Gioco d’azzardo e costi sociali: perché lo Stato ci perde anche quando incassa
Nel 2025 gli italiani hanno giocato d’azzardo per 165 miliardi di euro . Lo Stato incassa, certo, ma trattiene solo una quota ridotta di quel fiume di denaro, mentre i costi sociali – ludopatia, sovraindebitamento, criminalità, spese sanitarie – continuano a crescere in silenzio. Il risultato, come lo chiama il “Libro Nero sull’Azzardo” di Cgil e Federconsumatori, è uno “Stato perdente”: chi guadagna davvero sono le grandi imprese del settore, i cui utili sono cresciuti del 165% in cinque anni.
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di La redazione
C’è un’immagine che racconta bene il rapporto dell’Italia con il gioco d’azzardo: mentre il carrello della spesa si alleggerisce, le puntate aumentano. Gli italiani tagliano sui consumi, rinunciano alle vacanze, rimandano visite mediche e acquisti importanti. Eppure il denaro che finisce tra slot machine, scommesse online, gratta e vinci e casinò virtuali continua a crescere. Sempre di più. Nel 2025, il volume complessivo dell’azzardo in Italia ha raggiunto la cifra record di 165 miliardi di euro. L’ordine di grandezza è impressionante: equivale al 7,3% del PIL nazionale ed è superiore all’intero Fondo Sanitario Nazionale. Ogni maggiorenne ha speso in media 3.284 euro in azzardo nel corso del 2025. Peccato che il ritorno in termini di guadagno, per chi gioca, sia spesso una chimera. E che a perdere non siano solo i giocatori che mettono sul piatto più di quanto effettivamente sia nelle loro possibilità. Ma anche lo Stato.
Scorciatoie senza uscita
Per anni il dibattito pubblico e politico si è innestato su un binario chiaro: legalizzare e ampliare il gioco avrebbe sottratto spazio all’illegalità, garantendo allo stesso tempo entrate fiscali preziose. Una specie di compromesso che avrebbe reso felici tutti. Ma oggi quel racconto mostra tutte le sue crepe. Perché se è vero che lo Stato incassa una quota dalle concessioni e dalla tassazione sul gioco, è altrettanto vero che i costi sociali generati dall’azzardo sembrano ormai superare i benefici economici.
Secondo il “Libro Nero sull’Azzardo. Lo Stato perdente” realizzato da Cgil, Federconsumatori e Fondazione ISSCON, l’Italia è il Paese europeo con la più alta perdita netta da gioco: quasi 22 miliardi di euro bruciati in un anno, più di Regno Unito, Germania e Francia. Una montagna di denaro che esce soprattutto dalle tasche delle famiglie più fragili. Non a caso gli autori del rapporto definiscono l’azzardo “una tassa sulla povertà”. Il punto centrale è proprio questo: chi gioca di più, proporzionalmente al proprio reddito, spesso è chi ha meno. Nelle fasce economicamente più vulnerabili, il peso delle perdite arriva al 4% del reddito complessivo. È un meccanismo che si alimenta soprattutto nei momenti di difficoltà economica, quando il gioco smette di essere intrattenimento e diventa illusione di riscatto. Una scorciatoia verso un sollievo finanziario che quasi mai arriva.
Il paradosso: meno soldi, più puntate
Nel frattempo, il settore continua a espandersi. La crescita più impressionante è quella dell’online: nel 2025 le puntate digitali hanno superato per la prima volta i 100 miliardi di euro. In soli sette anni il volume del gioco online è aumentato del 221%. E insieme ai numeri cresce anche la platea dei giocatori più giovani, esposti a un’offerta continua, personalizzata e accessibile 24 ore su 24 direttamente dallo smartphone.
Qui emerge un’altra delle profonde contraddizioni italiane: più il mercato dell’azzardo cresce, più lo Stato diventa dipendente da quel flusso di denaro. Ma proprio questa dipendenza rende difficile intervenire davvero per ridurre il fenomeno. Ogni stretta rischia di diminuire gli incassi fiscali immediati; ogni apertura, però, aumenta i costi collettivi nel medio e lungo periodo.
I silenziosi, ma decisivi, costi sociali
I costi esistono, anche se spesso rimangono invisibili nei bilanci pubblici. Come quelli sanitari legati alla cura delle dipendenze patologiche, o quelli sociali legati al sovraindebitamento delle famiglie, ai supporti psicologici, educativi e lavorativi. E poi, ancora, le spese per i servizi territoriali, per le procedure giudiziarie, per il contrasto all’usura e alle infiltrazioni criminali. Per non parlare di costi meno quantificabili ma ugualmente ragguardevoli: relazioni che si spezzano, risparmi che evaporano, persone che smettono di vedere un futuro possibile.
È per questo che il titolo dell’ultima edizione del rapporto è provocatorio ma efficace: “Lo Stato perdente”. Perché alla fine i grandi vincitori sembrano essere soprattutto i concessionari privati e le multinazionali del settore, i cui utili sono cresciuti enormemente negli ultimi anni. Lo Stato, invece, trattiene una quota che non basta a compensare i danni collaterali prodotti dall’espansione del gioco. Anche il legame tra azzardo e criminalità organizzata continua a rappresentare un nodo aperto. Il rapporto evidenzia come molti dei comuni con la più alta intensità di gioco online coincidano con territori segnati in passato da scioglimenti per infiltrazioni mafiose. Un elemento che mette in discussione l’idea secondo cui la liberalizzazione del gioco avrebbe davvero ridotto il peso dell’economia criminale. La questione, quindi, non riguarda soltanto chi gioca. Ma anche tutto ciò che fa da sfondo.