L’app
di Rame

Opas Intesa-MPS: cosa cambia per correntisti, risparmiatori e imprese quando le banche si fondono

L’Opas da oltre 30 miliardi di Intesa Sanpaolo su MPS ridisegna il sistema bancario italiano. Ma cosa cambia, davvero, per i correntisti quando le banche diventano sempre più grandi e le alternative si riducono?

Tempo di lettura: 6 minuti

fusioni bancarie cosa cambia correntisti
Foto di Ant Rozetsky

Negli ultimi anni, sulle colonne dei giornali, si è fatto un gran parlare di fusioni, acquisizioni e grandi manovre nel settore bancario. Eppure, quello che sta accadendo in queste settimane ha pochi precedenti e promette di ridisegnare profondamente il panorama del credito italiano. Intesa Sanpaolo ha infatti lanciato un’Opas totalitaria su Monte dei Paschi di Siena (MPS), per un’operazione complessiva da oltre 30 miliardi di euro, che si inserisce nella fase di consolidamento che sta interessando il panorama finanziario del nostro paese. E se già le analisi si sprecano su ciò che attenderà gli azionisti, la questione è in realtà più ampia. Perché a risentire delle modifiche all’ecosistema bancario sono anche i “semplici” consumatori. I quali, in questi giorni, si trovano davanti a degli interrogativi di non poco conto: a quali conseguenze si va incontro se il numero delle banche diminuisce e gli istituti diventano sempre più grandi?

Che cos’è l’Opas di Intesa Sanpaolo su MPS 

Per comprendere più a fondo le dinamiche essenziali di quanto sta accadendo, bisogna partire da un inusuale acronimo: Opas, appunto. Ovvero Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio. In concreto, ciò si verifica quando una società propone agli azionisti di un’altra società quotata di cedere le proprie azioni in cambio di una combinazione di denaro e nuovi titoli. Nel caso specifico, Intesa Sanpaolo ha offerto agli azionisti di MPS 16 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni Monte dei Paschi possedute, oltre a 1 euro in contanti per ciascuna azione MPS. Chi decidesse di aderire all’offerta smetterebbe quindi di essere azionista della banca senese e diventerebbe azionista di Intesa, ricevendo allo stesso tempo una quota in denaro.

L’obiettivo dichiarato è creare un gruppo ancora più grande e competitivo a livello europeo. Se l’operazione andasse a buon fine, Intesa rafforzerebbe ulteriormente la propria posizione e arriverebbe a controllare indirettamente partecipazioni strategiche che coinvolgono anche Mediobanca e Generali, due attori storicamente centrali nella finanza italiana. Per questo gli effetti dell’operazione potrebbero andare ben oltre il destino di Monte dei Paschi e influenzare gli equilibri dell’intero settore finanziario. 

A maggior ragione se si considera che per ottenere il via libera delle autorità e superare eventuali obiezioni sul fronte della concorrenza, è stato previsto anche il coinvolgimento di Unipol e Bper. L’accordo prevede infatti che, se l’operazione verrà completata, il marchio Monte dei Paschi e circa 635 filiali passino a Bper. In questo modo una parte significativa della rete commerciale verrebbe separata dal nuovo gruppo, limitando il rischio che il mercato diventi troppo concentrato in alcune aree del Paese. Prima che tutto questo possa accadere serviranno però numerose autorizzazioni, tra cui quelle della BCE, della Banca d’Italia, dell’Antitrust e della Consob. I tempi si preannunciano quindi piuttosto lunghi.

Meno banche, meno concorrenza: cosa cambia per i correntisti 

Quando si parla di acquisizioni bancarie, si diceva, l’attenzione si concentra spesso sugli azionisti e sui grandi investitori. Ma altrettanto cruciale è il ruolo dei correntisti, dei risparmiatori e delle imprese. Nella sua analisi, ConfConsumatori sottolinea che la maggiore dimensione di un gruppo bancario può tradursi in vantaggi reali per famiglie e imprese soltanto se le sinergie generate dall’operazione vengono trasferite anche alla clientela. In altre parole, una banca più grande e più efficiente dovrebbe essere in grado di offrire condizioni di finanziamento più favorevoli, maggiore accessibilità ai servizi, consulenza di qualità e un più ampio sostegno all’economia reale.

Il rischio, al contrario, è che i benefici della maggiore redditività si concentrino prevalentemente sugli azionisti senza produrre effetti tangibili per chi utilizza quotidianamente i servizi bancari. Tale considerazione lascia intravedere un altro punto potenzialmente critico: quando il numero degli operatori diminuisce, i clienti hanno inevitabilmente meno alternative a disposizione. La concorrenza è uno degli elementi che spinge le banche a proporre condizioni migliori su conti correnti, mutui e servizi di investimento. Se il mercato si concentra progressivamente nelle mani di pochi grandi gruppi, questa pressione competitiva potrebbe ridursi. Non è detto che ciò comporti automaticamente costi più elevati o condizioni peggiori. Molto dipenderà dal comportamento delle banche e dalla capacità delle autorità di garantire un mercato aperto e contendibile. Tuttavia – come sottolinea ancora ConfConsumatori – il tema esiste ed è uno degli aspetti più osservati nelle grandi operazioni di consolidamento.

Banche “too big to fail” e filiali che chiudono: cosa cambia sul territorio 

A tutto questo, si somma poi una questione che riguarda la stabilità del sistema finanziario. Una banca più grande può essere più robusta e avere maggiori risorse per affrontare momenti difficili. Al tempo stesso, però, se un istituto assume un peso enorme all’interno dell’economia, eventuali problemi rischiano di avere conseguenze più estese. È il tema delle cosiddette banche too big to fail, “troppo grandi per fallire”: istituti la cui centralità rende particolarmente delicata qualsiasi crisi.  Per questo le autorità europee sottopongono i grandi gruppi bancari a controlli particolarmente stringenti e richiedono livelli di capitale più elevati.

Senza dimenticare quanto l’estensione, per un istituto bancario, non sia necessariamente sinonimo di capillarità. Negli ultimi anni molte banche hanno chiuso sportelli e spinto sempre di più verso i servizi digitali. Le fusioni spesso alimentano il timore di ulteriori riduzioni, soprattutto nei piccoli centri. Nel caso dell’operazione Intesa-MPS, i promotori sostengono che il passaggio di centinaia di filiali a BPER dovrebbe contribuire a mantenere una rete capillare e a evitare chiusure su larga scala. Sarà però uno degli aspetti da monitorare nei prossimi anni, perché la presenza fisica delle banche continua a essere importante per molte persone, in particolare anziani e piccole imprese.

Fusioni bancarie: i vantaggi arrivano davvero a famiglie e imprese?

Per i consumatori la vera misura del successo dell’operazione non sarà tanto la dimensione del nuovo gruppo, quanto la sua capacità di sostenere famiglie e piccole imprese. Secondo Confconsumatori, una maggiore massa critica dovrebbe tradursi in una più elevata capacità di concedere credito sano e di accompagnare gli investimenti dell’economia reale. Sarà quindi importante verificare nei prossimi anni se la maggiore efficienza del nuovo assetto produrrà benefici concreti nell’accesso ai finanziamenti.

Alla fine, insomma, la questione non è se Intesa riuscirà o meno a conquistare MPS. La vera domanda è un’altra: quando entreremo in banca tra qualche anno, avremo davanti un mercato più efficiente o semplicemente un mercato con meno porte da cui entrare? La risposta dipenderà da come evolverà questa operazione, certo, ma anche dalla capacità delle autorità di garantire che la ricerca della dimensione non finisca per ridurre lo spazio di manovra di chi ha diritto ai servizi bancari. 

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori