi guarda”, “Perché? Come la guarda?”, “Con disgusto come se non fossi capace di trattenermi… ed effettivamente è così, ma non ho voglia di essere giudicata. Quindi quando mi compro qualcosa di nuovo lo infilo nella borsa della spesa e, appena non mi vede, stacco il cartellino e lo metto nell’armadio”, “Le succede spesso?”, “Tutte le settimane! Tenga conto che non sono cifre folli, una volta è una crema, un’altra un vestito o delle scarpe…il problema è che non riesco a fermarmi”.

Simona ha 41 anni, è direttrice di una catena di negozi, ha un ottimo stipendio, ma arriva a spenderlo quasi tutto e, spesso, chiede prestiti ai suoi genitori o a suo fratello per non andare in rosso in banca o per pagare le rate dei numerosi acquisti dilazionati che fa. Ogni volta che affrontiamo il tema sottolinea che i soldi sono suoi, che non sottrae nulla al marito e che restituisce sempre i soldi presi in prestito. Io, di contro, provo a farle vedere che vive sempre al limite: restituisce i soldi con lo stipendio del mese successivo, paga alcune rate con i soldi di altri finanziamenti e non riesce mai a trattenersi da un nuovo acquisto…è entrata in un meccanismo che la costringe a rincorrere continuamente le spese precedenti.

Alla base del problema

“Si, ma ce la faccio sempre, non è un problema, non voglio limitarmi”, “Quindi mi ricordi perché è in terapia…”, “Per l’ansia”, “Come si manifesta in lei l’ansia?”, “Ho capito dove vuole andare a parare…Controllo il conto cento volte al giorno, ho paura che mio marito mi scopra e ogni volta che arriva una lettera dalla banca tremo perché ho il timore di andare nei guai”.

La terapia con Simona è molto faticosa perché, anche dopo aver analizzato tutto, aver parlato in modo approfondito delle cause e delle conseguenze della sua problematica, lei ritorna ciclicamente al punto di partenza, in cui non riesce ad ammettere di avere un problema. Minimizza dicendo che non ha ingenti debiti, che paga tutto e difende con forza il diritto di spendere ciò che guadagna.

I meccanismi nascosti dietro gli acquisti

Ma perché, quindi, ogni tanto, Simona viene con costanza e ammette il dolore legato alla sua problematica e, invece, spesso, ridimensiona il problema? Quando ammette ciò che sta accadendo entra in contatto con emozioni molto dolorose: la vergogna in primis, ma anche la paura, il senso di fallimento e di perdita di controllo. Riconoscere il problema vuol dire mettere in discussione una parte della sua identità di donna forte, capace e organizzata. Simona dirige diversi punti vendita, centinaia di persone, budget importanti…ammettere di non riuscire a gestire i propri soldi entra in contrasto con tutto ciò che pensa di essere.

Quando, invece, le emozioni diventano troppo intense, Simona ha bisogno di tenerle lontane: nega, minimizza, giustifica. Per capire perché, bisogna guardare cosa fa davvero l’acquisto. Una giornata difficile al lavoro, una decisione che non dipende da lei, la sensazione di non avere in mano niente. Simona compra una borsa. La tensione scende, e il problema riesce ad affrontarlo con più lucidità. L’acquisto, insomma, funziona: è lo strumento che ha imparato a usare per cambiare in fretta il proprio stato emotivo. Ed è qui che si chiude la trappola. Ammettere di avere un problema vorrebbe dire rinunciare a quello strumento e restare da sola con la sensazione che serviva a coprire. Vorrebbe dire anche riconoscere che proprio il gesto che le restituisce il controllo è quello su cui il controllo l’ha perso. Così Simona oscilla: un momento vede tutto con chiarezza, quello dopo si difende.

In bilico

Questa oscillazione la porta anche in terapia. A volte, crede di venire per nessuna ragione; a volte, scoppia in lacrime perché si rende conto di essere prigioniera di un pattern che non riesce ad interrompere. Una parte di Simona vuole cambiare perché vede con chiarezza le conseguenze, mentre un’altra ha bisogno che quel comportamento continui perché l’acquisto svolge una funzione psicologica precisa: è uno strumento per cambiare rapidamente il suo stato emotivo.

Quando Simona si sente impotente o non considerata, l’acquisto le restituisce una sensazione di possibilità – posso permettermelo, posso avere ciò che desidero – o la fa sentire importante – più sicura, più bella, più all’altezza. Ha una funzione, a breve termine, di abbassare il disagio ed è una strategia che ha interiorizzato tanti anni fa, quando, da bambina, era triste perché i suoi genitori non erano presenti e veniva di volta in volta lasciata in custodia a qualche adulto, che spesso lei non conosceva neanche bene.

Per questo motivo, non importa che l’effetto duri poco: il suo sistema nervoso riconosce come calmante “la cosa nuova”. Quindi, quando l’impulso è passato riesce a riconoscere il problema, quando invece si trova dentro all’emozione, tutta la consapevolezza costruita in terapia non ha più né senso né forza.

La cura

Con Simona abbiamo iniziato a lavorare proprio su questa oscillazione, provando a riconoscere le diverse parti di sé che entrano in gioco. C’è una parte che vede il problema, soffre per l’ansia e desidera cambiare. Ce n’è un’altra che minimizza e difende il diritto a spendere, perché ammettere fino in fondo ciò che accade la metterebbe in contatto con troppa vergogna e poi c’è la parte che compra, perché ha imparato a usare gli acquisti per ritrovare rapidamente sollievo e controllo.

Il lavoro si è focalizzato nell’aiutarla a riconoscere quale parte stia parlando, creando un piccolo spazio tra l’impulso e l’azione. Simona ci sta ancora lavorando: a volte riesce a rimandare un acquisto, a guardare il conto e a dire la verità al marito, altre volte torna a minimizzare o a nascondere. La differenza è che oggi riconosce prima ciò che sta succedendo. Non è ancora libera dal problema, ma sta iniziando a capire che ammetterlo non significa essere debole o incapace, significa poter finalmente scegliere.

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