Studiare conviene ancora? Cosa dicono le Invalsi sui futuri stipendi
I risultati delle prove Invalsi 2025 confermano un’Italia spaccata in due. Ma dietro i punteggi si nasconde una previsione più scomoda: il divario di competenze a scuola anticipa quello salariale a trent’anni. Studiare conviene ancora, ma non per tutti allo stesso modo.
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di La redazione
È un grande classico dei calendari scolastici a maggio, quello delle prove Invalsi, che anche quest’anno, tra i mugugni degli studenti di tutta Italia, stanno volgendo al termine del loro programma. Il dato sul quale si discuterà nell’immediatezza delle valutazioni è sempre legato al punteggio: chi va meglio, chi peggiora, quali regioni restano indietro. Ma c’è una domanda che raramente accompagna la pubblicazione dei risultati: cosa succede a quei ragazzi dieci o vent’anni dopo? Quale segnale lancia quella fotografia? La risposta non ha che vedere solo con l’ambito scolastico. Ma anche e soprattutto con quelli sociali ed economici.
Un gap nelle competenze a 10 o a 15 anni, infatti, rischia di tradursi in un solco salariale a 30 o a 40. Quello che viene definito divario Nord-Sud non racconta soltanto di differenze educative differenze educative: ma di scelte, di possibilità. Di redditi futuri, occupazione e mobilità sociale. Dietro una difficoltà in matematica o comprensione del testo non ci sono solo voti più bassi. Ci sono meno opportunità di accedere a percorsi universitari competitivi, più probabilità di lavori precari, stipendi inferiori e minore capacità di adattarsi a un mercato del lavoro sempre più complesso.
Dalla pagella alla busta paga
I dati Invalsi 2025 – gli ultimi disponibili in modo completo – mostrano un’Italia ancora profondamente spaccata. Nel Centro-Nord circa il 62% degli studenti raggiunge competenze almeno adeguate e in linea con gli standard europei, mentre in molte aree del Mezzogiorno meno della metà degli studenti arriva alle superiori con competenze sufficienti in italiano e matematica.
Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna continuano a registrare le situazioni più critiche: bassi risultati medi e forti disuguaglianze interne. E quello che un’aula sancisce, il mercato del lavoro lo amplifica. Chi parte con competenze più fragili spesso incontra più ostacoli nel completare gli studi, entra prima in occupazioni poco qualificate e resta più esposto a salari bassi e instabilità lavorativa. È qui che il tema della “povertà educativa” smette di essere astratto: diventa povertà economica.
Studiare è ancora un investimento?
Per anni ci siamo raccontati una storia precisa: studiare conviene. La scuola come ascensore sociale. La laurea come strumento per migliorare la propria condizione economica rispetto alla famiglia di origine. Quella promessa oggi appare più fragile, ma non del tutto spezzata.
Annamaria Lusardi – economista, docente alla Stanford Graduate School of Business ed ex direttrice del Comitato per l’educazione finanziaria – lo ripete spesso: l’istruzione rimane un asset su cui puntare con decisione. Non solo un fattore di potenziamento culturale o personale, ma anche di stabilità economica.
Nel suo libro “Il sapere che conta”, Lusardi spiega che il capitale umano funziona in modo simile a un investimento: più competenze sviluppiamo, maggiore sarà la probabilità di ottenere redditi più alti nel tempo. E numeri sembrano darle ragione. Secondo le rilevazioni della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, il reddito medio cresce con il titolo di studio, soprattutto nel lavoro autonomo. E i dati più recenti confermano un divario significativo: nel 2024 il reddito annuo lordo medio di un laureato supera di circa 12.000 euro quello di un non laureato. Eppure, il quadro è diventato molto meno lineare rispetto al passato.
Lo studio non è uguale per tutti
Oggi il ritorno economico dell’istruzione dipende sempre di più dal tipo di laurea, dal territorio, dall’università frequentata e persino dal settore in cui si riesce a entrare. Le discipline STEM – ingegneria, matematica, informatica, economia quantitativa – continuano a garantire gli stipendi più alti, con retribuzioni che in alcuni casi superano i 35.000 euro lordi annui già tra i 25 e i 34 anni. Al contrario, altri percorsi universitari producono vantaggi economici molto più contenuti, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera.
Esiste poi un altro elemento spesso sottovalutato: la laurea triennale non garantisce necessariamente un salto retributivo significativo rispetto al diploma. Il differenziale tende ad ampliarsi soprattutto con lauree magistrali, master e specializzazioni. In altre parole: studiare continua a pagare, ma non allo stesso modo per tutti. E soprattutto non basta più “avere un titolo”. Conta sempre di più la qualità delle competenze e la loro spendibilità reale.
Il paradosso dei lavori manuali
Qui emerge uno dei paradossi più interessanti del mercato del lavoro contemporaneo. Mentre molti giovani laureati affrontano stipendi bassi, precarietà e lunghi periodi di ingresso nel mondo del lavoro, alcune professioni tecniche e manuali – elettricisti, saldatori specializzati, manutentori industriali, tecnici di impianti – sono oggi sempre più richieste e in alcuni casi meglio pagate di professioni altamente qualificate. Non significa che “studiare non serva”. Significa piuttosto che il rapporto tra titolo di studio e reddito si è complicato.
Il mercato premia competenze rare, utili e difficilmente sostituibili. Quelle che in gergo vengono definite “skilled trades” e che molti stati, nei loro programmi di immigrazione, dichiarano apertamente di essere preferite ai classici percorsi accademici. Per di più, in molti casi il sistema educativo italiano continua a produrre una forte distanza tra formazione e domanda reale di lavoro. Anche questo è un effetto della povertà educativa: non solo carenza di conoscenze di base, ma difficoltà nel costruire competenze coerenti con le trasformazioni economiche e tecnologiche.
Il problema non è solo individuale
Spesso il tema viene raccontato come una responsabilità del singolo: studia di più, impegnati, scegli meglio. Ma le disuguaglianze educative hanno radici molto più profonde. Contano il contesto familiare, l’accesso ai servizi, il territorio in cui si cresce, la qualità delle scuole, la disponibilità economica, le infrastrutture culturali e digitali.
Un ragazzo che nasce in un’area con alta dispersione scolastica e basse opportunità occupazionali parte già con meno strumenti. E il rischio è che il sistema consolidi quel divario invece di ridurlo. Per questo le prove Invalsi non dovrebbero essere lette solo come una classifica scolastica. Sono anche una cartina di tornasole sull’efficacia delle scelte politiche e sul grado di tutela che lo stato offre al diritto costituzionale dei cittadini di avere uguali opportunità. Raccontano quale sarà, probabilmente, la geografia futura dei redditi e delle opportunità in Italia.
L’ascensore sociale si è fermato?
Forse non del tutto. Ma certamente ha subito un rallentamento. L’istruzione continua a essere uno dei fattori più importanti per aumentare reddito e stabilità lavorativa nel lungo periodo. I dati lo confermano ancora. Tuttavia, oggi il percorso è meno automatico e molto più tortuoso. Chi nasce in contesti fragili fatica di più ad accumulare competenze competitive. Chi riesce ad accedere a percorsi formativi di qualità ottiene ancora vantaggi significativi. Ma tra i due estremi si sta allargando una fascia di giovani che studia molto senza vedere corrispondere aspettative e retribuzioni.
Eppure, proprio in un’economia che cambia rapidamente, favorire lo sviluppo delle competenze resta fondamentale. La vera domanda, allora, non è se studiare serva ancora. La domanda è se il sistema italiano sia ancora capace di trasformare l’istruzione in trampolino di lancio per tutti e non soltanto per chi parte già avvantaggiato.