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Intelligenza artificiale e licenziamenti, cosa cambia con i nuovi decreti italiani

Per la prima volta una norma italiana stabilisce che assunzioni e licenziamenti non possono essere affidati solo a un algoritmo: la decisione finale spetta a una persona. Ma tra una scelta presa dall’IA e una soltanto approvata da un umano resta una zona grigia, e la tutela conta solo se chi lavora sa di averla.

Tempo di lettura: 6 minuti

intelligenza artificiale e licenziamento

Un algoritmo può suggerire. Può analizzare dati. Può persino segnalare chi produce di più e chi produce di meno. Ma non può decidere da solo di licenziarti. È questa la novità più importante contenuta nei decreti legislativi approvati di recente in via preliminare dal Consiglio dei Ministri per attuare la legge 132 del 2025 e adeguare l’ordinamento italiano all’AI Act europeo. 

Per la prima volta una norma italiana mette nero su bianco un principio destinato a incidere sul futuro del lavoro: le decisioni che riguardano il rapporto tra azienda e lavoratore non possono essere affidate esclusivamente all’intelligenza artificiale. L’articolo 48 del decreto stabilisce infatti che questo principio ha validità su assunzioni, promozioni, modifiche delle condizioni contrattuali, valutazioni delle performance, sanzioni disciplinari e, appunto, licenziamenti. L’essere umano, insomma, deve restare centrale nel processo decisionale. Può sembrare una precisazione tecnica. In realtà la questione è molto concreta: chi valuta e chi prende davvero le decisioni, oggi, rispetto alla nostra professione?

Una norma che riguarda tutti 

Sempre più aziende, del resto, utilizzano software capaci di analizzare prestazioni, monitorare attività, assegnare punteggi e formulare raccomandazioni sulle risorse umane. Finché questi strumenti supportano chi decide, il loro utilizzo è consentito. Il problema nasce quando il confine tra supporto e decisione diventa sfumato. Per questo la nuova norma prova a fissare un limite: l’IA può fornire indicazioni, ma la responsabilità finale deve restare umana. E c’è un dettaglio particolarmente importante per chi lavora. La bozza del decreto prevede che il licenziamento disposto in violazione di questo principio sia nullo. Tradotto: se un’azienda decidesse di licenziare una persona sulla base di una decisione presa esclusivamente da un sistema automatizzato, quel licenziamento potrebbe essere contestato.

La norma rappresenta senza dubbio un passo avanti. Ma sarebbe un errore considerarla il punto di arrivo definitivo. Perché tra una decisione “presa da un algoritmo” e una decisione “presa da una persona con il supporto di un algoritmo” esiste una vasta zona grigia. Immaginiamo un responsabile delle risorse umane che riceve una classifica elaborata da un sistema di IA e che si limita ad approvarla senza svolgere una verifica reale. Formalmente, la decisione è umana. Nella sostanza, però, quanto ha inciso il suo giudizio? È qui che si giocherà la partita più importante. Il valore concreto della norma dipenderà da come verrà applicata, dai controlli che verranno effettuati e dalla capacità dei lavoratori di conoscere e far valere i propri diritti. Perché una tutela esiste davvero soltanto quando le persone sanno che esiste.

Un cantiere ancora aperto

A corredo della norma sui processi decisionali, il decreto prevede anche che l’impatto dell’IA venga considerato nella valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori – quando viene utilizzata per modificare le modalità di espletamento delle varie mansioni – e punta sulla formazione, con percorsi dedicati a studenti, professionisti e dipendenti pubblici.

Sul fronte dei controlli, vengono attribuiti nuovi poteri all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), mentre le sanzioni per le violazioni più gravi possono arrivare fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale. Il decreto introduce inoltre regole sull’equo compenso per i professionisti che utilizzano sistemi di IA e strumenti per favorire la sperimentazione e l’innovazione.

Prima di parlare di regole consolidate, tuttavia, bisogna ricordare che il percorso non è concluso. I decreti sono stati approvati in esame preliminare e dovranno passare attraverso le commissioni parlamentari, la Conferenza Stato-Regioni e le autorità competenti. Successivamente saranno necessari ulteriori passaggi attuativi. Molti dettagli potranno ancora cambiare. Ma una direzione, certamente, è stata tracciata. Ovvero quella secondo cui quando in gioco ci sono il lavoro, il reddito e il futuro professionale delle persone, la responsabilità non può limitarsi a numeri e dati.

Oltre i licenziamenti: chi beneficerà dell’IA?

Il dibattito politico italiano solleva, però, un’altra domanda. Di più ampio respiro, per certi versi. Se, come ormai pare assodato, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro ha innescato dei processi irreversibili, chi sarà a beneficiare di tali cambiamenti? Negli Stati Uniti, il senatore Bernie Sanders – in un articolo pubblicato originariamente sul New York Times e ripreso da Internazionale – ha posto la questione in termini molto semplici: se l’IA è stata costruita utilizzando il patrimonio di conoscenze, idee, contenuti e creatività accumulato dall’umanità nel corso dei secoli, è giusto che le ricadute economiche positive finiscano nelle mani di pochi soggetti che controllano la tecnologia?

È una domanda che vale anche in Europa e in Italia. Perché l’intelligenza artificiale non nasce dal nulla. Si alimenta di libri, articoli, software, immagini, opere artistiche, ricerca scientifica e conoscenze prodotte da milioni di persone. In un certo senso, si nutre della nostra intelligenza collettiva. E allora la questione non è soltanto come regolare l’IA, ma come distribuire il valore che questa produrrà. Sarà, si chiede Sanders, solo appannaggio delle aziende e degli investitori? O anche i lavoratori saranno inclusi? Se aumenterà la ricchezza complessiva, sarà condivisa o concentrata nelle mani di pochi? E se automatizzerà sempre più attività creative, come continueremo a riconoscere e valorizzare il contributo umano?

Preservare la libertà e la creatività

Sono domande a cui il decreto italiano non risponde. E probabilmente non potrebbe farlo. Ma la scelta di mantenere l’essere umano al centro delle decisioni sul lavoro indica una direzione precisa: la tecnologia deve essere al servizio delle persone, non il contrario. Quando si parla di IA si tende a immaginare che le attività creative siano al sicuro e che l’automazione riguardi soprattutto i lavori più ripetitivi. Sta accadendo anche il contrario.

Oggi gli strumenti generativi scrivono testi, producono immagini, compongono musica e realizzano video. Proprio quei campi che per anni abbiamo considerato il territorio esclusivo della creatività umana. Per questo la sfida non è semplicemente impedire che un algoritmo sostituisca una persona in una decisione aziendale. È anche garantire che la tecnologia continui a valorizzare il contributo umano invece di svuotarlo di significato. L’obiettivo non dovrebbe essere costruire un’economia in cui le persone diventano irrilevanti perché le macchine fanno tutto meglio.

Dovrebbe essere l’opposto: utilizzare l’intelligenza artificiale per liberare tempo, aumentare il benessere e ampliare le possibilità creative delle persone. Impedire che un algoritmo possa licenziare qualcuno è solo un primo passo. La sfida più grande sarà fare in modo che la creatività, le competenze e il lavoro umano continuino ad avere un valore riconosciuto. Perché il vero tema non è se l’IA cambierà il mondo. Lo ha già fatto e lo farà. È decidere chi avrà voce nell’attraversare quel cambiamento.

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