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Perché in Italia investiamo così poco nelle startup?

In Italia si investe poco nelle idee dall’esito incerto e la spiegazione più diffusa è la scarsa cultura del rischio. Ma i dati sulla distribuzione della ricchezza raccontano un’altra storia: la stessa cifra persa non pesa allo stesso modo su tutti, e la prudenza può essere una scelta razionale.

Tempo di lettura: 6 minuti

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Foto di Sendi Gibran

Se avessi 20.000 euro da parte, li useresti per finanziare un’idea sapendo che potresti perderli tutti? Prima di rispondere, però, c’è un’altra domanda: se quei 20.000 euro sparissero, che cosa cambierebbe nella tua vita? Per chi possiede una casa, dispone di un altro reddito o può contare sull’aiuto della famiglia, perdere quella somma potrebbe significare aver fatto un investimento sbagliato. Per chi ha impiegato anni per accumularla, potrebbe voler dire azzerare il proprio cuscinetto di sicurezza, rinunciare a un progetto o non avere più denaro per affrontare un imprevisto. La cifra è la stessa. Il rischio no. È anche da qui che bisognerebbe partire per capire perché in Italia investiamo così poco nelle idee dall’esito incerto.

Secondo l’ultimo rapporto di Growth Capital e Italian Tech Alliance, nei primi sei mesi del 2026 le startup e le imprese innovative italiane hanno raccolto 813 milioni di euro attraverso 145 round di investimento. Il dato è in crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e, secondo gli autori del rapporto, mostra un mercato che sta progressivamente maturando. Nello stesso semestre, però, in Europa sono stati investiti complessivamente 44 miliardi di euro: l’Italia rappresenta poco meno del 2 per cento del totale. Il solo Regno Unito ha raccolto 20 miliardi, quasi la metà dell’intero mercato europeo.

Una questione culturale

Come ha scritto Daniele Manca sul Corriere della Sera, una possibile risposta è culturale. La nostra bassa cultura finanziaria ci renderebbe eccessivamente prudenti: preferiamo proteggere il denaro anziché impiegarlo in attività dall’esito incerto e, quando cerchiamo rendimenti più elevati, finiamo spesso per affidarlo a economie nelle quali imprese e investitori sono maggiormente disposti a rischiare. Manca propone quindi di insegnare già nelle scuole e nelle università una diversa cultura del rischio, nella quale anche il fallimento possa essere considerato uno strumento di apprendimento. È una risposta convincente, almeno in parte. Non può esserci innovazione senza la disponibilità ad accettare che alcuni tentativi vadano male. E una società che considera ogni insuccesso una colpa difficilmente incoraggerà le persone a sperimentare. 

Un dato dell’OCSE sembra confermare che questo problema esista. Tra il 2018 e il 2022, il 58 per cento dei giovani italiani dichiarava che la paura di fallire avrebbe potuto impedirgli di avviare un’attività. La media dell’Unione europea era del 45 per cento; soltanto in Grecia la quota risultava più alta. 

Le cause strutturali

Ma la cultura non è l’unica spiegazione possibile. Uno studio della Banca d’Italia sul mercato italiano del venture capital individua almeno tre cause strutturali del ritardo: in Italia sono relativamente pochi i progetti innovativi che riescono a trasformarsi in startup, il settore dei fondi di venture capital è meno sviluppato rispetto a quelli di Francia e Germania e sono più limitate le opportunità che consentono agli investitori di vendere le proprie partecipazioni e recuperare il capitale impiegato. Tra il 2021 e il 2023, gli investimenti italiani in venture capital sono stati appena un quinto di quelli registrati in Francia e Germania. In rapporto al prodotto interno lordo, equivalevano in media allo 0,03 per cento, contro lo 0,09 per cento dei due maggiori Paesi europei. 

Il ritardo italiano, quindi, non può essere ridotto alla paura individuale di perdere denaro. Dipende anche dal numero e dalle dimensioni degli investitori disponibili, dal funzionamento dei mercati finanziari, dalla capacità di far crescere le nuove imprese e dalla possibilità di ottenere un rendimento quando un investimento ha successo. Eppure, dietro questi meccanismi, resta una questione profondamente personale: chi sostiene il rischio quando qualcuno prova a trasformare un’idea in un’impresa?

Chi sostiene il rischio

Il venture capital serve anche a distribuirlo. L’investitore mette a disposizione denaro in cambio di una quota della società e accetta che il risultato dipenda dal successo del progetto. Se l’impresa non funziona, può perdere il capitale investito. Un prestito, invece, deve generalmente essere restituito anche quando il progetto non produce i risultati sperati. Quando gli investitori disposti a entrare nel capitale sono pochi, chi vuole avviare un’attività deve più facilmente ricorrere ai propri risparmi, alla banca o all’aiuto delle persone che gli stanno intorno.

Anche in questo caso i dati dell’OCSE sono indicativi. Interrogati sulle possibili fonti con cui finanziare una nuova attività, il 36 per cento dei giovani europei ha indicato tra le prime opzioni i propri risparmi, il 33 per cento le banche e il 21 per cento familiari e amici. Il punto non è che ogni nuova impresa abbia bisogno di venture capital, né che utilizzare il proprio denaro sia necessariamente sbagliato. È che la possibilità di tentare dipende anche dalle risorse personali e dalla rete di protezione di cui si dispone. È qui che la paura di fallire smette di essere soltanto un limite culturale e può diventare una scelta razionale.

La ricchezza non è uguale per tutti

Le famiglie italiane, nel loro complesso, non sono prive di capitale. Alla fine del 2024 possedevano attività finanziarie per 6.013 miliardi di euro. La parte più consistente era collocata nel risparmio gestito, nei prodotti assicurativi e previdenziali; seguivano depositi e contanti, quindi azioni e partecipazioni. Ma il dato complessivo può essere ingannevole, perché quella ricchezza non è distribuita in modo uniforme. Secondo i più recenti conti distributivi della Banca d’Italia, alla fine del 2025 il 10 per cento più ricco delle famiglie possedeva il 60,6 per cento della ricchezza netta complessiva. Alla metà meno abbiente ne rimaneva il 7,2 per cento.

Parlare genericamente dei “risparmi degli italiani”, quindi, rischia di nascondere una differenza essenziale. Non tutti hanno lo stesso denaro da investire, non tutti possono immobilizzarlo per anni e, soprattutto, non tutti possono perderlo senza modificare radicalmente la propria vita. Per una persona, 20.000 euro possono essere una piccola parte del patrimonio. Per un’altra possono rappresentare tutti i risparmi accumulati. La prima può permettersi di considerare il fallimento un’esperienza. La seconda, prima di ricominciare, potrebbe dover ricostruire da zero la propria sicurezza economica.

Imparare a rischiare non basta

Questo non significa che educare al rischio sia inutile. Al contrario, imparare a distinguere un rischio calcolato da un azzardo, conoscere le diverse forme di finanziamento e accettare che non ogni investimento possa avere successo sono parti essenziali dell’educazione finanziaria. Ma insegnare alle persone a non avere paura di fallire non basta, se non si costruiscono anche le condizioni che consentano loro di sopravvivere economicamente a un errore.

Forse l’Italia investe poco perché non possiede ancora una cultura del rischio sufficientemente sviluppata. Ma può essere vero anche il contrario: abbiamo paura di fallire perché il costo del tentativo continua troppo spesso a dipendere dal patrimonio personale, dalla famiglia nella quale siamo nati e dalla quantità di denaro che possiamo permetterci di perdere.

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