L’app
di Rame

Caso Schettini: insegnanti influencer, scuola e social. E se fosse anche “invidia morale”?

Il caso Vincenzo Schettini ha riacceso il dibattito sugli insegnanti influencer e sull’uso dei social nella scuola pubblica. Tra accuse di spettacolarizzazione della didattica, difese degli studenti e vuoti normativi, la vicenda solleva interrogativi cruciali sul ruolo del docente nell’era digitale. Ma oltre alle polemiche, c’è una chiave di lettura meno esplorata: l’“invidia morale” descritta da David Graeber. È possibile che parte del disagio collettivo nasca dall’idea che un lavoro considerato “vocazionale” possa generare anche visibilità e ritorni economici?

Tempo di lettura: 5 minuti

blank

Nelle ultime settimane il dibattito sull’uso dei social da parte degli insegnanti ha raggiunto livelli inediti in Italia, catalizzato dalla vicenda di Vincenzo Schettini, docente di fisica e creatore del popolarissimo progetto didattico “La fisica che ci piace”.

Dalle accuse sull’uso dei social in classe alle difese di studenti e sostenitori, la vicenda ha sollevato interrogativi cruciali:

  • Quali sono i limiti per un docente sui social?
  • È legittimo monetizzare contenuti educativi?
  • La scuola può convivere con la logica della creator economy?

Ma c’è un’altra chiave di lettura, meno esplorata: quella dell’invidia morale, concetto elaborato dall’antropologo David Graeber.

Caso Vincenzo Schettini: cosa è successo davvero

La scintilla è stata un’intervista rilasciata dal prof al podcast “BSMT – Passa dal basement” di Gianluca Gazzoli, in cui Schettini ha descritto alcuni aspetti del suo approccio social, incluso il fatto di aver “costretto” gli studenti a seguire le sue dirette online come compiti a casa. Tale affermazione è stata ripresa da media e utenti come prova di una dirompente commistione tra ruolo docente e logiche di content creation, sollevando una pioggia di critiche e accuse.

Le critiche principali rivolte a Schettini riguardano:

  • Presunte pressioni sugli studenti: testimoni anonimi e articoli d’inchiesta hanno riportato l’accusa che il professore avrebbe promesso voti più alti a chi commentava, seguiva o interagiva con i suoi contenuti online.
  • Uso strumentale del tempo scolastico: alcune testimonianze affermano che ore di lezione sarebbero state dedicate alla produzione di contenuti social, con studenti coinvolti nei video.
  • Cancellazione di oltre cento video dopo l’esplosione della polemica, molti dei quali registrati in classe.

Sul fronte opposto, Schettini stesso ha negato ogni forma di coercizione, spiegando che chiamava gli studenti a seguire le piattaforme come compiti da svolgere, nell’ambito della piena libertà didattica. Inoltre, alcuni suoi studenti – con nomi e cognomi – hanno dichiarato pubblicamente di difendere il suo operato e di aver apprezzato il modo con cui la fisica veniva resa accessibile e coinvolgente.

Critici del fenomeno parlano di un pericolo di spettacolarizzazione della didattica, in cui la figura dell’insegnante rischia di fondersi con quella del content creator, sacrificando rigore pedagogico sull’altare della visibilità. Il tema centrale, quindi, è diventato: un insegnante può essere anche influencer?

Insegnanti influencer: cosa dice la normativa su docenti e social

Il caso Schettini ha riaperto una questione più ampia: la regolamentazione degli insegnanti che producono contenuti online. Secondo esperti di diritto scolastico i docenti possono svolgere attività extra-professionali ma devono essere compatibili con il ruolo pubblico, non devono creare conflitti di interesse, e non devono compromettere la funzione educativa.

Secondo osservatori e giuristi, oggi manca una regolamentazione chiara che stabilisca come gli insegnanti possano produrre contenuti online e monetizzarli senza conflitti d’interesse o violazioni di privacy. Di conseguenza, il vuoto regolatorio alimenta ambiguità e polarizzazioni.

Che cosa ci dice questo dibattito sulla scuola

Qui entra in gioco un elemento spesso trascurato nelle analisi più superficiali: quello che lo studioso David Graeber chiamava “invidia morale” – ovvero un sentimento di insofferenza verso chi svolge un lavoro considerato socialmente utile e significativo. Nel suo libro Bullshit Jobs, Graeber descrive come alcuni lavori intrinsecamente gratificanti e moralmente valutati come “alti” (come l’insegnamento) siano anche quelli più soggetti a retribuzioni basse e scarsa valorizzazione economica, proprio perché la società presume che la “ricompensa” per questi lavori sia intrinseca: la gratificazione morale stessa.

Da questa prospettiva emerge un paradosso: quando un docente non solo insegna, ma produce cultura riconosciuta pubblicamente, accumula visibilità, costruisce un seguito, monetizza contenuti o diventa un volto mediatico, molti reagiscono con diffidenza, fastidio o sospetto – non tanto per le azioni stesse, ma per la percezione che qualcuno abbia “due riconoscimenti”: quello morale e quello economico/simbolico.

In altre parole, alla base delle critiche più virulente può esserci non solo una preoccupazione pedagogica o normativa, ma anche un profondo disagio culturale: l’idea che non sia “giusto” che un lavoro moralmente alto generi anche successo pubblico e ritorni economici, soprattutto in un contesto in cui la professione docente è sistematicamente sotto-pagata e poco rispettata istituzionalmente.

Una chiave di lettura nuova

Questa interpretazione non cerca in alcun modo di assolvere gli errori o le scelte discutibili di Schettini (e alcune delle critiche rivolte sono basate su testimonianze concrete), né vuole negare che vi siano regole da definire e limiti da rispettare. Ma suggerisce una riflessione più profonda: il caso non parla soltanto di un individuo o di una metodologia didattica “ad alto tasso di videogenicità”. Parla di come la nostra società attribuisce valore simbolico ed economico al lavoro educativo, di come reagisce quando queste due dimensioni si intrecciano in modi nuovi e non del tutto codificati.

Il caso Schettini non è un episodio isolato: è il punto di convergenza tra scuola pubblica, cultura digitale e mercato dell’attenzione. La polarizzazione tra chi lo difende e chi lo attacca racconta molto di più di una semplice polemica su TikTok o YouTube: racconta una tensione culturale profonda su cosa significhi oggi fare scuola, su chi ha diritto alla visibilità e al riconoscimento, e su quanto la visibilità stessa possa essere percepita come minaccia o risorsa nei nostri immaginari collettivi.

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori