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Perché il salario conta così tanto? La storia del lavoro che spiega il nostro rapporto con il denaro

Perché attribuiamo al salario un significato che va ben oltre il denaro? In questo articolo Annalisa Monfreda, cofondatrice di Rame, anticipa una delle riflessioni al centro del suo nuovo libro Soldi (Franco Angeli, 2026): il lavoro salariato è diventato il luogo a cui chiediamo identità, riconoscimento, appartenenza e senso. Ed è proprio questa aspettativa eccessiva a trasformare lo stipendio in una misura del nostro valore.

Tempo di lettura: 7 minuti

valore del salario
SOLDI, Franco Angeli, 2026

Oggi tendiamo a identificare il lavoro con ciò che produce un reddito. Se un’attività non è retribuita, fatichiamo perfino a chiamarla lavoro. Eppure, questa è una definizione sorprendentemente recente. Per gran parte della storia umana il lavoro comprendeva tutte quelle attività attraverso cui le persone trasformavano il mondo e contribuivano alla vita della comunità: coltivare la terra, costruire una casa, crescere i figli, assistere una persona anziana, cucinare, insegnare un mestiere, amministrare i beni comuni. Alcune di queste attività erano remunerate, molte altre no. Ma tutte richiedevano tempo, competenze, responsabilità ed energia. Tutte erano lavoro.

Ridurre il lavoro alla sua forma salariata significa quindi dimenticare che il salario è solo uno dei modi, e peraltro piuttosto recente, attraverso cui gli esseri umani hanno organizzato la produzione e la cooperazione. È questo il punto di partenza del mio nuovo libro, Soldi, uscito qualche giorno fa per Franco Angeli.

Perché lavoriamo davvero?

Né unicamente “per soldi” né solo per sopravvivere. Gli psicologi Edward Deci e Richard Ryan, fondatori della Self Determination Theory, sostengono che gli esseri umani sono mossi da tre bisogni psicologici fondamentali: competenza, cioè il desiderio di sentirsi efficaci in ciò che fanno; autonomia, la possibilità di orientare la propria vita secondo scelte percepite come libere; e connessione, il bisogno di appartenere a relazioni e comunità significative.

Per secoli questi tre bisogni venivano soddisfatti da un ampio ventaglio di attività. La competenza poteva essere coltivata nell’artigianato, nell’agricoltura, nella cura, nell’apprendimento. L’autonomia derivava anche dal possesso di terre, dalle reti familiari, dalle comunità locali. La connessione nasceva dalla partecipazione alla vita collettiva, dalla famiglia allargata, dalle associazioni, dalla religione, dal vicinato.

L’origine del lavoro salariato

Il lavoro salariato era una delle forme attraverso cui questi bisogni potevano essere soddisfatti. Non l’unica. La svolta arriva tra la fine del Medioevo e la rivoluzione industriale. La progressiva privatizzazione delle terre comuni, l’espulsione di milioni di persone dai mezzi autonomi di sussistenza e la crescita dell’economia di mercato fanno sì che, per un numero sempre maggiore di individui, sopravvivere significhi una cosa sola: trovare qualcuno disposto a comprare il proprio lavoro. Il salario smette di essere una possibilità tra le altre e diventa la condizione necessaria per procurarsi cibo, una casa, cure, istruzione. Nasce quella che gli storici chiamano società salariale.

Ma la trasformazione non si ferma qui. Il salario stabilisce quanto vale un’ora, una giornata, una settimana della nostra vita. Ma quella cifra non coincide necessariamente con il valore che produciamo: tra ciò che il nostro lavoro genera e ciò che riceviamo in busta paga si apre una distanza. Ed è proprio dentro quella distanza che si regge il modello economico contemporaneo.

Per funzionare, il sistema deve estrarre da chi lavora più valore possibile, restituendogliene solo una parte sotto forma di salario. Quando questa forbice si allarga, per ottenere l’equivalente in denaro di ciò che serve a vivere bisogna lavorare più ore. Il salario viene tenuto entro una soglia precisa: abbastanza da permettere a chi lavora di rimettersi in piedi ogni mattina, non abbastanza da potersi sottrarre facilmente al lavoro il giorno dopo.

Inizialmente questa dipendenza si costruisce intorno ai bisogni essenziali. Poi si rafforza in modo più sottile: moltiplicando i bisogni stessi. Alla casa, al cibo, alle cure e all’istruzione si aggiungono consumi, standard di vita, desideri e simboli di appartenenza che impariamo a considerare indispensabili. Così non lavoriamo più solo per sopravvivere, ma per inseguire una vita che il denaro sembra poterci garantire.

Così il lavoro salariato, come una macchia di olio, si espande a occupare il tempo, l’attenzione, perfino l’immaginazione. E diventa inevitabile chiedergli anche ciò che un tempo ricevevamo da altre forme di attività e di relazione. Gli chiediamo riconoscimento sociale, appartenenza, status, sicurezza, relazioni, la sensazione di essere bravi in qualcosa. In altre parole, concentriamo su un’unica forma di lavoro ciò che, per gran parte della storia umana, era distribuito tra molte esperienze diverse.

Perché continuiamo a sentirci insoddisfatti

Il problema non è che queste aspirazioni siano sbagliate. Ma lo è pensare che possano essere soddisfatte tutte nello stesso luogo. Nessun lavoro salariato può garantirci contemporaneamente sicurezza economica, autorealizzazione, amicizie profonde, libertà, identità, riconoscimento sociale e senso della vita. Eppure è proprio questo che spesso gli chiediamo. Quando non ci riesce, tendiamo a interpretare quella frustrazione come un fallimento personale. Pensiamo di aver scelto il lavoro sbagliato, di non impegnarci abbastanza, di dover guadagnare di più. E qui anche il salario cambia significato.

Non rappresenta più soltanto il corrispettivo economico di una prestazione. Diventa il simbolo del nostro valore. Se veniamo pagati poco, ci sentiamo poco importanti. Se veniamo promossi, abbiamo l’impressione di valere di più. Se il nostro stipendio cresce, speriamo che crescano insieme anche il riconoscimento, la sicurezza, perfino l’autostima. Ma il denaro può remunerare il lavoro. Non può sostituire tutto il resto.

Restituire al salario il suo posto

Il lavoro pagato non è l’unico luogo in cui possiamo esercitare le nostre abilità. Possiamo coltivare spazi di competenza che non passano dalla retribuzione. E questo serve a liberarci dall’idea che l’unico contesto in cui possiamo sentirci capaci sia quello in cui qualcuno ci paga.

Relativizzare il peso del lavoro salariato non significa accettare di lavorare gratis. Né convincerci che, se un’attività ci appassiona o ci fa sentire competenti, allora possa essere pagata poco o non essere pagata affatto. Anzi, è proprio il contrario. Quando tutto il nostro bisogno di riconoscimento passa dal lavoro salariato, rischiamo di confondere due piani diversi: da una parte il diritto a essere pagati in modo giusto per tempo, competenze e responsabilità; dall’altra il bisogno più profondo di sentirci persone capaci, riconosciute, degne di valore.

Se questi due piani si sovrappongono completamente, ogni trattativa economica diventa emotivamente enorme. Chiedere un aumento non significa più discutere il valore economico di una prestazione, ma chiedere conferma del proprio valore personale. E ricevere un no non è più soltanto una risposta contrattuale: diventa una ferita identitaria. Per questo il punto non è dare meno importanza al denaro. È smettere di chiedere al salario di dirci chi siamo. Solo così possiamo tornare a guardarlo per quello che è: una componente essenziale del patto di lavoro, da negoziare con lucidità e fermezza.

Una nuova relazione con il lavoro

Quando allarghiamo i luoghi in cui costruiamo chi siamo, cambia anche il nostro modo di stare nel lavoro. Perché legittimare altre attività – la cura, lo studio, la partecipazione, le passioni, la costruzione di relazioni – significa impedire al lavoro salariato di assorbire tutta la nostra esistenza. Non perché il lavoro pagato conti meno, ma perché smette di essere l’unico spazio autorizzato in cui sentirci utili, competenti, riconosciuti. Una richiesta di aumento non è più una domanda implicita di approvazione. Un rifiuto non mette più in discussione la nostra dignità. Un licenziamento continua a essere un evento difficile, perché mette a rischio il reddito e la stabilità economica, ma non cancella automaticamente il senso di ciò che siamo.

È qui che, paradossalmente, diventiamo più forti anche nella contrattazione. Perché una persona che non affida interamente la propria identità al lavoro salariato è anche una persona più libera di negoziare. Più capace di chiedere una retribuzione adeguata. Più disposta a rifiutare un’offerta ingiusta. Più consapevole che il prezzo del suo lavoro e il suo valore come essere umano non coincidono.

In fondo è questa la distinzione più importante: difendere il valore economico del proprio lavoro senza confonderlo con il valore della propria persona. Solo quando questi due piani tornano a separarsi possiamo pretendere salari più giusti senza trasformare ogni trattativa in un giudizio su noi stessi. E possiamo immaginare una società in cui il lavoro retribuito resta fondamentale, ma non è più l’unico luogo in cui costruiamo competenza, autonomia, relazioni e senso.

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