L’app
di Rame

Come ritirare la pensione integrativa: pro e contro delle opzioni di uscita

Non esiste solo la formula dell’assegno mensile. Ci sono altri modi per riscuotere le somme della pensione integrativa, e da quest’anno, con le novità introdotte a luglio prima, e il 31 ottobre poi, il ventaglio delle opzioni si è allargato fino a includerne 4, più quella introdotta con la Rita. In questa guida illustriamo con un’esperta caratteristiche, vantaggi e svantaggi delle diverse opzioni.

Tempo di lettura: 9 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

di

Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

Come ritirare la pensione integrativa
Foto di Huy Phan

C’è una domanda che in molti si fanno quando si parla di pensione integrativa: conviene a tutti accantonare per anni i risparmi, per poi ottenere all’uscita dal lavoro una rendita mensile che si aggiunge alla pensione, in un momento in cui per alcuni, sarebbe magari più utile disporre di quei capitali in maniera diversa? Queste persone non sanno, però, che fondi pensione e piani pensionistici non offrono un’unica strada, ma permettono di scegliere tra più alternative.

Con l’entrata in vigore delle nuove norme approvate nella legge di Bilancio 2026, al momento dell’uscita dal mondo del lavoro, ci si trova infatti davanti almeno 4 opzioni. «L’avere allargato il ventaglio di alternative serve a restituire libertà di scelta ai cittadini, sui propri risparmi, senza privare di senso le forme di previdenza integrativa», spiega la consulente del Lavoro Francesca Zucconi. Con lei siamo andati a vedere in cosa consistono le diverse formule, e cosa comportano.

Cos’è la flessibilità in uscita della pensione integrativa

Una delle novità introdotte dalla legge di Bilancio riguarda proprio la possibilità per il lavoratore che ha aderito al fondo pensione o al piano pensionistico individuale, di decidere in quale forma riavere il denaro accantonato. Ma partiamo dall’inizio. Fino al luglio scorso, le possibilità erano essenzialmente due: ricevere la rendita mensile, o scegliere di dividere la somma in due parti: 50% subito e 50% da spalmare sulla rendita integrativa. Ottenere l’intero montante subito in un’unica soluzione, era e resta praticabile solo in casi limitati: principalmente quello in cui dal 70% dell’importo si ottenga una rendita annua inferiore al 50% dell’assegno sociale Inps (che nel 2026 vale in tutto 7.101,12 euro l’anno, su 13 mensilità).

Tradotto in numeri, parliamo di una rendita inferiore a 3.550,56 euro l’anno, cioè sotto i 273,12 euro al mese. A chi matura una pensione integrativa molta bassa, è insomma concessa questa via, che invece è preclusa a tutti gli altri. La ragione è presto detta: ritirando la riserva accumulata in un’unica soluzione, si va a snaturare la natura previdenziale del fondo pensione, che si distingue dagli altri investimenti proprio per il fatto di assicurare un’integrazione al vitalizio mensile della pensione pubblica.  

La rendita a durata definita

Fermo restando questo principio, ma con l’idea di venire incontro a chi ha prospettive e necessità tra le più disparate, nella legge di Bilancio sono state introdotte altre “vie di uscita”. Spiega Francesca Zucconi: «La prima è la rendita a durata definita, operativa dallo scorso luglio. Per chi sceglie questa formula, le somme mensili dell’assegno complementare vengono calcolate in base all’aspettativa di vita, quindi per un numero prestabilito di anni. La differenza con la rendita “classica”, è che quest’ultima viene erogata per tutta la durata dell’esistenza del titolare, esattamente come la pensione pubblica, mentre la rendita definita si interrompe una volta raggiunto il limite di età prefissato, ma consente di avere un assegno più alto. Il montante non ancora erogato resta investito nel fondo, quindi l’importo delle rate può variare in base ai rendimenti».

Inoltre, con la rendita definita, in caso di morte del titolare prima della data indicata, il resto dei risparmi può essere destinato a un beneficiario, e non andrà perduto. Una variante della rendita a durata definita sono i prelievi liberamente determinabili, anch’essi operativi da luglio: il capitale resta investito e il pensionato preleva quando vuole, entro il limite delle rate già maturate e non ancora riscosse.

Come funziona l’erogazione frazionata della pensione integrativa

Dal 31 ottobre, a queste soluzioni si è aggiunta quella dell’erogazione frazionata. «Prevede che il montante venga erogato sulla base di un piano di rate definito, per una durata non inferiore a 5 anni, indipendentemente dall’età e dalla speranza di vita dell’intestatario», dice Zucconi. «Il pensionato diventa in un certo senso protagonista del suo futuro, e può decidere in quanto tempo ricevere il denaro accantonato, purché in almeno 5 anni, e con quale cadenza, da mensile ad annuale, secondo le opzioni previste dal proprio fondo. L’importo delle rate non è fisso: il capitale residuo resta investito e le rate vengono ricalcolate in base ai rendimenti. Se ha esigenze specifiche, per esempio un prestito da onorare o una spesa da affrontare nell’immediato futuro, può in altre parole utilizzare il tesoretto in maniera diversa, sapendo però che terminate le risorse a disposizione, riceverà solo la pensione pubblica».

C’è però un aspetto da considerare nella scelta, che riguarda la tassazione. L’erogazione frazionata ha infatti una tassazione differente rispetto a quella applicata alle altre prestazioni (capitale, rendita vitalizia, rendita a durata definita e prelievi), ed è decisamente più alta. Nella formula “tradizionale”, l’aliquota applicata sulla parte imponibile della prestazione è al 15%, percentuale che si riduce di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione alla previdenza complementare oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Nell’erogazione frazionata, si parte invece dal 20%, che si riduce di 0,25 punti percentuali per ogni anno di permanenza oltre il 15° anno, fino a un minimo del 15%. «C’è da considerare, infine, che la scelta tra le nuove prestazioni è irrevocabile, salvo la possibilità di convertire il residuo in rendita vitalizia, e che prima di decidere conviene verificare che il proprio fondo le abbia già attivate», sottolinea l’esperta. 

La quinta opzione “extra”, la Rita

Non è finita, perché alla rosa di opzioni se ne aggiunge in realtà una ulteriore, e cioè usare il montante del fondo pensione per prendersi degli anni “di vita”, facendo ricorso alla Rita, acronimo che sta per “rendita integrativa temporanea anticipata”. «La Rita è lo strumento attraverso cui il lavoratore può scegliere di lasciare il lavoro qualche anno prima della pensione, destinando parte o tutta la riserva della pensione integrativa a “coprire” finanziariamente gli anni che gli mancano alla maturazione dei requisiti. Il lavoratore riceve dunque le somme in anticipo rispetto alla norma generale, come cuscinetto in attesa di maturare i requisiti necessari per raggiungere l’età pensionabile», spiega Zucconi.

«Bisogna tenere presente, anche in questo caso, che qui il lavoratore incassa in anticipo la pensione integrativa, e quindi gliene resterà solo una parte o nulla. La Rita resta però una preziosa via di uscita per chi ha necessità di lasciare il lavoro in anticipo, magari per accudire un familiare o perché ha bisogno di tirare il fiato». Ne abbiamo parlato qui in modo approfondito.

Vantaggi e svantaggi, a chi conviene cosa

Ma cosa conviene scegliere? «Non è possibile dire a priori se una formula è meglio di un’altra, tutto dipende dalla situazione e dagli obiettivi di chi va in pensione. Ciascuno di noi però può scegliere la strategia più indicata ai suoi bisogni» chiarisce l’esperta.  «Per esempio, chi avrà una pensione pubblica particolarmente bassa potrebbe avere convenienza a scegliere la garanzia di un’integrazione a vita, per avere una maggiore tranquillità, e coprire così il suo fabbisogno. La rendita a durata definita può essere indicata per chi è consapevole che nell’immediato ha necessità di un assegno più corposo, sapendo, però, che se vivrà oltre la media dell’aspettativa di vita, da un certo momento in poi quell’assegno smetterà di riceverlo del tutto».

«Chi invece sa di avere maturato un assegno previdenziale già adeguato e sufficiente a coprire le sue necessità strutturali, potrebbe magari valutare di utilizzare i risparmi per avere sul momento una liquidità maggiore, con la quota in capitale o con l’erogazione frazionata: una logica simile a quella della Rita, utilissima quando per il lavoratore ci sono le condizioni per ritirarsi, e quindi occorre un ponte di liquidità per arrivare alla pensione».

Tasse, vitalizi e rendimenti. La simulazione

Per aiutarci a chiarirci le idee, Francesca Zucconi ha prodotto delle simulazioni che illustrano, sul modello di un pensionato “tipo”, le conseguenze di ciascuna scelta.  L’ipotesi è quella di un lavoratore, Mario,  iscritto al fondo da 25 anni, che va in pensione a 67 anni, con un montante di 150.000 euro. I calcoli sono semplificati: si ipotizzano un coefficiente di conversione in rendita vitalizia del 4,5% (che però varia da fondo a fondo), una speranza di vita residua di 19 anni e un montante interamente imponibile, senza considerare i rendimenti futuri.

La tabella

L’aliquota fiscale a suo carico è del 12% (15% – 0,30 punti per ciascuno dei 10 anni di permanenza oltre il 15esimo), nella scelta dell’erogazione frazionata dovrebbe invece versare al Fisco il 17,5% (20% – 0,25 punti per ciascuno dei 10 anni).  Il consiglio, per tutti, è di rivolgersi, al momento della decisione a un consulente del lavoro o a un patronato, per valutare numeri alla mano quale potrebbe essere la formula che più si adatta alle proprie esigenze. Inoltre, suggerisce l’esperta, è opportuno farsi dare dal fondo pensione o dal piano pensionistico, i coefficienti di conversione e la base imponibile, e fare i conti sul proprio caso.

SceltaCosa incassa (in euro lordi)Note
Formula pura: 100% rendita vitalizia6.750 €/anno (560 €/mese) a vitaNiente agli eredi in caso di decesso, salvo le versioni reversibili o controassicurate, che hanno però una rata più bassa.
Formula mista: 50% capitale + 50% rendita vitalizia75.000 € subito + 280 €/mese a vitaLiquidità e copertura della longevità, ma assegno dimezzato.
Rendita a durata definita: 100% rendita a durata definita7.900 €/anno (660 €/mese) per 19 anniRata più alta nel lungo periodo, trasferimento del residuo ai beneficiari in caso di decesso entro i 19 anni, ma nessuna copertura oltre gli 86 anni.
Formula mista con rendita a durata definita: 50% capitale + 50% durata definita75.000 € subito + 330 €/mese per 19 anniRata più alta rispetto alla formula mista B, e residuo agli eredi in caso di decesso entro i 19 anni; a 86 anni niente più assegno 
Erogazione frazionata 50% capitale + frazionata in 5 anni75.000 € subito + 15.000 €/anno per 5 anniTasse totali più alte (22.100 € contro 18.000 € delle altre formule, 4.100 € in più).

Le soluzioni

  • Se Mario ha una pensione Inps modesta e nessun’altra entrata, le soluzioni A o B lo proteggono meglio;
  • Se la pensione pubblica è buona e vuole lasciare qualcosa ai figli, le soluzioni C o D gli danno di più;
  • Se gli servono risorse per arrivare alla pensione pubblica, la soluzione E risolve il problema, ma quella flessibilità si paga con più tasse.
Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori