Naspi per le vittime di violenza di genere, cos’è e come esercitarlo
L’Inps riconosce la Naspi alle vittime di violenza costrette a lasciare il lavoro per salute o per la propria sicurezza. Il diritto, però, non è automatico. Ecco le cose da sapere e come muoversi.
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di Elisa Lupo
Consulente del lavoro da più di 15 anni, ideatrice, autrice e voce di Previdenti, e IO Lavoro.
Alla vigilia di un agosto nero in fatto di femminicidi e violenze di genere nel nostro Paese, l’Inps e il Ministero del Lavoro si sono espressi su una nuova tutela che riguarda direttamente le lavoratrici costrette a lasciare il proprio impiego per sottrarsi a situazioni di violenza. Una risposta istituzionale che non fa notizia quanto le cronache, ma che vale la pena conoscere.
La norma che dà diritto alla Naspi per le vittime di violenza
Con il messaggio Inps n. 2540 del 3 agosto 2026, elaborato sulla base di un parere del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, viene chiarito che le dimissioni presentate da una lavoratrice vittima di violenza o di atti persecutori possono essere ricondotte alla giusta causa e consentire l’accesso alla Naspi, anche quando lo stalker o l’aggressore non appartengono all’ambiente professionale.
Cosa sono le dimissioni per giusta causa
Di norma, chi si dimette non ha diritto alla Naspi: la scelta di andarsene è considerata libera e volontaria. Esiste però una categoria di dimissioni che la legge tratta diversamente: le dimissioni per giusta causa. Si parla di giusta causa quando si verifica una situazione talmente grave da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. La scelta di interrompere il rapporto di lavoro costituisce, in questi casi, un atto di autodifesa, non una decisione libera, ma una necessità.
È in questa categoria che la norma fa rientrare le dimissioni e il diritto alla Naspidelle vittime di violenza di genere o di atti persecutori. La violenza subita, anche proveniente da un partner, un ex o uno stalker, può compromettere a tal punto la sicurezza e l’equilibrio della persona da rendere oggettivamente impossibile continuare a lavorare.
Quando l’equilibrio o la sicurezza vengono compromessi
La norma individua due scenari concreti in cui può configurarsi il diritto alla Naspi. Il primo è la compromissione dell’equilibrio psicofisico: le violenze subite hanno inciso sulla salute della persona (fisica o mentale) al punto da rendere impossibile svolgere la propria attività lavorativa. Il secondo riguarda il pericolo nel tragitto casa-lavoro: il messaggio richiama il caso di molestie o atti persecutori subiti nel percorso abituale per recarsi al lavoro. In tali circostanze, quando la persona non può raggiungere il luogo di lavoro in condizioni di sicurezza, le dimissioni non sono considerate frutto di una libera scelta, ma un recesso necessario per salvaguardare l’incolumità personale.
Quale documentazione serve
Il punto su cui la norma è inequivocabile è che la sola esistenza della violenza, tuttavia, non comporta automaticamente il diritto alla prestazione: devono potersi evidenziare elementi chiari, oggettivi e documentati, tali da incidere sull’equilibrio psicofisico della vittima o da interferire concretamente con lo svolgimento del lavoro. Ogni caso viene valutato singolarmente: la norma, infatti, prende spunto da alcune pronunce della Cassazione che, nel tempo, hanno aperto a questa interpretazione in situazioni specifiche. Non si tratta quindi di un automatismo, ma di un diritto che può essere rivendicato e riconosciuto quando la situazione è ricostruibile con elementi concreti: denunce, certificazioni mediche, referti, testimonianze, documentazione dei Centri antiviolenza. La prima cosa da fare, dunque, è rivolgersi a centri anti violenza e/o alle autorità competenti e verificare con loro il dafarsi.
Cosa comporta l’accesso a Naspi
È importante ricordare che per tutti i beneficiari di Naspi è prevista l’iscrizione al Sistema di Inclusione Sociale e Lavorativa (SIISL), la sottoscrizione del patto di servizio presso il Centro per l’Impiego territoriale e l’abilitazione a utilizzare la formazione gratuita del progetto EDO – Educazione Digitale per l’Occupazione. Questi strumenti, oltre al sostegno economico immediato, sono pensati per supportare il percorso di reinserimento lavorativo, perché l’indipendenza economica non è solo un diritto: è spesso la condizione che rende possibile uscire da una situazione di rischio.
Ogni misura che le istituzioni mettono in campo per sostenere le vittime e le persone in situazioni di fragilità è un atto di civiltà che va riconosciuto e diffuso. Conoscere i propri diritti è il primo passo per esercitarli.