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Congedi parentali: l’asimmetria che pesa su lavoro e pensioni

Cinque mesi alle madri, dieci giorni ai padri: basta questo dato per raccontare quanto la genitorialità in Italia sia ancora sbilanciata. La recente bocciatura della proposta di equiparare i congedi parentali riaccende un dibattito che non riguarda solo diritti e parità, ma anche crescita economica, occupazione femminile e sostenibilità demografica.

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congedi parentali

Cinque mesi per le madri, dieci giorni per i padri. È questa, oggi, la fotografia della genitorialità lavorativa in Italia. Uno squilibrio che, almeno nel nostro Paese, si trascina da anni e che, proprio in questi giorni, è tornato centro del dibattito dopo che la commissione Bilancio della Camera ha sostanzialmente bocciato una proposta di legge presentata in blocco dall’opposizione, che mirava ad equiparare i due congedi. Il motivo? Secondo la Ragioneria dello Stato non sussistono le necessarie coperture finanziarie. La maggioranza ha spiegato che mancano risorse idonee per sostenere una misura che, secondo le stime, sarebbe costata circa 3,7 miliardi nel 2026, fino a 4,5 miliardi annui a regime dal 2035. Dal punto di vista politico, la questione sembra essersi arenata. Ma lo scenario, specie se lo si guarda dal punto di vista delle possibili ricadute economiche di questo rifiuto, è in realtà più complesso.

L’obiettivo della proposta

L’idea avanzata dalle minoranza era quella di introdurre cinque mesi di congedo obbligatorio anche per i padri, equiparando di fatto la durata a quella delle madri, con indennità al 100% della retribuzione per entrambi. Il provvedimento, inoltre, avrebbe esteso le tutele ai lavoratori autonomi, oggi esclusi o coperti solo marginalmente. In altre parole, si sarebbe passati da un modello fortemente sbilanciato a uno realmente paritario. Un’impostazione molto simile a quella già adottata in Spagna, dove entrambi i genitori hanno diritto a quattro mesi di congedo retribuito al 100% e non trasferibile. Un dettaglio non di poco conto: la non trasferibilità si rivela decisiva nell’evitare che, per ragioni economiche o culturali, il congedo venga utilizzato quasi esclusivamente dalle madri.

In Francia, invece, il congedo di paternità è stato raddoppiato nel 2021, arrivando a 28 giorni, pur restando lontano dal modello spagnolo. Il confronto è inevitabile: mentre altri Paesi europei hanno investito per rendere strutturale la condivisione della cura, l’Italia rimane ancorata a uno schema che riflette un’organizzazione familiare ormai superata. In altri termini: la parità costa troppo e l’equiparazione del congedo non è vista come una leva efficace per favorire la partecipazione femminile e l’equilibrio tra vita e lavoro. Il tema, tuttavia, si presta a molteplici analisi. Molte delle quali rivelano che quella del costo eccessivo – tale o presunto – è una preoccupazione legittima. Che non tiene conto, però, dei benefici che potrebbero generarsi sul lungo periodo.

Il peso dell’asimmetria

La disuguaglianza nei congedi non è, infatti, solo una questione simbolica, ma un fenomeno che produce effetti misurabili. Quando l’assenza dal lavoro per la nascita di un figlio è quasi interamente concentrata sulle madri, il mercato del lavoro reagisce di conseguenza. Le donne accumulano più interruzioni di carriera, minore continuità contributiva e progressioni salariali più lente. Le imprese, consapevolmente o meno, incorporano questo rischio nelle decisioni di assunzione.Il risultato è un tasso di occupazione femminile più basso rispetto alla media europea, un divario retributivo persistente e pensioni future più deboli. Dal punto di vista finanziario, significa minori redditi lungo l’arco della vita, minore capacità di investimento, minore accumulo patrimoniale e maggiore vulnerabilità economica.

Inoltre, un sistema che scarica quasi interamente il costo della cura su un solo genitore crea un disincentivo strutturale alla natalità. In un Paese che registra uno dei tassi di fecondità più bassi d’Europa, ogni scelta che rende la genitorialità economicamente rischiosa produce effetti macroeconomici a lungo raggio: meno lavoratori, meno contribuenti, maggiore pressione sul sistema pensionistico.

Guardare all’investimento e non alla spesa

Servirebbe, insomma, un cambio di paradigma. Un approccio che guardi alla questione non come ad una spesa, ma come un investimento da coltivare. Da questa medesima prospettiva prendono le mosse le considerazioni che il think tank Tortuga ha condiviso di recente sul tema dei congedi parentali. Secondo il loro report, l’attuale sproporzione è uno dei fattori che penalizzano l’occupazione femminile e alimentano i disincentivi all’assunzione delle donne.

Un ulteriore dato interessante arriva da uno studio condotto da Tortuga nel 2024: su 1600 dipendenti di dodici grandi aziende italiane che offrono congedi già superiori a quanto previsto attualmente dalla normativa italiana, due terzi dei padri che hanno usufruito di congedi parentali estesi sostengono di aver trovato un migliore equilibrio nella gestione del carico familiare. La metà degli intervistati ha anche aggiunto di aver valutato positivamente l’idea di poter allargare la famiglia. Non si tratta dunque solo di una battaglia ideologica, ma di una domanda che proviene anche dal mondo del lavoro.

L’idea di fondo è semplice: quando il congedo è non trasferibile e ben retribuito, aumenta l’utilizzo da parte dei padri. E quando entrambi i genitori si assentano in modo simmetrico, si riduce la penalizzazione economica associata alla maternità.

Il punto focale

La vera domanda, dunque, non è relativa all’incidenza di quei 4 miliardi che andrebbero sostenuti. Ma al perché in altri paesi europei tale scelta sia stata considerata strategica. Al perché ostinarsi a prendere decisioni controintuitive, dal momento che in finanza ciò che comanda non è l’oggi, ma il domani. Al come conciliare la necessità di ridurre il gender gap, sostenere la crescita e incentivare la natalità senza offrire al capitale umano del nostro Paese le migliori condizioni per prosperare.

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