Perché sempre più donne in Italia stanno valutando il social freezing
Costa tra i 3.000 e i 6.000 euro, non è coperto dal Sistema sanitario nazionale e fino a poco tempo fa quasi nessuna ne parlava ad alta voce. Eppure sempre più donne italiane stanno valutando di congelare i propri ovociti come modo per comprare tempo in un’epoca in cui il momento giusto, semplicemente, non arriva.
Tempo di lettura: 7 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
«Io non sono certa di voler fare il social freezing ma sono sicura di voler sapere a che punto è la mia fertilità, oggi». Federica ha 32 anni, è una libera professionista, e da qualche mese ha aggiunto una voce nuova alla sua lista di spese da pianificare. Per ora si tratta solo di trecento euro: il costo di uno screening della fertilità, che le dirà a che punto è la sua riserva ovarica. Sulla base di quel risultato, deciderà se congelare gli ovociti oppure no: «In questo momento ho la necessità di trovare risposte a domande che ancora non ho: in quale parte del mondo voglio crescere un figlio, con quali priorità, in quale ambiente sociale. Non so se le avrò mai, queste risposte. Ma nel dubbio, preferisco avere un’alternativa», racconta.
Quella di Federica è una scelta che fino a tre anni fa quasi nessuna donna in Italia prendeva ad alta voce, mentre oggi è uno dei nodi più interessanti – ed economicamente più rilevatori – del nostro modo di vivere il tempo, il lavoro e le scelte riproduttive.
Cosa stiamo davvero chiamando “social freezing”
Il social freezing è la crioconservazione di ovociti per ragioni non mediche: non si fa perché c’è una diagnosi oncologica o un’endometriosi avanzata, ma perché si vuole preservare la propria fertilità in vista di un futuro che, per il momento, non ha le condizioni per accogliere un figlio.
I numeri italiani esistono solo da qualche anno e sono ancora parziali. Secondo i dati comunicati dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato a fine 2025, in Italia i cicli di social freezing sono passati dai 113 del 2014 agli 802 del 2023: una crescita di oltre sette volte in dieci anni. È una stima per difetto, perché i dati arrivano solo dai centri che inviano volontariamente le informazioni al Registro nazionale PMA dell’Istituto Superiore di Sanità. «In Italia siamo sull’ordine delle centinaia all’anno, ma sono numeri che vengono da convegni medici, non da statistiche ufficiali. Il dato strutturato non esiste ancora», spiega Francesca Bosio, una delle fondatrici di Meggycare, la prima startup italiana che si occupa di divulgazione e orientamento sul social freezing.
Quanto costa davvero e perché è difficile saperlo
Il prezzo che si trova sui siti delle cliniche è solo una parte del conto. «Le cliniche pubblicizzano il pacchetto a 2.500 o 3.000 euro, ma poi ci sono tante altre voci che si aggiungono», dice Francesca. «Gli esami pre-trattamento, che sono obbligatori, costano altre 500 euro. I farmaci per la stimolazione ovarica vanno dai 1.000 ai 2.000 euro, dipende dalla persona. E poi c’è la conservazione annuale, che è un costo ricorrente». Il totale realistico per un ciclo singolo si colloca tra i 4.000 e i 6.000 euro.
A rendere il quadro ancora più opaco è la difficoltà di ottenere informazioni prima della prima visita. «Alcune cliniche non pubblicano i prezzi online. Tu chiami, parli con un centralino che non sa risponderti, e per fare le domande di base devi prenotare una visita medica a pagamento. Stai usando il tempo di un medico per chiedere cose di processo, non cliniche», spiega Francesca.
Nel resto d’Europa la situazione varia molto. In Francia il social freezing è coperto dal Servizio sanitario nazionale: «Ti arriva la lettera a casa per farlo gratuitamente», racconta Francesca. «Nel Regno Unito si parte da 5.000 sterline e si può arrivare a 7.000. In Spagna e in Portogallo i prezzi sono leggermente più bassi, perché costano meno i farmaci. Negli Stati Uniti si arriva ai 10.000 dollari, tanto che alcune americane volano in Europa per farlo».
Cosa dice la legge italiana
Il Servizio sanitario nazionale copre la crioconservazione solo per le pazienti oncologiche, le cui terapie compromettono la fertilità in modo irreversibile. Per tutte le altre, il social freezing è una prestazione interamente a pagamento. Esiste però una zona grigia poco mappata. «Stiamo scoprendo che ci sono singoli ospedali e singole Regioni che, in presenza di altre condizioni – una riserva ovarica molto bassa, un’endometriosi a uno stadio avanzato – fanno la procedura gratuitamente tramite il Sistema sanitario», spiega Francesca. «Ma non c’è una mappatura. Il tuo ginecologo non lo sa, il tuo medico di base non lo sa. L’unico modo per scoprirlo è chiamare gli ospedali uno per uno e provare a capire». Meggycare sta mettendo in piedi un osservatorio proprio su questo: rendere visibili le possibilità di accesso pubblico che oggi esistono ma sono di fatto inaccessibili per mancanza di informazione.
Sul fronte normativo qualcosa potrebbe muoversi. A novembre 2025 il Governo ha aperto alla possibilità di una disciplina specifica della materia, e nello stesso mese il collettivo milanese Stiamo Fresche ha lanciato una petizione per inserire la crioconservazione nei Livelli essenziali di assistenza, rendendola gratuita fino ai 40 anni anche al di fuori dei casi oncologici. Ma per ora si tratta di pressioni politiche e culturali, non di leggi.
Una nuova voce di budget tra le altre
È a questo punto che il social freezing diventa una questione di pianificazione finanziaria personale. Per Federica, la decisione è una variabile che si inserisce in una geografia di priorità già densa. «Se faccio lo screening e scopro che potenzialmente sono già a rischio, questa cosa diventa la mia priorità economica. Magari prima ancora dell’accantonamento pensionistico».
È una logica che ci racconta qualcosa di più ampio: i dati Istat sul 2024 dicono che in Italia l’età media al primo figlio è di 31,9 anni per il totale delle donne residenti in Italia e di 33,1 per le sole italiane: la più alta d’Europa. Per la generazione di donne nate nel 1947 l’età media al primo figlio era 24,8 anni. In due generazioni si sono spostati in avanti quasi sette anni. «Mia madre ha avuto la prima figlia a 21 anni. All’epoca parlare di social freezing sarebbe stata una blasfemia», racconta Federica. Ma quel modello era sostenuto da un’economia che oggi non esiste più: «Mio padre era un operaio semplice e sapeva che sarebbe diventato un operaio specializzato. C’era un ascensore sociale. Oggi se a 30 anni non hai raggiunto un certo grado economico, sai che potenzialmente questa cosa resterà così per tanto tempo». L’ascensore sociale di cui parla Federica non riguardava solo i salari: dava per scontato che la posizione lavorativa, la città in cui si vive e la stabilità economica avessero una direzione prevedibile.
Francesca, che ogni settimana fa call di orientamento con ragazze interessate, conferma che la ragione economica non è quasi mai isolata: «Nessuno mi ha mai detto, vogliamo un figlio ma non possiamo per ragioni economiche. È sempre un mix. È il lavoro che ti fa cambiare città ogni due anni, è la relazione che non si stabilizza, è l’incertezza sul dove vuoi vivere. La carriera è una delle cause principali, ma non è mai l’unica».
Il doppio (anzi, triplo) tabù
Per molte donne, la parte più difficile non è il costo: è il silenzio che ci sta intorno. «Le ragazze con cui parlo ogni settimana mi raccontano tutte la stessa cosa: con le amiche fai fatica, perché magari hanno già figli e ti senti giudicata. Con la famiglia fai fatica, perché parlarne significa ammettere che non hai un progetto definito. E al lavoro fai fatica, perché parlarne significa il contrario, cioè ammettere di averne uno», dice Francesca. «In realtà è un triplo tabù».
Qualcosa, però, sta iniziando a muoversi. In America il fertility benefit – la copertura del social freezing nei pacchetti di welfare aziendale – esiste da anni. In Italia comincia a comparire ora, soprattutto nelle filiali italiane di multinazionali americane che estendono il benefit globale, ma anche in alcune aziende italiane che stanno facendo da apripista. «OTB lo ha già introdotto», racconta Francesca, «e ci sono altre realtà con cui siamo in contatto che vogliono iniziare. Su LinkedIn cominci a vedere il fertility benefit nelle job position. Da qualche parte bisogna pur cominciare».
La domanda dietro la domanda
Il social freezing, in Italia, è anche una toppa privata a un problema che resta collettivo: l’età al primo figlio si è alzata di sette anni in due generazioni non per scelta consapevole, ma per accumulo di ostacoli – salari fermi, lavori instabili, case inaccessibili, una rete pubblica di servizi per l’infanzia tra le più deboli d’Europa. Le donne che oggi valutano di pagare 5.000 euro per congelare gli ovociti non lo fanno perché vogliono “fare carriera al posto della famiglia”, ma perché il momento giusto, semplicemente, non è ancora arrivato.
È il segno di un trasferimento silenzioso: molte delle scelte che chiamiamo personali sono in realtà compensazioni private di vuoti pubblici. E una parte crescente del nostro budget – pensione, casa, fertilità – sta diventando un sistema di assicurazioni individuali contro un futuro che il contesto non riesce più a garantirci.