Grandi stazioni italiane, se non compri non ti siedi (e il treno lo aspetti in piedi)
Tra ristoranti, megastore e luci al neon le grandi stazioni ferroviarie italiane sono diventate luoghi dello shopping dove si può comprare di tutto. Nel frattempo, sono scomparse quasi del tutto le sale d’attesa, dove riposarsi e trascorrere tempi vuoti. Ma questa logica di business che entra di prepotenza in tutti gli aspetti della nostra vita, rischia di trasformare gli spazi pubblici in luoghi di esclusione.
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di Giorgia Nardelli
Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.
Roma Termini: 180 unità commerciali su tre livelli, che solo a visitarli tutti non basterebbe una settimana. Milano Centrale: le unità sono 126; Napoli Centrale: 104; Firenze Santa Maria Novella: il numero cala a 74 tra negozi bar e ristoranti, ma a pensarci bene è comunque impressionante, visto che siamo in stazioni ferroviarie. I treni continuano a tardare, ma aspettando puoi mangiare e comprare tutto quello di cui hai bisogno. Difficilmente, però, troverai una sedia dove accomodarti e basta, in santa pace. Le sale d’attesa per come si intendevano un tempo sono state quai del tutto azzerate: addio luoghi chiusi, riscaldati, dove i visitatori potevano attendere seduti il proprio treno, magari leggendo. Non resta che contendersi le panche lungo i binari o qualche seduta lasciata ai quattro angoli.
Da luoghi di attesa a centri commerciali
La conversione delle principali stazioni italiane in grandi mall è l’effetto di una lunga e neanche tanto lenta metamorfosi cominciata a fine anni ’90, in vista del Giubileo del 2000, quando il gruppo FS è passato da una gestione puramente infrastrutturale a una logica di “travel retail”. È diventata evidente tempo dopo, con la nascita della società Grandi Stazioni Retail S.p.A. il 1° luglio 2016, una delle costole di Grandi Stazioni. Alla nuova società è stato “affidato in esclusiva il diritto di sfruttamento commerciale e pubblicitario delle 14 grandi stazioni italiane”, recita il sito ufficiale.
Il business oggi annovera 775 unità commerciali nei 14 hub, per una superficie di 165.000 metri quadrati, dove certo spazi a incasso zero non sono contemplati: se vuoi stare comodo devi mangiare, o comunque pagare. Difatti, per le soste dei viaggiatori l’alternativa sono i salottini “FrecciaLounge” e “Italo Lounge”, a uso esclusivo di titolari di carte fedeltà di alto livello o di biglietti in business class, o di chi sceglie di acquistare un ingresso singolo – costo sopra i 20 euro – per una pausa di lusso. Quasi una tassa su un “comfort”, che fino a ieri era un diritto incluso nel prezzo del biglietto, entrata nella quotidianità senza fare poi tanto rumore, al contrario della più chiacchierata “gabella sugli abbracci”.
Ragioni di sicurezza e logiche di business
È successo che negli ultimi vent’anni, mentre accanto ai binari crescevano le insegne a neon, le sale di attesa ci sono state sfilate per trasformare le stazioni i luoghi di consumo (ne parla qui in un’inchiesta l’Internazionale), dove le transazioni hanno preso il posto del tempo vuoto, dei saluti e delle letture, costringendo chi ha troppi bagagli anche solo per un giro di vetrine a dividersi le poche panchine rimaste all’aperto. Ufficialmente l’esigenza è stata motivata da ragioni di sicurezza. Chiudere le grandi sale d’aspetto è stata la soluzione per limitare le aree di bivacco di senzatetto e delinquenti, rendendole più scure. Già, ma per coniugare servizio e sicurezza sarebbe bastato ammettere l’accesso alle sole persone munite di biglietto, esattamente come succede ora per raggiungere i gate, hanno fatto notare le associazioni di consumatori.
La sottrazione degli spazi come sottrazione dei diritti
Resta la sensazione di assistere a una continua sottrazione di diritti e di spazi vitali alla collettività, per trasformarli in merce, a uso e consumo di chi può permetterseli. Su questo si è interrogata di recente l’urbanista Elena Granata, che nel suo libro “La città è di tutti” sottolinea come il tema riguardi ormai non più solo determinati luoghi, ma la natura stessa della nostra esistenza. L’architetta ha sottolineato come anche la progressiva trasformazione di spazi di tutti a non luoghi di consumo metta in discussione è il concetto stesso di democrazia. Come se gli spazi urbani ci ripetessero in continuazione: “se non consumi, non esisti, non puoi nemmeno sederti”. Da spazio di accoglienza e relazione lo spazio pubblico diventa spazio di esclusione aperto solo a chi accetta di essere l’ingranaggio di una logica di business, persino quando deve prendere un treno.
Sotto la stazione di Santa Maria Novella a Firenze un passeggero ha scovato la scorsa estate una sala d’aspetto vuota e non segnalata. Era oggetto di una sperimentazione temporanea di Trenitalia per gestire le “situazioni di criticità”, e accogliere i soli clienti colpiti da forti ritardi.