Eredità ai figli: perché i miliardari non vogliono lasciarla
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di Valentina Ciannamea
Giornalista esperta di mondi digitali con un background da sociologa
Pierre-Edouard Sterin ha un miliardo e quattrocento milioni di euro, cinque figli, e non ha nessuna intenzione di lasciare a loro la sua fortuna. Il fondatore di Smartbox, il colosso francese dei cofanetti regalo, si è presentato al Senato francese chiedendo di modificare le norme sulla successione per poter destinare l’intero patrimonio a progetti filantropici, scavalcando la quota che la legge riserva agli eredi diretti. La risposta del Senato non è ancora arrivata. Il dibattito, invece, è esploso.
La vicenda di Sterin non è isolata. È l’ultimo episodio di una tendenza che attraversa imprenditori, artisti e miliardari da almeno vent’anni: la scelta pubblica e dichiarata di non lasciare l’eredità ai propri figli. O di lasciarla solo in parte, quanto basta a non togliere loro l’incentivo a costruire qualcosa di proprio.
Il club di chi non lascia niente
Nel 2006, durante una serata alla New York Public Library, Warren Buffett disse qualcosa che il pubblico non si aspettava: “Non sono un entusiasta della ricchezza dinastica, specialmente quando sei miliardi di altri hanno mani molto più povere di noi nella vita.” Il 99% del suo patrimonio, circa 115 miliardi di dollari, sarebbe andato in beneficenza. Ai tre figli, qualcosa. Non abbastanza da cambiargli la vita senza guadagnarsela.
Da quella sera, la lista si è allungata. Bill Gates ha dichiarato che dare ai figli “un’enorme somma di denaro non è fargli un favore” e lascerà loro appena l’1% del patrimonio. Insieme a Buffett ha fondato il Giving Pledge nel 2010, un impegno pubblico con cui i più ricchi del mondo si vincolano a donare la maggior parte della propria fortuna: oggi conta oltre duecento firmatari in venticinque paesi. Michael Bloomberg ha scritto che il modo migliore per amare i propri figli è costruire un mondo migliore per loro, e che quasi tutto il suo patrimonio andrà in fondazioni.
Fuori dal mondo degli investitori, il copione si ripete. Il compositore Andrew Lloyd Webber ha detto: “Non credo nel denaro ereditato. I figli perdono l’incentivo a lavorare.” Sting ha dichiarato di aver insegnato ai suoi figli un’etica del lavoro solida, e di non aspettarsi di dover intervenire finanziariamente. Elton John vuole garantire stabilità ai suoi ragazzi, ma aggiunge: “È terribile dare ai figli un cucchiaio d’argento.” Il giornalista e conduttore televisivo Anderson Cooper considera le eredità una maledizione. Mark Zuckerberg e Priscilla Chan hanno annunciato alla nascita della figlia Max di voler donare il 99% delle azioni Facebook, 45 miliardi di dollari, all’avanzamento del potenziale umano.
E poi c’è Marlene
Tra tutte le storie, quella di Marlene Engelhorn è la più radicale. Engelhorn è austriaco-tedesca, nata nel 1992, discendente del fondatore di BASF. Nel 2022 ha ereditato dalla nonna un patrimonio stimato in 4,2 miliardi di dollari, completamente esentasse perché l’Austria non ha un’imposta di successione.
Ha dichiarato di essere “infastidita” dall’eredità. Ha chiesto allo Stato di tassarla al 90%, che però lo Stato ha rifiutato. A quel punto ha fatto una cosa che nessuno si aspettava: ha affidato la decisione su come distribuire la ricchezza a un consiglio di cinquanta cittadine e cittadini austriaci selezionati a sorte il Guter Rat, il Buon Consiglio per la Ridistribuzione. Nel giugno 2024 il consiglio ha distribuito 25 milioni di euro a 77 organizzazioni che si occupano di riduzione della povertà, tutela ambientale, istruzione e alloggi.
È qui la differenza strutturale rispetto agli altri nomi di questa lista. Buffett, Gates, Bloomberg decidono comunque loro dove va la loro ricchezza: scelgono le cause, costruiscono fondazioni che portano il loro nome. Engelhorn ha ceduto anche quella decisione. Ha detto, in sostanza, che il potere che il denaro conferisce non le appartiene.
Dall’altra parte: cosa succede ai figli
I dati sono implacabili: il 70% delle famiglie ad alto patrimonio perde la propria ricchezza alla seconda generazione. La percentuale sale al 90% entro la terza. In inglese, in cinese, in napoletano esiste la stessa espressione: “dalle maniche di camicia alle maniche di camicia in tre generazioni”. Chi ha costruito il patrimonio, chi lo ha difeso, chi lo ha dissipato.
Nel 2024, per la prima volta in quindici anni, tutti i miliardari under 30 presenti nella lista Forbes hanno ereditato il proprio patrimonio, cioè nessuno se lo è costruito. In Italia il quadro è ancora più netto: secondo il rapporto Oxfam del 2025, il 63% della ricchezza miliardaria italiana è ereditata, contro una media mondiale del 36%. Il 5% più ricco delle famiglie detiene il 47,7% della ricchezza nazionale.
Il merito, in Italia, conta meno di chi sei figlio.
Entro il 2040, secondo UBS, i miliardari trasferiranno a livello globale circa 6.900 miliardi di dollari, quasi tutti ai figli. Eppure più di otto su dieci dichiarano di volere che i propri eredi abbiano successo in modo indipendente. Una contraddizione che nessuno sembra intenzionato a sciogliere.
C’è qualcosa che le storie di questa lista hanno in comune, e che di solito non viene detto esplicitamente. Chi sceglie di non lasciare l’eredità ai figli sta anche dicendo qualcosa su cosa significa riceverla.
Marlene Engelhorn lo sa meglio di chiunque altra. Lei l’eredità l’ha ricevuta senza averli chiesti e senza poter rifiutare. Quello che ha descritto è il disagio di trovarsi a detenere un potere sproporzionato semplicemente per via della nascita, in contraddizione con qualsiasi principio democratico.
L’eredità, vista da chi la riceve, non è sempre un regalo. Può essere una responsabilità che non si è scelto di avere. Un’identità imposta, un confronto permanente con qualcuno che non sei. I figli dei grandi patrimoni crescono sapendo di non poter mai sapere con certezza cosa avrebbero costruito da soli. È una forma sottile di privazione, molto diversa dalla povertà, ma reale.
Chi sceglie di non lasciare, allora, non sta solo facendo una scelta finanziaria o filantropica. Sta cercando di restituire ai propri figli qualcosa che i soldi tolgono: la possibilità di scoprire da sé chi sono.
La domanda che resta
Allora cosa significa lasciare qualcosa a chi viene dopo? È un atto d’amore o un atto di potere? È la trasmissione di un vantaggio o la perpetuazione di una disuguaglianza? La legge risponde con la quota di legittima. Il mercato risponde con fondazioni e holding familiari. Engelhorn ha risposto sottraendosi la decisione.
La maggior parte di noi non ha patrimoni miliardari. Ma le domande restano le stesse, su scala diversa. Cosa tramandiamo? E cosa invece è più onesto, per noi e per chi amiamo, lasciare che gli eredi conquistino da sé il patrimonio che desiderano?