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Pensione e lavoro extra: il paradosso fiscale che scoraggia l’attività dei senior

Un pensionato trentino accetta un piccolo ruolo da comparsa in un film, guadagnando poco più di 400 euro. Qualche mese dopo, l’Inps gli chiede di restituire oltre 21.000 euro: un paradosso che mette in luce le distorsioni del sistema fiscale italiano quando pensione e lavoro occasionale si intrecciano. Con la Legge di Bilancio 2026, il nodo dei redditi aggiuntivi resta centrale: lavorare di più non sempre conviene, e spesso il sistema scoraggia attività marginali che avrebbero senso economico e sociale.

Tempo di lettura: 4 minuti

pensione e lavoro extra
Foto di James Hose

Nel 2023 un pensionato trentino accetta un piccolo lavoro come comparsa in un film. Il compenso è minimo, poco più di 400 euro. Qualche mese dopo, però, dall’Inps arriva una richiesta che sembra surreale: oltre 21.000 euro da restituire. La vicenda finisce davanti al Tribunale del lavoro di Trento, che sospende le trattenute e riconosce l’evidente sproporzione tra il reddito percepito e la conseguenza economica richiesta. La storia viene raccontata sui principali quotidiani nazionali diventando uno dei casi simbolo delle distorsioni che possono nascere dall’incrocio tra pensione, lavoro occasionale e norme previdenziali. Non si tratta di un aumento di tasse in senso stretto, ma il risultato finale è simile: lavorare un giorno solo può costare più di quanto si guadagna in un anno. È un paradosso che molti pensionati italiani conoscono bene, anche quando non si arriva a casi così estremi.

La Legge di Bilancio 2026 e l’ossimoro del lavoro “aggiuntivo”

Il tema torna d’attualità con la Legge di Bilancio 2026, che ha confermato l’impianto fiscale già in vigore per chi, una volta in pensione, decide di continuare a lavorare. In particolare resta centrale la soglia dei 35.000 euro di reddito da pensione o lavoro dipendente oltre la quale non è possibile accedere o restare nel regime forfettario. Una soglia che non funziona in modo progressivo ma come un interruttore: sotto si beneficia di una tassazione agevolata, sopra si entra nel regime ordinario, con aliquote Irpef più alte e una struttura molto più complessa.

È qui che nasce l’ossimoro. Il sistema fiscale italiano non penalizza il lavoro in sé, ma spesso penalizza il lavoro aggiuntivo, quello che si somma a una pensione già in essere. Anche un reddito marginale può far scattare un aumento dell’aliquota marginale effettiva, ridurre le detrazioni e rendere fiscalmente svantaggioso ciò che, su un piano economico e sociale, potrebbe avere senso incoraggiare. Questo fenomeno è spesso osservato nei commenti specialistici sul carico fiscale di pensionati e lavoratori dipendenti: a parità di entrate complessive, un pensionato che svolge attività aggiuntive può arrivare a pagare più imposte di un lavoratore attivo proprio per la minore disponibilità di detrazioni e strumenti compensativi.

Un sistema rigido che scoraggia

Nei casi più comuni, molto lontani dall’episodio della comparsa cinematografica, il meccanismo resta comunque lo stesso. Un pensionato che apre una partita Iva in regime forfettario può pagare un’imposta sostitutiva ridotta, ma solo se il reddito complessivo dell’anno precedente resta sotto la soglia prevista. Se la supera, anche di poco, l’anno successivo entra automaticamente nel regime ordinario. Questa regola non distingue tra chi costruisce un secondo lavoro strutturato e chi svolge incarichi sporadici. Conta solo il totale dei redditi da lavoro e pensione.

Questa dinamica crea una distorsione evidente. Come indicato dalle ricostruzioni normative disponibili, il sistema fiscale continua a trattare in modo rigido il cumulo tra pensione e redditi da lavoro, senza graduare gli effetti in base all’intensità o alla continuità dell’attività svolta. Il risultato è che, in molti casi, lavorare di più non conviene, o conviene molto meno di quanto si ci si potrebbe aspettare.

Oltre i numeri, il nodo sociale

C’è poi un aspetto che va oltre i numeri. Per molti pensionati, continuare a lavorare non è solo una scelta economica, ma una forma di partecipazione, di utilità sociale, di continuità personale. Tuttavia, il messaggio implicito che emerge da alcune interpretazioni normative può essere ambiguo: meglio fermarsi che rischiare. Una logica che finisce per scoraggiare proprio quelle forme di lavoro leggero e regolare che potrebbero avere un valore collettivo, soprattutto in un Paese che invecchia.

Il caso del pensionato-comparsa non è la norma, ma non è nemmeno un’eccezione isolata. È il punto estremo di un sistema che può produrre effetti sproporzionati. L’ossimoro resta tutto lì: pensionati attivi, ma fiscalmente esposti. In un contesto in cui si parla sempre più di invecchiamento attivo e di partecipazione sociale, il fisco continua a muoversi in direzioni che non sempre accompagnano questa tendenza.

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