Senza nonni vicini, avere figli costa di più: cosa sta succedendo in Italia
Per decenni i nonni hanno coperto le falle del welfare italiano, garantendo un risparmio fino a 3mila euro l’anno per famiglia e un valore economico stimato di 18 miliardi. Ma con un giovane su tre che vive lontano dalla regione d’origine, quella rete invisibile si sta sgretolando e il conto lo pagano soprattutto le madri.
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di La redazione
In Italia la genitorialità ha sempre avuto un alleato silenzioso: i nonni. Non solo affetto, presenza o tradizioni tramandate a tavola la domenica. Ma tempo. Un bene sempre più raro e, soprattutto, sempre più costoso. Per decenni il cosiddetto “welfare familiare” ha compensato le lacune del sistema pubblico. Dove mancavano asili nido accessibili, servizi educativi diffusi o politiche strutturate per la conciliazione tra lavoro e famiglia, intervenivano i nonni. Accompagnavano i bambini a scuola, li tenevano nei pomeriggi, coprivano le emergenze, permettevano ai genitori di continuare a lavorare. Oggi però questo equilibrio si incrina. E il motivo è anche geografico.
La migrazione silenziosa
Sempre più persone si spostano per lavorare, spesso lasciando la propria città o regione d’origine. Lo rivelano i recenti dati Istat riportati da IlSole24Ore, secondo i quali oltre il 20% degli italiani cambia comune durante la vita lavorativa e circa un terzo dei giovani adulti vive in una regione diversa da quella in cui è cresciuto. Un fenomeno che riguarda soprattutto la fascia tra i 25 e i 39 anni: gli anni in cui si costruisce una carriera, ma anche quelli in cui si fanno figli. Il risultato è semplice quanto pesante nelle sue conseguenze: genitori e nonni vivono sempre più lontani. E quando viene meno quella rete informale di cura, emergono subito i costi economici che molte famiglie non riescono più a sostenere.
Miliardi invisibili
Il contributo dei nonni all’economia italiana è enorme, anche se raramente viene raccontato come tale. Circa il 64% dei bambini viene affidato a loro quando non è con i genitori o a scuola, e quasi il 70% delle famiglie con figli sotto i dodici anni fa affidamento sul loro supporto. Tradotto: milioni di ore di lavoro di cura svolte gratuitamente ogni giorno. Le stime parlano di un valore economico fino a 18 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del Pil. E per le famiglie il risparmio può arrivare a 3mila euro l’anno in servizi di cura.
Una cifra tutt’altro che marginale, soprattutto in un Paese dove stipendi spesso non tengono il passo col costo della vita. Perché quando i nonni sono vicini, una parte del sistema regge. Quando invece vivono a centinaia di chilometri di distanza, quel costo ricade interamente sulle famiglie.
Il peso dell’assenza
La prima conseguenza è immediata: bisogna comprare servizi in precedenza fruiti senza alcuna spesa, o quasi. Asili nido, baby sitter, doposcuola, centri estivi. Tutte opportunità interessanti, talvolta persino essenziali, ma spesso costose o difficili da trovare, anche a seconda del luogo in cui si risiede.
Non a caso, tra le madri che non utilizzano il nido, il 50% indica il costo come principale ostacolo. E oltre l’11% segnala invece la mancanza di posti disponibili. Ma il problema non è solo quanto si spende. È anche quanto si rinuncia a guadagnare. Perché quando manca una rete familiare vicina, gestire figli e lavoro diventa più complicato. E spesso a pagare il prezzo più alto sono le donne. I dati parlano chiaro: quasi il 90% dei padri con figli piccoli è occupato. Per le madri, invece, ci si ferma al 57%.
Dietro questo divario ci sono scelte che spesso non sono davvero libere. Ridurre le ore, accettare un part-time involontario, rimandare il rientro al lavoro o lasciare del tutto il mercato del lavoro diventano soluzioni obbligate quando non si ha nessuno a cui affidare i bambini. E così la distanza geografica si trasforma in una variabile economica della genitorialità.
Perché le alternative non sono sufficienti
In alcune aree urbane – da Napoli a Roma, passando per Firenze stanno nascendo esperienze che cercano di sostituire, almeno in parte, quella rete familiare che un tempo sembrava scontata. Coworking con spazi dedicati ai bambini, servizi condivisi tra famiglie, luoghi dove lavorare e gestire la cura nello stesso tempo, reti di mutuo aiuto tra genitori, progetti che integrano supporto educativo e attività lavorative: sono tutti tentativi di compensare la perdita del welfare informale garantito dai nonni. Esperienze interessanti, ma ancora frammentate. E soprattutto accessibili in modo molto diseguale a seconda del territorio e del reddito. Perché oggi in Italia la possibilità di conciliare lavoro e figli dipende ancora poco da una visione sistemica e troppo dalle circostanze: avere nonni vicini, poter pagare servizi privati, vivere nella città giusta.
Economia, sì. Ma anche diritti
Spesso il ruolo dei nonni viene raccontato in modo affettuoso e simbolico: pilastri, custodi, radici. Tutte definizioni vere. Ma riduttive. Perché gli anziani sono anche una infrastruttura economica sottovalutata, su cui si regge una parte enorme del nostro funzionamento sociale. Il problema, tuttavia, è che nessun sistema può basarsi per sempre su una soluzione informale. Anche perché le famiglie cambiano, le persone si spostano e l’Italia diventa ogni anno una società più mobile. Continuare ad affidare la sostenibilità della genitorialità alla disponibilità dei nonni significa lasciare che il diritto al lavoro dipenda dalla geografia familiare. E in un Paese già segnato da bassa occupazione femminile e crisi demografica, questa distanza rischia di diventare una delle disuguaglianze economiche più pesanti dei prossimi anni.