Perché chi ha meno deve accettare di più? Il doppio standard della dignità sul lavoro
“Devi pur mangiare” è la frase con cui si chiede a chi ha meno di accontentarsi di più. Un messaggio ricevuto da una lettrice apre una riflessione su lavoro, povertà e sul diritto a porre dei confini anche quando si è in difficoltà economica.
Tempo di lettura: 5 minuti
di Elena Carbone
Psicologa e psicoterapeuta esperta in traumi. Con l’account Instagram La psicologa volante fa divulgazione sul rapporto tra psiche e soldi.
«Devi pur mangiare» è una frase che sento spesso: non in studio, ma nella vita di tutti i giorni. Suona come buon senso, eppure, se ci fermiamo a guardarla davvero, rivela qualcosa di più scomodo. È un confine tracciato con precisione intorno a chi ha difficoltà economiche: dice che chi ha poche disponibilità può scegliere solo in base alla sopravvivenza, e che tutto il resto – anche la dignità – è una pretesa che non si può permettere.
Ci ho pensato leggendo il messaggio di una donna che stava valutando se andare a un colloquio in un’altra città: una zona degradata, un posto isolato, con pochi collegamenti, praticamente da sola per molte ore al giorno. Condizioni che chiunque, con una posizione lavorativa diversa, non avrebbe nemmeno preso in considerazione. Quando ha espresso i suoi dubbi ad amici e familiari, le risposte sono state unanimi e immediate: “Accetta, devi pur mangiare!”. Il sottotesto era chiaro: stai chiedendo troppo, stai esagerando, le tue preoccupazioni sono un lusso che non ti puoi permettere.
La parola “scelta” non è per tutti uguale
C’è una parola che usiamo in modo molto selettivo, quasi senza accorgercene: scelta. Quando una persona economicamente stabile rifiuta un’offerta che non la convince, diciamo che ha fatto una scelta, e quella scelta viene rispettata, a volte persino ammirata: ha avuto il coraggio di dire di no. Ma quando la stessa identica cosa la fa chi è in difficoltà economica, quella scelta si trasforma in capriccio, ingratitudine, mancanza di realismo. Il giudizio non riguarda il gesto in sé, che è lo stesso, ma chi lo compie. È qui il doppio standard: il diritto alla dignità sul lavoro non è universale, è inversamente proporzionale al bisogno. Più hai bisogno, più devi scendere a compromessi.
Tradotta senza filtri, “devi pur mangiare” suona così: siccome hai bisogno, non puoi permetterti dei confini, quindi devi accettare tutto. È la logica che sta sotto a molte forme di sfruttamento – le paghe da fame per lavori logoranti, le molestie tollerate perché “tanto ti serve il posto”, il lavoro gratis proposto ai più giovani. La necessità diventa una leva: si offre una mancia e si azzera il potere contrattuale, togliendo di fatto il diritto a dire di no.
I numeri dei working poor in Italia
Non è un problema di pochi casi limite. In Italia, secondo i dati Eurostat 2024, elaborati anche sulla base delle rilevazioni Istat, oltre un lavoratore su dieci è un working poor: ha un impiego e resta comunque sotto la soglia di povertà. Il lavoro, per una parte crescente delle persone, ha smesso di essere una garanzia contro la povertà – ed è proprio dentro questo scarto che “devi pur mangiare” diventa un ricatto travestito da consiglio. Perché di scelta, quando sull’altro piatto della bilancia c’è la sopravvivenza, non si può parlare. Chi spinge ad accettare qualsiasi cosa non sta proteggendo quella persona: sta normalizzando l’idea che qualcuno debba accettare condizioni che altri non accetterebbero mai, e che sia giusto così.
È la stessa logica che toglie ai più giovani la possibilità di inseguire quello che vogliono. Vengono accusati di non aver voglia di lavorare e portati a sentirsi inadeguati rispetto alle generazioni precedenti, senza tenere conto che il contesto è cambiato: quel lavoro stabile, con uno stipendio che teneva il passo del costo della vita, semplicemente non c’è più. Così a sparire non è solo la stabilità, ma anche lo spazio per immaginare qualcosa di diverso.
Il diritto al riposo non è un premio
La donna del messaggio raccontava anche un’altra cosa che mi ha colpita: non va in vacanza da anni, non compra nulla di superfluo, si concede al massimo un caffè con un’amica o una mostra la domenica. E anche questo le veniva contestato, percepito come eccessivo rispetto alla sua situazione. È come se esistesse un solo modo accettabile di avere difficoltà economiche: essere silenziosi, invisibili, senza alcuna forma di piacere. Come se il riposo, le relazioni, il diritto di progettare il futuro fossero un premio da meritarsi, e non le componenti basilari di una vita dignitosa.
E qui c’è un equivoco di fondo. Ci raccontiamo che privarsi di tutto tempri il carattere, che la rinuncia continua costruisca forza di volontà. La ricerca dice il contrario. Gli economisti comportamentali Sendhil Mullainathan ed Eldar Shafir, nel loro libro “Scarcity: perché avere poco significa tanto“, hanno mostrato che vivere costantemente nella mancanza – di denaro, di tempo, di margine – occupa quella che chiamano larghezza di banda mentale: consuma le risorse cognitive che servirebbero per pianificare, decidere, trovare una via d’uscita. Lo stesso vale per l’isolamento: tagliare ogni relazione e ogni piacere non mette da parte forze per il futuro, le erode nel presente.
Non è una questione di volontà
Chi dice “devi pur mangiare”, il più delle volte in buona fede, non sta solo dando un consiglio. Sta ripetendo un’idea molto comoda: che le difficoltà economiche siano il risultato di scelte individuali sbagliate, e non di come è fatto il sistema intorno a noi. Ma la donna del messaggio non è finita in quella situazione per un difetto di volontà. Ci è finita per salari che non tengono il passo del costo della vita, per un mercato del lavoro che offre sempre meno tutele, per un carico di cura che ancora oggi pesa quasi tutto sulle spalle delle donne. Sono queste le cose che restringono il campo delle scelte possibili, non la mancanza di grinta.
Continuare a chiamarla scelta serve solo a spostare la responsabilità dalle strutture alle persone, e a chiedere a chi ha già di meno di accontentarsi più di tutti gli altri. Difendere la propria dignità, anche quando si ha bisogno, non è un capriccio ma è l’ultima cosa che dovremmo chiedere a qualcuno di barattare per un pasto.
Questo articolo nasce da un messaggio a cui non ho smesso di pensare. A chi me l’ha scritto: grazie.