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Perché è così difficile tassare i super ricchi

La proposta di legge 1% Equo ha superato le 50mila firme, ma tassare i super ricchi resta complicato. Chi vive di azioni può veder crescere il proprio patrimonio senza incassare reddito, ottenere liquidità con prestiti garantiti dai titoli e detenere beni difficili da censire. Cosa insegnano la tassa sui miliardari della California e la contromossa di Meta per Zuckerberg.

Tempo di lettura: 11 minuti

tassare i super ricchi
Foto di Clay Banks

Cinquantamila firme possono sembrare poche, soprattutto quando l’obiettivo è cambiare il modo in cui un Paese distribuisce il peso delle tasse. Eppure, per arrivare a quel numero, servono cinquantamila persone disposte a sostenere una proposta che, nel dibattito pubblico italiano e non solo, continua a dividere: far pagare un contributo maggiore a chi possiede patrimoni molto grandi.

È quello che è successo con 1% Equo, la proposta di legge di iniziativa popolare depositata il 7 maggio 2026 presso la Corte di Cassazione. La campagna ha già raggiunto il quorum delle 50.000 firme necessarie per portare la proposta all’attenzione del Parlamento, ma la raccolta proseguirà fino al 15 novembre 2026. Un risultato che racconta qualcosa di più di una semplice iniziativa politica: il tema della disuguaglianza economica e di chi debba contribuire al finanziamento dei servizi pubblici è tornato a essere una questione sentita da una parte significativa della società. Ma che cosa prevede, concretamente, la proposta?

La proposta

L’idea è introdurre un’imposta annuale progressiva sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro, escludendo dal calcolo la prima casa. Le aliquote aumenterebbero al crescere della ricchezza: l’1% sulla parte compresa tra 2 e 5 milioni, l’1,7% tra 5 e 8 milioni, il 2,1% tra 8 e 20 milioni e il 3,5% sulla quota superiore a 20 milioni di euro. La proposta interverrebbe anche sull’imposta di successione, prevedendo un aumento delle aliquote attualmente applicate, fino al 15% per i trasferimenti in linea retta e al 22% per quelli a soggetti esterni alla famiglia. Secondo le stime dei promotori, il gettito potrebbe collocarsi tra 26 e 65 miliardi di euro all’anno, da destinare a sanità, istruzione, ambiente, lavoro, sostegno alla disabilità e riduzione dell’Irpef.

Il principio appare relativamente semplice: chi possiede una ricchezza molto superiore a quella della maggioranza della popolazione dovrebbe contribuire in misura maggiore al funzionamento della società. La sua applicazione, però, è tutt’altro che immediata. Perché una cosa è stabilire che i super-ricchi debbano pagare più tasse. Un’altra è riuscire a capire quanto possiedono davvero, dove si trova la loro ricchezza e, soprattutto, come tassarla senza produrre effetti indesiderati sull’economia.

Ricchissimi ma…senza stipendio?

Per inquadrare il problema, bisogna partire da una distinzione fondamentale: reddito e patrimonio non sono la stessa cosa. Il reddito è ciò che una persona guadagna in un determinato periodo, per esempio attraverso uno stipendio, una consulenza o un’attività imprenditoriale. Il patrimonio, invece, è l’insieme delle attività e dei beni che si possiedono, al netto dei debiti. Per la maggior parte delle persone la distinzione non sembra particolarmente importante: il denaro arriva attraverso uno stipendio, viene utilizzato per le spese quotidiane e, se possibile, una parte viene risparmiata o investita. Per i super-ricchi il meccanismo è molto diverso. Una quota enorme della loro ricchezza non deriva da uno stipendio, ma dal possesso di partecipazioni in società, azioni, fondi e altri investimenti finanziari.

Pensiamo al caso emblematico di Elon Musk. Gran parte del suo patrimonio è legata al valore delle partecipazioni in Tesla e SpaceX. Se le aziende crescono e le loro valutazioni aumentano, aumenta anche la ricchezza del loro azionista. Ma questo incremento non significa necessariamente che sul conto corrente di Musk siano arrivati nuovi soldi. In gergo economico si parla di guadagni non realizzati: il valore di un investimento è aumentato, ma il proprietario non ha ancora venduto l’attività e quindi non ha incassato materialmente il guadagno. È qui che nasce una delle principali difficoltà della tassazione dei grandi patrimoni. In molti sistemi fiscali, infatti, i guadagni finanziari vengono tassati proprio quando vengono realizzati, cioè quando l’investimento viene ceduto. Finché le azioni restano in portafoglio, il loro aumento di valore non genera normalmente un’imposta sul capital gain.

La simulazione

Per avere un’idea più chiara di come funziona tale meccanismo, immaginiamo di aver acquistato un’azione a 10 euro. Dopo alcuni anni, il suo valore sale a 100 euro. Ha accumulato un guadagno potenziale di 90 euro, ma finché non l’abbiamo venduta non ha realizzato quel guadagno e, di conseguenza, non siamo in condizione di dover pagare l’imposta sui rendimenti finanziari. Se la vendiamo, invece, la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita diventa imponibile. In Italia, nella maggior parte dei casi, l’aliquota sui redditi finanziari è pari al 26%. Per chi vive di stipendio, il confronto può sembrare paradossale: il lavoratore paga le imposte sul reddito che riceve ogni mese, mentre un miliardario può vedere aumentare enormemente il proprio patrimonio senza generare, almeno nell’immediato, un corrispondente reddito imponibile. Non è necessariamente un’irregolarità, è una caratteristica del funzionamento dei sistemi fiscali

Le azioni come leva per ottenere denaro

A questo punto sorge una domanda: se gran parte della ricchezza di un miliardario è costituita da azioni che non vende, come fa a finanziare uno stile di vita estremamente costoso? La risposta sta in un meccanismo finanziario conosciuto come buy, borrow, die: comprare, prendere a prestito e trasmettere il patrimonio.

Invece di vendere le proprie azioni e incassare un guadagno tassabile, un grande investitore può utilizzarle come garanzia per ottenere un prestito da una banca. Se ipotizziamo che un possidente di azioni per un valore di 10 miliardi di euro ha bisogno di 500 milioni di liquidità, questi può venderne una parte, pagando le imposte sugli eventuali guadagni realizzati, oppure può chiedere un finanziamento offrendo le azioni come garanzia. Nel secondo caso ottiene denaro senza vendere i propri investimenti. E, soprattutto, il prestito ricevuto non è considerato reddito: dovrà essere restituito, ma non costituisce un guadagno imponibile. Questo sistema permette di sfruttare il valore crescente del patrimonio per ottenere liquidità, senza dover necessariamente cedere le attività che lo compongono.

È anche il motivo per cui l’argomento utilizzato da Musk per opporsi alla tassazione della propria ricchezza – «possiedo azioni di SpaceX e Tesla, non una grande pila di contanti» – racconta soltanto una parte della storia. È vero che il suo patrimonio non coincide con una disponibilità equivalente di denaro sul conto corrente. Ma questo non significa che sia impossibile trasformare quella ricchezza in liquidità. Le azioni possono diventare garanzie per ottenere finanziamenti, che a loro volta possono essere utilizzati per acquistare altri beni, finanziare investimenti o sostenere spese personali.

Il risultato è un sistema nel quale una persona può godere dei vantaggi economici della propria ricchezza senza dover necessariamente vendere gli asset che ne costituiscono il valore. Naturalmente, anche i prestiti hanno un costo: ci sono interessi da pagare e il rischio che il valore delle garanzie diminuisca, costringendo il debitore a fornire ulteriori garanzie o a rimborsare parte del finanziamento. Ma per chi possiede patrimoni enormi, l’accesso al credito garantito da attività finanziarie può essere particolarmente conveniente.

Il problema non è soltanto quanto possiedono: è capire che cosa possiedono

Patrimoni in azioni e partecipazione finanziarie non sono le uniche criticità da affrontare. Ne esiste un’altra, se possibile ancora immediata, che emerge quando si prova a progettare un’imposta patrimoniale: identificare con precisione il patrimonio di una persona. Come ha osservato il tributarista Tommaso Di Tanno sul Corriere della Sera, è complesso capire si intenda davvero per patrimonio, come lo si possa misurare e chi ne sia l’effettivo proprietario. 

Per gli immobili e i beni registrati il lavoro è relativamente semplice. Esistono catasti, registri pubblici, atti di proprietà e valori di mercato che consentono, almeno in linea teorica, di individuare il titolare e stimare il valore del bene. Per altri asset la situazione è molto più ambigua. Una collezione di opere d’arte, gioielli, oggetti preziosi o altri beni mobili non registrati può essere difficile da censire e valutare. Lo stesso vale per le partecipazioni in società estere, soprattutto quando sono inserite in strutture societarie articolate o in giurisdizioni che garantiscono un elevato livello di riservatezza. Ricostruire la catena proprietaria, stabilire chi controlla effettivamente le attività e attribuire loro un valore aggiornato può diventare un lavoro estremamente complesso.

In alcuni ordinamenti esistono o sono esistite forme di partecipazione al portatore, che rendono particolarmente difficile identificare il proprietario effettivo. Anche quando la titolarità è formalmente tracciabile, la presenza di trust, società interposte e strutture internazionali può complicare notevolmente il lavoro delle autorità fiscali.

Il rischio, sottolineato da Di Tanno, è che una patrimoniale costruita senza adeguati strumenti di controllo finisca per colpire soprattutto i patrimoni più facili da identificare: quelli costituiti da immobili e beni registrati. Mentre le ricchezze più grandi e sofisticate, proprio perché più difficili da ricostruire, potrebbero rimanere in parte fuori dal perimetro del prelievo. In altre parole, una tassa formalmente rivolta ai più ricchi potrebbe finire per pesare soprattutto su chi ha meno strumenti per proteggere la propria ricchezza.

Una soluzione a metà

D’istinto, verrebbe da chiedersi: se i miliardari non vendono le azioni per evitare le imposte, perché non tassare direttamente l’aumento del loro valore ogni anno? L’idea è stata discussa anche negli Stati Uniti, dove il tema dei grandi patrimoni è ancora maggiore. Il punto, tuttavia, è che il valore di un investimento non è stabile. Un’azione può aumentare del 30% in un anno e perdere il 20% quello successivo. Se lo Stato imponesse un prelievo sull’incremento di valore prima della vendita, potrebbe chiedere al proprietario di pagare tasse su un guadagno che, nel momento in cui deciderà di vendere, potrebbe essersi ridotto o addirittura essere scomparso. Il rischio è quello di creare situazioni paradossali: pagare imposte su ricchezze che non si sono mai concretamente trasformate in denaro e che potrebbero non esistere più qualche mese dopo.

C’è poi un’ulteriore questione. Se un imprenditore fosse costretto a vendere ogni anno una parte consistente delle proprie azioni per pagare le imposte, potrebbe perdere progressivamente il controllo della società che ha fondato. Inoltre, vendite molto consistenti potrebbero influenzare il prezzo dei titoli e creare instabilità sui mercati. Non significa che tassare i guadagni non realizzati sia impossibile in assoluto. Significa che occorrono regole di valutazione, meccanismi di compensazione delle perdite e modalità di pagamento capaci di tenere conto della natura degli investimenti. La difficoltà, insomma, non consiste soltanto nel decidere quanto prelevare, ma anche nel farlo nel momento e con le modalità giuste.

L’alternativa Zuckerberg?

Un caso interessante arriva proprio dal mondo delle grandi società tecnologiche. In vista della possibile introduzione della tassa sui miliardari in California – attraverso la Proposition 40 per cui si voterà proprio in questi giorni – Meta ha predisposto una nuova classe di azioni senza diritto di voto, ma con diritto a partecipare agli utili. Si tratta di titoli che permettono di raccogliere liquidità senza modificare proporzionalmente gli equilibri di controllo della società. Il punto è particolarmente importante per Mark Zuckerberg: grazie alla struttura delle nuove azioni, potrebbe ottenere le risorse necessarie per far fronte a un eventuale obbligo fiscale senza perdere il controllo di Meta.

La vicenda è interessante perché mette in discussione una delle principali obiezioni alla tassazione dei grandi patrimoni: l’idea che per pagare le imposte un imprenditore debba necessariamente vendere una parte delle proprie quote e rinunciare al controllo della società. Non sempre è così. La separazione tra diritti economici e diritti di voto può consentire di raccogliere liquidità senza modificare il potere decisionale dell’azionista di riferimento.

La Proposition 40 propone una tassa una tantum del 5% sul patrimonio dei miliardari residenti nello Stato, con il 90% del gettito destinato alla sanità. La misura potrebbe coinvolgere circa 250 persone e generare, secondo le stime, decine di miliardi di dollari. È un esperimento particolarmente interessante anche perché mostra quanto la discussione sulla tassazione dei super-ricchi sia diventata concreta: non si tratta più soltanto di proposte teoriche, ma di misure che possono entrare direttamente nel confronto politico e nelle strategie delle grandi aziende per comprendere fin dove è possibile costruire un sistema fiscale che distribuisca davvero il carico in maniera equilibrata tra chi vive principalmente del proprio lavoro e chi accumula ricchezza attraverso il possesso di capitale. Senza incorrere in palesi disuguaglianze o nello spettro, periodicamente prospettato, della fuga dei capitali.

Un tema politico prima ancora che fiscale

La discussione sulla tassazione dei super-ricchi non riguarda soltanto le aliquote, i prestiti garantiti dalle azioni o i paradisi fiscali. Riguarda, insomma, anche il modo in cui immaginiamo il funzionamento della società. Nessuno, nemmeno il più brillante imprenditore, costruisce una fortuna completamente da solo. Le grandi aziende utilizzano infrastrutture pubbliche, beneficiano di ricerca finanziata dallo Stato, assumono lavoratori formati nelle università e operano all’interno di sistemi giuridici e istituzionali che rendono possibile la loro attività. La ricchezza privata, soprattutto quando raggiunge dimensioni enormi, si sviluppa anche grazie a risorse e condizioni create collettivamente.

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto sia complicato tassare i miliardari, ma anche quanto sia sostenibile un sistema nel quale chi possiede i patrimoni più grandi può arrivare a pagare, in proporzione alla propria ricchezza, meno di chi vive di stipendio.

Il problema è reale e le soluzioni non sono semplici. Servono registri più efficaci dei titolari effettivi, maggiore cooperazione fiscale internazionale, regole trasparenti per la valutazione degli asset e strumenti capaci di distinguere le situazioni in cui un pagamento immediato provocherebbe problemi di liquidità da quelle in cui il patrimonio è già ampiamente utilizzabile come garanzia per ottenere credito. Ma c’è un altro elemento da non sottovalutare: la volontà politica di affrontare il tema. La raccolta firme di 1% Equo dimostra che la questione non è confinata agli economisti, ai partiti o alle organizzazioni che si occupano di disparità. Esiste una domanda che arriva anche dal basso e che chiede di rimettere al centro il rapporto tra ricchezza privata e responsabilità collettiva. Ed è lì che, probabilmente, finirà per giocarsi la vera partita.

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