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Royalties e finanza, la musica è un asset solido per il tuo portafoglio?

Negli ultimi mesi sui social sono sempre più presenti pubblicità che promettono di “guadagnare con la musica”. L’idea è semplice: comprare una quota dei diritti di una canzone e incassare una parte dei ricavi da streaming, radio o pubblicità. Le royalties diventano così un asset finanziario, presentato come alternativa a obbligazioni ed Etf. Ma quanto è solido questo modello e quali rischi nasconde davvero?

Tempo di lettura: 5 minuti

investire in royalties musicali
Foto di Mick Haupt

Probabilmente è capitato anche a te: mentre scorrevi reel e storie sull’imminente Festival di Sanremo, tra pronostici, backstage e classifiche provvisorie, ti sei trovato davanti la pubblicità di una società che prometteva di farti guadagnare investendo in royalties musicali. L’idea è affascinante. Invece di comprare azioni o obbligazioni, potresti acquistare una quota di una canzone e incassare una parte dei ricavi ogni volta che viene ascoltata su Spotify o utilizzata in una pubblicità. Sembra quasi un modo per trasformare la passione per la musica in rendita passiva. Ma è davvero così semplice? E soprattutto: è un investimento serio o un prodotto confezionato molto bene dal marketing?

Come funziona l’investimento in royalties musicali

Quando una canzone genera ricavi, questi arrivano principalmente dallo streaming, dalle sincronizzazioni in film e serie tv, dai passaggi radio e dai diritti editoriali. I titolari dei diritti ricevono una percentuale di questi incassi attraverso società di gestione collettiva o accordi diretti. Negli ultimi anni la crescita dello streaming ha trasformato questi flussi in un business rilevante anche per la finanza. Spotify ha dichiarato di aver pagato oltre 10 miliardi di dollari in royalties nel solo 2024, un dato che fotografa la dimensione economica del fenomeno e spiega perché i diritti musicali siano diventati un asset osservato anche dagli investitori professionali.

Non è solo una questione da piccoli investitori attratti da Instagram. Negli ultimi anni grandi fondi e società di private equity hanno investito miliardi nell’acquisto di cataloghi musicali, considerandoli fonti di flussi di cassa relativamente stabili nel tempo. In questo contesto sono nate piattaforme che permettono anche ai retail di acquistare quote di royalties, promettendo rendimenti annuali talvolta indicati tra il 6 e il 12 per cento. In teoria il meccanismo è lineare: più la canzone viene ascoltata, più guadagni. In pratica è molto più complesso.

Ma le società che pubblicizzano su Instagram sono serie?

Qui bisogna distinguere con attenzione. Esistono piattaforme strutturate che operano come marketplace regolamentati o comunque organizzati con documentazione contrattuale chiara, storico dei flussi di cassa e meccanismi di scambio tra investitori. Il fatto che esistano operatori seri non significa però che ogni pubblicità sui social offra lo stesso livello di trasparenza. Il problema non è solo il rendimento potenziale, ma la qualità delle informazioni. Chi gestisce realmente i diritti? I flussi di incasso sono verificabili e certificati? Quali commissioni vengono trattenute? È possibile rivendere facilmente la propria quota o si resta vincolati per anni?

Molte campagne promozionali insistono sulla narrativa dell’“asset alternativo decorrelato dai mercati”. È un argomento che trova eco anche nel dibattito finanziario internazionale. Reuters ha evidenziato come la cartolarizzazione delle royalties musicali sia tornata di interesse per investitori istituzionali in cerca di flussi alternativi. Ma il fatto che un grande fondo possa permettersi team di analisti e strutture legali dedicate non significa che lo stesso livello di protezione valga per chi investe qualche migliaio di euro tramite una piattaforma vista su Instagram.

Quanto si può guadagnare davvero?

Le royalties musicali non sono un investimento magico. I flussi possono essere relativamente stabili per cataloghi consolidati, ma restano legati alla popolarità dei brani, agli algoritmi delle piattaforme e all’evoluzione dei consumi culturali. Un brano può tornare virale grazie a TikTok e moltiplicare gli ascolti. Oppure può lentamente uscire dalle playlist e ridurre progressivamente i ricavi. Inoltre non esiste garanzia di capitale: se i flussi scendono, anche il rendimento effettivo cala. Molti operatori parlano di rendimenti medi interessanti, ma è fondamentale distinguere tra performance passate e prospettive future. Come per qualsiasi asset non quotato su mercati regolamentati, il rischio di sopravvalutazione esiste.

È meglio di un Etf?

Il confronto con un Etf azionario globale è utile per mettere le cose in prospettiva. Un Etf è liquido, regolamentato, diversificato su centinaia o migliaia di aziende e con costi molto bassi. Può oscillare, certo, ma è trasparente e facilmente vendibile in qualsiasi momento di mercato aperto. Le royalties musicali, invece, sono concentrate su pochi brani o cataloghi, hanno un mercato secondario limitato e comportano un rischio operativo più elevato. Non sono necessariamente peggiori, ma sono diverse. Più vicine a un investimento alternativo o a una forma di private equity che a un prodotto finanziario tradizionale. Per questo difficilmente possono sostituire strumenti core di portafoglio per chi cerca stabilità e semplicità.

Ok, ma quindi quando questo investimento può avere senso?

Investire in royalties può avere senso solo in un contesto molto preciso: come piccola quota di un portafoglio già diversificato, con la consapevolezza dell’illiquidità e con un’analisi attenta dei dati storici dei flussi. Chi valuta questa opzione dovrebbe leggere con attenzione i contratti, capire esattamente quali diritti sta acquistando, verificare la presenza di un mercato secondario e confrontare il rendimento atteso con quello di strumenti tradizionali a parità di rischio. Senza farsi guidare solo dall’emotività o dall’idea seducente di “guadagnare grazie a una canzone”.

Il vero punto: fascino narrativo contro rischio reale

La musica ha una forza emotiva enorme. Comprare una quota di un brano è molto più coinvolgente che acquistare un fondo indicizzato anonimo. Ma il marketing sui social tende a enfatizzare la storia e a semplificare la complessità. E quando un investimento viene presentato come rendita passiva quasi automatica, è proprio il momento di fermarsi e fare qualche domanda in più. Non è detto che le royalties musicali siano una truffa o un cattivo investimento. È però certo che non sono una scorciatoia magica. Come sempre, tra ciò che luccica e ciò che è oro c’è di mezzo l’analisi.

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