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Cos’è la povertà “da raffrescamento” e perché il caldo costa di più a chi ha meno

Si chiama cooling poverty, o povertà da raffrescamento: la disuguaglianza che separa chi può tenere la casa fresca da chi deve scegliere tra comfort e bolletta. Le famiglie a basso reddito arrivano a spendere l’8% del budget per rinfrescarsi, e chi vive nei quartieri senza verde parte già con qualche grado in più.

Tempo di lettura: 6 minuti

povertà da raffrescamento
Foto di Ant Rozetski

Per anni, a campeggiare sui giornali è stata soprattutto l’espressione fuel poverty: vale a dire la difficoltà di riscaldare adeguatamente la propria abitazione durante l’inverno, soprattutto per quegli stati, come l’Italia, dove la carenza di materie prime energetiche si fa sentire. Da un po’ di tempo a questa parte, tuttavia, lo scenario si è praticamente ribaltato: l’estate, sinonimo per eccellenza di vacanze e di relax, si è trasformata nel simbolo più riconoscibile delle conseguenze del cambiamento climatico. E in un nuovo catalizzatore di disuguaglianze. Perché, in un contesto nel quale le ondate di calore stanno diventando più frequenti, più lunghe e più intense, non tutti risentono degli effetti del caldo allo stesso modo. C’è chi può abbassare la temperatura di casa con un condizionatore e chi, invece, è costretto a scegliere tra il comfort e la bolletta. O chi, addirittura, non ha nemmeno questa possibilità. A tenere banco, oggi, è infatti la cooling poverty, ovvero la povertà da raffrescamento. Un concetto ancora poco dibattuto, che però influenza direttamente milioni di persone da un punto di vista sia economico che sociale.

Quando il clima diventa un costo

Uno studio pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management da un gruppo internazionale di ricercatori fotografa con chiarezza il fenomeno. La ricerca, che ha analizzato 25 Paesi rappresentativi del 62% della popolazione mondiale, mostra che possedere un condizionatore aumenta in media del 36% i consumi elettrici domestici. Entro il 2050, la domanda mondiale di elettricità destinata al raffrescamento delle abitazioni potrebbe arrivare a circa 1.400 TWh all’anno, un valore paragonabile all’intero consumo elettrico dell’India nel 2020.

Ma il dato più interessante riguarda proprio la disuguaglianza. Le famiglie con redditi più elevati destinano generalmente tra lo 0,2% e il 2,5% della propria spesa all’uso del condizionatore. Le famiglie più povere, invece, possono arrivare a spendere fino all’8% del proprio budget soltanto per riuscire a mantenere una temperatura accettabile in casa. In altre parole, il raffrescamento rischia di diventare un nuovo fattore di povertà energetica.

Il caso degli studenti: se il caldo non è democratico

Questa profonda discrepanza emerge con particolare forza nelle città universitarie italiane. Come raccontato da la Repubblica Bologna, molti studenti fuori sede stanno affrontando l’ennesima estate in appartamenti privi di climatizzazione, spesso pagati a prezzi molto elevati. A rendere persino peggiore il quadro è il fatto che anche numerose sale studio e biblioteche non dispongono di sistemi di raffrescamento adeguati. O, se li hanno, soltanto per un numero limitato di posti.

Studiare diventa così una sfida fisica prima ancora che intellettuale. Con temperature che superano facilmente i 35 °C, concentrarsi per preparare un esame significa affrontare ore in ambienti surriscaldati, con effetti sulla capacità di attenzione, sulla memoria e sul benessere psicofisico. Il risultato è una forma di disuguaglianza che passa quasi inosservata: chi dispone di una casa fresca, di un impianto di climatizzazione efficiente o può permettersi di lavorare in uno spazio climatizzato, parte con un vantaggio concreto rispetto a chi studia in una stanza trasformata in una serra. Come a dire che il cambiamento climatico – e la lentezza con la quale un Paese vi si adegua – può addirittura influire sul merito.

Ridefinire lo spazio

Risulta particolarmente efficace, in questo senso, l’espressione utilizzata qualche giorno fa dalla docente del Politecnico di Milano e urbanista Elena Granata sulle colonne del Quotidiano Nazionale: «Il caldo non è democratico». La questione, infatti, non riguarda soltanto le temperature che percepiamo o l’inefficienza degli apparati istituzionali che si riflettono su alcune specifiche categorie. Ma anche il modo in cui concepiamo e costruiamo i nostri quartieri, le nostre strade.

Le città italiane, da questo punto di vista, sono sempre più colpite dal fenomeno delle isole di calore urbane, aree dove cemento, asfalto e superfici impermeabili assorbono e rilasciano enormi quantità di calore. Secondo il NASA Earth Observatory, nelle giornate più calde asfalto e tetti scuri possono raggiungere temperature comprese tra 50 e 70 °C, mentre le superfici ricoperte da vegetazione si mantengono generalmente tra 30 e 35 °C.

Non è una differenza di pochi gradi: è un cambiamento radicale nella fruibilità degli spazi urbani. Ed è una differenza che si distribuisce in modo profondamente diseguale. Le periferie italiane, costruite spesso in decenni in cui il verde pubblico era considerato un elemento accessorio, sono generalmente più ricche di cemento e molto più povere di alberi. La crisi climatica, secondo Granata, colpisce così soprattutto i quartieri più fragili, dove manca il verde di prossimità e dove gli abitanti dispongono di minori risorse economiche per proteggersi. Non è un caso che la Commissione europea abbia evidenziato come le persone con redditi più bassi vivano più frequentemente in quartieri con minori benefici di raffrescamento naturale.

Il diritto al fresco

Per anni la risposta al caldo è stata quasi esclusivamente tecnologica: installare più condizionatori. Ma questa soluzione presenta un evidente paradosso. Più climatizzatori significano più consumi elettrici e, se l’energia proviene ancora da fonti fossili, anche più emissioni di gas serra. In pratica, si alimenta lo stesso fenomeno che rende necessaria una maggiore climatizzazione. Per questo oggi urbanisti e climatologi insistono su una strategia complementare: raffrescare le città prima ancora degli edifici. E di conseguenza aumentare alberi e vegetazione, realizzare tetti verdi, utilizzare materiali riflettenti e ridurre le superfici impermeabili. In questo contesto si inserisce anche la depavimentazione, cioè la rimozione di asfalto e cemento per restituire spazio al terreno e agli alberi. 

Certo, la strada è ancora lunga, se si considera che il principio europeo della rinaturalizzazione 3-30-300, un modello per cui ogni persona dovrebbe poter vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e avere un parco entro 300 metri da casa, ha ricadute su meno del 15% della popolazione del Vecchio Continente. Eppure, qualcosa, a livello di politiche pubbliche, si sta muovendo. Genova è la prima città italiana ad aver inserito la depavimentazione nel proprio Piano Urbanistico Comunale. Bologna ha avviato il programma “Bologna Verde”, mentre Roma sta lavorando alla riqualificazione di cento parchi cittadini. Anche Milano, Firenze e Torino stanno investendo nell’aumento del verde urbano come misura di adattamento climatico. L’obiettivo non è solo rendere le città più belle. Ma più vivibili.

Il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il nostro rapporto con l’ambiente. Sta anche rimodellando alcune dinamiche che abbiamo sempre dato per scontate. Sta cambiando persino il significato stesso della povertà. E facendo emergere che il fresco è un diritto di cui dobbiamo ricordarci e occuparci. Prima che poter studiare, lavorare o semplicemente dormire rischino di diventare dei privilegi appannaggio di pochi.

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