Divorzio internazionale e separazione dei beni: dove conviene davvero separarsi
In Italia e in particolare in città come Milano crescono i matrimoni internazionali, ma cosa accade in caso di separazione? Una recente sentenza ha messo in luce i rischi che corre la parte debole, chi, cioè, segue il partner e rinuncia a lavoro e opportunità per dedicarsi alla famiglia. Conoscere da subito le regole del gioco, però, può aiutare a proteggersi prima, e meglio. Ecco perché.
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di Armando Cecatiello
Armando Cecatiello è avvocato specializzato in diritto di famiglia, e autore, tra gli altri, dei libri: Libere: Storie di donne che hanno sconfitto violenza e abusi. 2025; Patrimoni, Famiglie e Matrimoni. Conoscere i propri diritti e doveri per scelte consapevoli e serene. 2022
L’Italia e in particolare Milano sono tornate a essere luoghi di arrivo, e non solo per turismo o qualità della vita: ci si arriva per lavoro, fiscalità, investimenti, perché si rientra dopo anni all’estero, da soli o dopo avere contratto un matrimonio internazionale. Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia erano 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione. A Milano, il Portale del Dato del Comune indica una presenza straniera media pari al 21,1% dei residenti. Crescono anche le famiglie miste, ma dietro questa mobilità internazionale c’è un tema spesso ignorato: che cosa accade quando dopo avere contratto un matrimonio internazionale ci si separa? La globalizzazione delle famiglie ha portato con sé una globalizzazione del conflitto familiare. Oggi, una separazione non si gioca più soltanto sul piano emotivo o patrimoniale, ma anche sulla scelta del Paese in cui far valere i propri diritti.
Il caso della Corte d’Appello inglese
Il caso deciso dalla Court of Appeal inglese relativamente a F. e F. ( [2026] EWCA Civ 512), offre uno spunto importante. La vicenda riguarda una coppia con forti collegamenti tra Inghilterra e Italia. La famiglia aveva vissuto a Londra per molti anni e poi si era trasferita a Milano. Al momento della crisi matrimoniale, il marito sosteneva che il procedimento dovesse essere trattato in Italia; la moglie, invece, aveva avviato il divorzio in Inghilterra, sostenendo di avere ancora un collegamento giuridico sufficiente con quel Paese.
La Court of Appeal ha respinto il ricorso del marito, confermando che la moglie poteva procedere in Inghilterra. Non si tratta però, solo di una questione “tecnica”, di domicilio o di forum conveniens, cioè del Paese più appropriato per decidere. Il cuore della questione era economico: quale ordinamento avrebbe potuto offrire una tutela effettiva al coniuge più debole?
Il nodo: la separazione dei beni e la tutela la parte debole
Nel caso specifico, durante il matrimonio in Italia era stato sottoscritto un accordo di separazione dei beni. Secondo le prove di diritto italiano considerate dalla Corte inglese, quell’accordo non poteva essere contestato in Italia e avrebbe impedito al giudice italiano di procedere a una vera divisione dei beni o a ordini di trasferimento patrimoniale, lasciando spazio essenzialmente a profili di mantenimento.
È qui che la decisione diventa interessante anche per il pubblico italiano: “La separazione dei beni non è di per sé un male. Può essere una scelta libera, consapevole e perfettamente legittima. Ma diventa problematica quando, nella realtà della vita familiare, un coniuge costruisce patrimonio e carriera mentre l’altro rinuncia, arretra o sospende il proprio percorso professionale per occuparsi della casa e dei figli”. Il regime della separazione dei beni, infatti, fotografa la titolarità formale dei beni. Chi compra, possiede; chi intesta, conserva; chi accumula, resta proprietario. Ma questa fotografia può diventare parziale, se non addirittura ingiusta, quando ignora il lavoro invisibile svolto dentro la famiglia.
Quel carico familiare che pesa sul futuro
In molte coppie, ancora oggi, è soprattutto la donna a ridurre il lavoro, a riorganizzare la propria carriera, ad accompagnare i figli, a gestire la casa, a rendere possibile la crescita professionale dell’altro. Quel contributo non compare nei bilanci, non viene intestato al catasto, non genera quote societarie. Eppure è spesso la condizione che permette all’altro coniuge di produrre reddito, patrimonio, relazioni e carriera. Dunque il lavoro di cura non è un favore, ma una forma di investimento familiare. Se il diritto non lo considera, il rischio è trasformare la separazione dei beni in una separazione delle opportunità: uno esce dal matrimonio con il patrimonio, l’altro con il costo delle rinunce.
Cosa prevede il diritto inglese
Il diritto inglese, pur non essendo automaticamente favorevole in ogni caso, ha un’impostazione diversa rispetto a quella italiana. Nei financial remedies inglesi il giudice può guardare alla complessiva storia matrimoniale, ai bisogni, ai contributi, alla capacità economica delle parti, al ruolo svolto da ciascun coniuge. In questo quadro, il più debole economicamente può avere strumenti più incisivi per chiedere una redistribuzione patrimoniale o una compensazione effettiva.
La Court of Appeal, ha dato rilievo proprio alla differenza tra i due sistemi. La Corte ha osservato che in Italia non tutte le questioni economiche sarebbero state affrontate, in particolare la divisione degli asset e la possibilità di contestare l’accordo di separazione dei beni; ciò costituiva un fattore molto rilevante per ritenere che l’Italia non fosse chiaramente il Foro più appropriato.
Quanto conta il Paese in cui ci si si separa
Oltre a farci riflettere sul tema delle tutele e dei carichi familiari, la decisione della Court of Appeal ricorda una cosa fondamentale: nelle famiglie internazionali, la scelta del Paese in cui agire può cambiare radicalmente l’esito economico della separazione. Per molte donne, e più in generale per molti coniugi deboli, la domanda non è solo: “da chi mi separo?”, la domanda è anche: “dove posso far valere davvero ciò che ho dato alla famiglia?”
La sentenza ha confermato inoltre che il domicilio inglese di scelta non si perde automaticamente solo perché una persona si trasferisce all’estero. Nel caso deciso, la moglie aveva vissuto in Inghilterra per un lunghissimo periodo e il trasferimento in Italia era stato considerato, nella sua prospettiva, temporaneo. La Corte ha ritenuto che non fosse necessario avere un piano preciso di rientro per conservare quel collegamento, se l’intenzione di non abbandonarlo definitivamente risultava credibile.
I rischi di “seguire” l’altro senza tutelarsi
Questo passaggio è particolarmente importante per le coppie che si spostano per ragioni fiscali, lavorative o familiari. Un trasferimento a Milano o in Italia non sempre cancella la storia precedente della famiglia e non sempre sposta automaticamente il baricentro giuridico della crisi. In definitiva, non sempre impedisce al coniuge più fragile di cercare tutela in un ordinamento più adatto a riconoscere il suo contributo.
La mobilità internazionale porta opportunità, ma anche asimmetrie. Chi organizza il trasferimento, chi gestisce i patrimoni, chi ha consulenti fiscali e legali, spesso parte avvantaggiato. Chi segue la famiglia, interrompe il lavoro, si adatta a una nuova lingua o a un nuovo Paese, rischia invece di scoprire solo al momento della crisi che le scelte firmate anni prima hanno conseguenze molto più dure di quanto immaginasse.
Conoscere e tutelarsi, prima di sottoscrivere
Per questo, prima di firmare un regime patrimoniale, prima di trasferirsi all’estero, prima di accettare una scelta fiscale o familiare apparentemente neutra, occorre comprendere quali saranno gli effetti in caso di crisi. Quando arriva la separazione, il coniuge debole ha bisogno di una cosa molto concreta: un giudice che possa vedere tutta la storia familiare, non solo l’intestazione formale dei beni. E questa, oggi, è una delle grandi sfide del diritto di famiglia contemporaneo.