Perché dividere il conto alla romana mi dà così fastidio?
Andrea ha 50 anni, viaggia e frequenta ristoranti stellati. Eppure una pizza divisa alla romana con la sorella gli toglie il sonno. Non è avarizia ma un meccanismo molto più antico, che riguarda i confini personali più dei soldi. La sua storia racconta come il denaro possa diventare l’unico modo per mettere dei paletti. E come si impara a disinnescare questo meccanismo.
Tempo di lettura: 5 minuti
di Elena Carbone
Psicologa e psicoterapeuta esperta in traumi. Con l’account Instagram La psicologa volante fa divulgazione sul rapporto tra psiche e soldi.
“Settimana scorsa siamo andati a cena con mia sorella, suo marito e i miei due nipoti di 6 e 9 anni. Quando è arrivato il conto, lo scontrino è restato sul tavolo e tutti hanno fatto finta di niente. E io ho iniziato a innervosirmi. Poi siamo andati in cassa e abbiamo diviso a metà. Ma a metà di cosa? Noi abbiamo preso solo due pizze mentre i bambini hanno ordinato di tutto: hamburger, pizza, patatine, dolce… Si aspettano sempre che paghi per loro come se niente fosse”.
Andrea ha cinquant’anni ed è in terapia da me da qualche mese. In una delle nostre ultime sedute mi ha portato una problematica di cui non avevamo mai parlato. Dopo averlo ascoltato, gli chiedo se ha mai espresso questo pensiero a sua sorella. Mi risponde di no: in quelle situazioni fa i calcoli mentalmente per capire quanto ci sta rimettendo, ma non riesce a dire nulla, per paura di fare la figura dello spilorcio.
Il pensiero che non lascia dormire
Il punto è che ci pensa tutta la notte. E a volte anche il giorno dopo. L’idea di averci rimesso qualche soldo diventa un pensiero ruminante, ossessivo, che gli fa crescere astio nei confronti delle persone con cui è uscito. Quell’astio si trasforma poi in un atteggiamento distaccato e freddo verso di loro. Mentre lo ascolto, una cosa mi colpisce. Andrea è sposato con Anna, non hanno figli, e insieme si godono la vita viaggiando e provando ristoranti stellati. Una vita che mi appare in netto contrasto con il sentirsi defraudato per una divisione alla romana. “Infatti non è una questione economica”, mi dice. “Vorrei capire anch’io da dove arriva”.
Tutte le piccole sopraffazioni quotidiane
Comincia a raccontarmi altri episodi. Il collega che prende sempre il dolce e poi vuole dividere a metà, l’amico che in cassa cerca il portafoglio senza mai trovarlo e la cognata che porta il vino economico quando loro hanno preparato una cena a base di pesce fresco. “Mi sento usato,” mi confida. Proviamo allora a cercare nella sua storia altre situazioni in cui ha imparato a sentirsi così, ma stranamente non emerge nulla di simile. Il suo corpo tace e la memoria finisce in un vicolo cieco.
Decidiamo allora di ragionare con quello che abbiamo. Gli chiedo se si sia mai sentito usato uscendo da un ristorante dove il conto era elevato ma l’esperienza deludente. La risposta è no: in quei casi non se ne preoccupa, perché il ristorante l’ha scelto lui. Era una sua decisione provarlo. Tombola. Ecco il nodo: quando spende per sé, controlla tutto. Quando paga per gli altri, se non l’ha deciso lui, sente di aver perso il controllo della situazione.
I soldi, in altre parole, sono solo un modo per definire confini e potere. Se qualcuno decide per lui come deve spenderli, si sente debole, minacciato, scavalcato. Ed è per questo che i pensieri diventano ossessivi: quella spesa non prevista diventa, a livello inconscio, una minaccia “di morte”.
Perché il cervello reagisce come a un pericolo reale
Spiego ad Andrea che, nella nostra testa, non esiste una vera distinzione tra un leone che ci insegue e una situazione che ci fa sentire deboli. A livello biologico, sentirsi vulnerabili equivale a morire. Il cervello attiva il sistema d’allarme nello stesso identico modo. Ma poiché non c’è un pericolo oggettivo come un leone da cui scappare, continua a rimuginare su una soluzione, andando in cortocircuito e impedendoci di dormire.
Quando Andrea vorrebbe il conto separato, in realtà sta cercando di ristabilire un confine che l’altro ha attraversato – o potrebbe attraversare – senza il suo permesso. È il suo modo goffo per dire: “Non mi faccio mettere i piedi in testa.”
L’origine: un padre imprevedibile
Andiamo allora a cercare quando, nella sua vita, si è sentito senza controllo. E Andrea mi racconta di un padre sminuente, bullo, prevaricante. Un uomo che alternava momenti di affetto a momenti di critica immotivata. Il padre di Andrea era amato dai suoi amici perché giocherellone, pronto a stare con loro. Ma si comportava anche come loro: prendeva in giro Andrea perché studioso, lo scimmiottava se chiedeva di rispettare le regole durante un gioco, diventava aggressivo se contraddetto.
Il piccolo Andrea non ha mai sperimentato la sicurezza. Non poteva sapere come si sarebbe comportato il padre, di volta in volta: sarebbe stato affettuoso o si sarebbe arrabbiato? L’avrebbe preso in giro o si sarebbe complimentato? Quando si instaura una dinamica di questo tipo, il bambino impara una cosa precisa: il mondo non è prevedibile, e l’unico modo per non farsi male è tenere tutto sotto controllo.
Per Andrea, oggi, i soldi sono diventati proprio quello: lo strumento per tenere sotto controllo la sua vita. Quando qualcuno invade il suo spazio di decisione, scatta l’allerta. Si sente sopraffatto come quando, da bambino, viveva quelle scene con il padre.
La cura
Il percorso che ci aspetta è imparare a distinguere. Distinguere tra le situazioni in cui qualcuno si sta davvero approfittando di lui, e quelle in cui sta semplicemente perdendo il controllo – e lo vive come un’invasione, pur non essendolo. Impareremo anche a scegliere: quando vale la pena dire qualcosa, e quando invece è meglio lasciar scivolare ciò che in quel momento sembra una sopraffazione, ma non lo è.
Andrea imparerà a usare la fitta allo stomaco come un allarme. Quando la sentirà, sapranno di essersi attivate la sua parte vulnerabile e quella protettiva/rigida. Dovrà vederle, respirare, e far emergere quella adulta – che potrà chiedersi: “Questa cosa vale una discussione, o vale meno di quello che mi costerà portarmela dietro?”. Ci saranno ancora sere in cui tornerà a casa con il conto di un ristorante in testa, momenti in cui la cognata con la bottiglia da sette euro lo farà stringere dentro. Ma succederà meno spesso. E quando succederà, lui saprà già dove guardare: a quella vecchia sensazione di non poter decidere niente, di dover stare sempre attento a non essere il fesso di turno.