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di Rame

Studentati: attivati 63mila posti letto, ma dove e a che prezzo?

Il ministero dell’Università annuncia 63.200 posti letto per studenti fuori sede finanziati dal PNRR, di cui circa 33mila già disponibili. Nelle grandi città universitarie, però, i nuovi posti sono pochi, alcuni studentati distano decine di chilometri dagli atenei e le tariffe arrivano a 700-800 euro al mese. Il risultato è che un posto letto in più non sempre abbassa il costo di studiare fuori casa, che per una famiglia somma affitto, trasporti e tempo.

Tempo di lettura: 9 minuti

studentati PNRR
Foto di Alexander Bagno

Martina ha 21 anni e fa parte del quasi mezzo milione di studenti universitari italiani fuori sede. Dopo aver superato con successo la sessione estiva ed aver guadagnato l’accesso al secondo anno, ha iniziato a confrontarsi con lo spauracchio che si ripresenta ad ogni settembre: la ricerca di una stanza. Il budget familiare è già tirato: tra tasse universitarie, trasporti, libri e spese quotidiane, l’affitto è la voce che rischia di far saltare i conti. Martina trova finalmente uno studentato che sembra alla sua portata.

Poi guarda la mappa: è a 30 chilometri dal suo ateneo. La stanza costa meno di un monolocale nel centro della città, ma per arrivare a lezione servono un treno e un autobus. Oppure una navetta, se prevista. Il risparmio sull’affitto rischia così di trasformarsi in una nuova voce di spesa: abbonamenti ai trasporti, pasti fuori casa e, soprattutto, la necessità di organizzare ogni giornata attorno alla distanza tra casa e università.

Studentati PNRR: 63.200 posti letto annunciati, 33mila disponibili

Quello a cui Martina si trova davanti è un paradosso. Uno di tanti casi, se non altro curiosi, che sono stati segnalati da un’inchiesta di IrpiMedia sul cosiddetto Piano Housing del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), finanziato con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Un piano nato con un obiettivo apparentemente semplice: creare 60mila nuovi posti letto per studenti fuori sede entro il 30 giugno 2026. A settembre il ministero ha comunicato di aver superato il target, arrivando a oltre 63.200 posti complessivamente attivati. Ma la cifra racconta solo una parte della storia: dei posti del piano, circa 33mila risultavano già realizzati e disponibili, mentre circa 30mila dovrebbero essere disponibili nel 2027. Il punto, quindi, non è soltanto quanti posti letto siano stati creati. È capire dove sono stati creati, a quali condizioni e per chi.

Pochi posti letto dove gli affitti per studenti sono più alti

Per uno studente fuori sede, la casa non è una spesa isolata. È il centro attorno al quale ruota buona parte del bilancio mensile. Un affitto apparentemente conveniente può diventare molto meno conveniente se comporta due ore di viaggio al giorno o costi aggiuntivi per raggiungere l’ateneo. Ed è qui che la geografia diventa una questione finanziaria.

Secondo l’analisi di IrpiMedia, i finanziamenti del bando non hanno seguito necessariamente la distribuzione territoriale del fabbisogno. Il ministero aveva individuato, nei documenti preparatori, un riferimento alla copertura del 20% degli studenti fuori sede come “fabbisogno minimo”, ma quel parametro non era vincolante per l’assegnazione delle risorse. Il risultato, stando all’inchiesta, è che in 47 province i nuovi posti risultano inferiori a un terzo di quel riferimento, comprese alcune delle principali città universitarie italiane.

Il contrasto è particolarmente evidente proprio nei luoghi dove la pressione abitativa è più forte. A Milano, per esempio, IrpiMedia ha calcolato 1.659 posti finanziati, pari a circa il 9% dell’obiettivo indicato nei documenti ministeriali; a Firenze e Bari la quota sarebbe ancora più bassa. Allo stesso tempo, in alcune province con una domanda universitaria più contenuta sono stati finanziati numeri di posti letto superiori a quelli necessari secondo le stime ministeriali. In altre parole, il problema non sembra essere semplicemente una carenza di risorse. Ma le modalità con cui sono state allocate

Per una famiglia questo dettaglio è tutt’altro che tecnico. Se uno studentato viene costruito dove la domanda è bassa, il posto letto rischia di non risolvere il problema di chi, invece, cerca casa in una grande città universitaria. E se lo studente finisce per affittare comunque una stanza sul mercato privato, il sostegno pubblico rischia di non incidere sulla sua spesa abitativa.

Distanze “ragionevoli”?

C’è poi una seconda questione: quanto lontano può essere uno studentato dall’università? Il bando MUR stabilisce che le sedi debbano essere “agevolmente raggiungibili” e che la distanza tra residenza, sede universitaria e principali snodi del trasporto pubblico debba essere “ragionevole”. Non viene però indicata una distanza massima in chilometri.

Non si tratta di un aspetto secondario. Dire che 30 chilometri sono troppi è un giudizio; stabilire che un luogo è ammissibile perché raggiungibile in un determinato tempo con i mezzi pubblici è un criterio misurabile. Secondo IrpiMedia, inoltre, il ministero non avrebbe fornito gli atti richiesti per chiarire quali sedi universitarie siano state prese come riferimento per alcuni dei progetti analizzati.

Lido di Camaiore, lo studentato a 30 km dall’ateneo

Tra i casi citati dall’inchiesta c’è quello di Lido di Camaiore, in Versilia. Qui è previsto uno studentato finanziato con oltre due milioni di euro, mentre le sedi universitarie pubbliche più vicine, a Pisa e Lucca, si trovano proprio a circa 30 chilometri. Il progetto riguarda strutture già esistenti destinate all’accoglienza turistica. E non è un caso isolato: l’inchiesta individua altri interventi in località fortemente turistiche, compresi luoghi sul mare o nei pressi di importanti destinazioni turistiche.

Questo apre una domanda che va oltre il singolo progetto: un edificio può essere perfettamente adatto a ospitare persone e, allo stesso tempo, essere poco adatto a ospitare studenti? La risposta dipende da come definiamo il problema. Se l’obiettivo è semplicemente aumentare il numero di letti disponibili, un albergo trasformato o una struttura turistica possono essere una soluzione rapida. Se invece l’obiettivo è ridurre il costo complessivo della vita universitaria, la distanza dall’ateneo diventa parte integrante del conto.

Sconto non è sinonimo di accessibilità

Al di là dei costi accessori, poi, quanto costa davvero vivere in questi studentati? Il modello previsto dal bando coinvolge in larga parte operatori privati. Il MUR spiega che almeno il 30% dei posti è destinato agli studenti capaci e meritevoli privi di mezzi attraverso le graduatorie degli enti per il diritto allo studio; per gli altri posti sono previste tariffe inferiori rispetto ai valori medi di mercato. Il ministero precisa inoltre che il prezzo degli studentati comprende normalmente anche utenze e altri servizi, e per questo non sarebbe direttamente confrontabile con il solo canone di una stanza sul mercato privato.

IrpiMedia ha però rilevato prezzi che, in alcuni casi, arrivano a 700-800 euro al mese, anche al Sud. Il confronto corretto non è quindi semplicemente “studentato contro affitto”: bisogna considerare cosa comprende la tariffa, tra servizi e bollette. Ma resta un problema di accessibilità. Anche uno sconto rispetto al mercato non significa necessariamente che una stanza sia sostenibile per una famiglia con un reddito medio o basso. Se un nucleo deve spendere 750 euro al mese per una stanza, più trasporti, cibo e altre spese, il costo annuale della scelta universitaria può diventare proibitivo. E quando il budget non basta, le alternative sono spesso poche: cercare una sistemazione più lontana, lavorare durante gli studi, chiedere un aiuto economico alla famiglia o, nei casi peggiori, rinunciare all’università desiderata.

Monfalcone: l’edificio da 97mila euro rimesso in vendita a 2,2 milioni

Un ulteriore capitolo singolare riguarda il modo in cui alcuni immobili sono entrati nel piano. E il caso di Monfalcone è particolarmente emblematico. Secondo IrpiMedia, la società Fimer Invest avrebbe acquistato nel 2024 per 97mila euro un edificio fatiscente di circa 1.300 metri quadrati. Successivamente avrebbe ottenuto un contributo PNRR di circa 1,3 milioni di euro per trasformarlo in uno studentato da 69 posti. Dopo pochi mesi, l’immobile sarebbe stato messo in vendita a 2,2 milioni di euro, oltre venti volte il prezzo di acquisto. Il progetto è poi rimasto invenduto e, a fine giugno 2026, è stato inserito dal ministero tra le candidature oggetto di rinuncia o esclusione.

I lavori, secondo l’inchiesta, non sono mai iniziati e il contributo non è stato erogato. Questo punto va letto con attenzione: non significa che il contributo pubblico sia stato incassato e poi trasformato in una plusvalenza privata. Nel caso di Monfalcone, secondo quanto ricostruito da IrpiMedia, il progetto è stato escluso prima dell’erogazione dei fondi. Resta però il fatto che il solo ottenimento dell’assegnazione aveva contribuito a rendere l’operazione presentabile sul mercato come un immobile associato a un progetto PNRR. È proprio questa dinamica a sollevare interrogativi sulla struttura degli incentivi.

Hotel e operatori turistici tra i beneficiari del bando

L’inchiesta segnala inoltre che almeno 58 delle 390 società finanziate operano nel settore del turismo e dell’hospitality. Il bando, infatti, non esclude in assoluto operatori di questo tipo e contempla anche la possibilità di destinare una parte dei posti a soggetti diversi dagli studenti. Non basta, quindi, chiedersi se un posto letto esista. Bisognerebbe chiedersi quale funzione svolga, per quanto tempo e a quale costo per lo studente e per lo Stato.

Il botta e risposta tra MUR e IrpiMedia

Su alcuni di questi punti il Ministero dell’Università ha contestato pubblicamente le conclusioni dell’inchiesta. Il MUR ha respinto, in particolare, l’idea che esista un “obiettivo minimo” provinciale vincolante e ha sottolineato che il bando non prevedeva vincoli territoriali, fatta eccezione per la quota del 40% destinata al Mezzogiorno. Il ministero ha inoltre spiegato che nella valutazione delle distanze sono state considerate anche le sedi distaccate degli atenei, i tempi di percorrenza con i mezzi pubblici e, in alcuni casi, le navette gratuite messe a disposizione dai gestori. 

IrpiMedia ha replicato che il “fabbisogno minimo” era comunque indicato nei documenti ministeriali come riferimento per la copertura del 20% degli studenti fuori sede, pur non essendo vincolante. E ha sottolineato che le richieste di accesso agli atti relative alle sedi universitarie considerate per alcuni progetti non avrebbero ricevuto risposta. 

Il punto, dunque, resta aperto. Non tanto sulla possibilità formale di finanziare uno studentato in una determinata località, quanto sulla trasparenza dei criteri con cui stabilire dove fosse più utile spendere il denaro pubblico. Ed è forse proprio qui che il caso housing diventa interessante anche per chi non si occupa direttamente di università.

Non sempre una spesa è risolutiva

Il Piano Housing nasce certamente da un problema reale: in Italia trovare una casa vicino all’università può essere costoso e difficile. Il MUR ha effettivamente mobilitato risorse ingenti e il numero complessivo di posti annunciato è superiore al target iniziale.

Ma quando si parla di politiche pubbliche, proprio come quando si gestisce il bilancio di una famiglia, conta non soltanto quanto si spende, ma cosa si ottiene in cambio. Il vero indicatore non dovrebbe essere soltanto il numero di posti letto inaugurati. Dovrebbe essere quanto quei posti riescono a ridurre il costo complessivo necessario per studiare fuori casa. È una differenza sostanziale. Perché un posto letto costruito dove non c’è abbastanza domanda rischia di essere un numero sulla carta. Un posto letto troppo lontano rischia di trasformare l’affitto in una spesa di trasporto. Uno troppo costoso rischia di lasciare fuori proprio gli studenti per cui l’intervento era stato pensato. E, al di là dei numeri, viene da chiedersi: quanto vale un investimento, anche ingente, se non riesce a rimuovere – e in certi casi impone – gli ostacoli che doveva rimuovere?

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