L’app
di Rame

Come le app di incontri guadagnano sulla nostra frustrazione

Il 52% dei giovani evita gli appuntamenti per mancanza di soldi. Le app promettono di risolvere il problema, ma guadagnano finché non lo risolvi. Un’analisi di come il capitalismo ha colonizzato la nostra vita affettiva, e di cosa si può fare.

Tempo di lettura: 7 minuti

Valentina Ciannamea
Valentina Ciannamea

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Giornalista esperta di mondi digitali con un background da sociologa

come le app di incontri guadagano sulla frustazione

Secondo il State of Our Unions Report, una ricerca condotta su oltre 5.000 giovani adulti tra i 22 e i 35 anni, il 52% delle persone evita gli appuntamenti per mancanza di soldi. Cene, trasporti, eventi, il dating tradizionale ha un costo, e quando affitti e bollette hanno già eroso quasi tutto il reddito disponibile, quel costo non è più sostenibile per tante persone.

I dati sono americani, ma chiunque abbia vissuto in una città italiana negli ultimi anni sa che il problema non è geograficamente distante. Quello che colpisce è dove questi numeri hanno circolato di più: non su una rivista accademica, ma su Instagram. Segno che il tema ha trovato il suo pubblico: persone giovani che nella “cris degli appuntamenti” riconoscono qualcosa che stanno vivendo davvero.

Ma c’è una domanda che questi dati aprono, e che vale la pena non schivare: l’amore è mai stato davvero libero dall’economia?

Prima delle app di incontri, eravamo più liberi?

La risposta breve è: probabilmente no. Per la maggior parte della storia umana, il matrimonio è stato un contratto economico. La dote, l’eredità, la trasmissione della proprietà, le alleanze tra famiglie, tutto questo regolava chi poteva stare con chi, molto più di quanto lo facessero i sentimenti. L’idea che ci si innamori spontaneamente, senza calcolo e senza condizionamento sociale, è un’invenzione relativamente recente che possiamo considerare un prodotto del romanticismo ottocentesco, poi amplificato dal cinema, ed è, almeno in parte, una storia che ci raccontiamo.

Ancora oggi i dati sociologici mostrano che la maggior parte delle coppie si forma tra persone con livelli di istruzione simili, provenienti da contesti economici comparabili, che frequentano gli stessi luoghi. Ci innamoriamo di chi incontriamo, e incontriamo chi ci somiglia. La classe sociale opera come filtro invisibile degli incontri, prima ancora che arrivi qualsiasi algoritmo.

Quindi quando diciamo che le app di incontri hanno mercificato l’amore, dobbiamo essere precisi: non hanno inventato la sovrapposizione tra sfera affettiva e sfera economica. L’hanno resa visibile, scalabile e, la vera novità, l’hanno trasformata in un modello di business.

La promessa democratica delle dating app (e il suo tradimento strutturale)

Tinder nasce nel 2012 con un’idea genuinamente interessante: democratizzare gli incontri online. Dare accesso a chi non ha reti sociali forti, rompere le bolle geografiche e di classe, abbassare la barriera per le persone più timide o isolate. Per un po’, quella promessa ha funzionato e, in parte, funziona ancora se si guarda solo all’accesso. Ma le app di incontri sono aziende. E come tutte le aziende, il loro obiettivo non è il benessere degli utenti: è la crescita del business. Ed è qui che si inceppa qualcosa di strutturale.

Come osservano le ricercatrici Evelina Johansson Wilén, Maria Wemrell e Lena Gunnarsson in un articolo pubblicato su Jacobin e ripreso da Internazionale, esiste un interesse intrinseco nelle piattaforme di dating a non mantenere fino in fondo la promessa di trovare un partner. Più le persone cercano disperatamente una connessione, più diventano redditizie per la piattaforma. Alcune ricerche suggeriscono che abbassare la qualità dei match, favorire certi profili “polari” e mantenere alta la variabilità dei risultati prolunga il processo di ricerca e tiene le persone sull’app più a lungo.

Il meccanismo è semplice, e una volta che lo vedi diventa difficile non vederlo ovunque: le app di dating non guadagnano quando trovi un partner. Guadagnano finché lo cerchi: abbonamenti premium, boost di visibilità, super like, funzioni avanzate di personalizzazione, tutto è progettato per monetizzare l’attesa, non l’arrivo. L’amore diventa così la merce più intima del mercato contemporaneo: promessa ma raramente consegnata, rimessa in commercio continuamente.

Come le app di dating guadagnano sulla frustrazione (non sul successo)

Le contraddizioni che questo sistema crea non restano nella sfera privata ma si politicizzano. Da un lato ci sono gli incel, uomini che si definiscono involontariamente celibi e che si convincono di essere i perdenti di un mercato sessuale in cui le donne avrebbero tutto il potere. Dall’altro ci sono le donne che vivono gli incontri online come un lavoro non retribuito: filtraggio, valutazione, gestione di un volume enorme di messaggi, con il rischio costante di molestie. Come notano le stesse ricercatrici, nessuna delle due parti è davvero “vincente”: entrambe sono intrappolate in strutture di frustrazione e asimmetria.

Nel 2019 la scrittrice Asa Seresin ha coniato il termine “eteropessimismo”: una sfiducia diffusa nelle relazioni eterosessuali, la sensazione che la dinamica tra uomini e donne sia strutturalmente difficile da abitare. Non è una posizione marginale: molte persone da prospettive molto diverse esprimono qualcosa di simile.

Quello che le app hanno fatto è prendere queste tensioni preesistenti e amplificarle, trasformarle in engagement. La frustrazione tiene le persone sull’app. La speranza che quel match arriva, che quella conversazione sembra promettente le fa tornare. Il desiderio diventa carburante per un sistema che prospera proprio sulla sua insoddisfazione.

Come ricordano i teorici Sandro Mezzadra e Brett Neilson, il capitalismo digitale trae valore sempre più dalle nostre interazioni sociali: like, commenti, preferenze, comportamenti. Le app di incontri sono uno degli esempi più chiari di questa dinamica. Condividiamo dati emotivi, preferenze, vulnerabilità e in cambio riceviamo un’interfaccia che ci promette l’amore.

Tinder Sparks 2026: la risposta del mercato alla crisi che il mercato ha creato

A marzo 2026 Tinder ha tenuto il suo primo keynote dedicato ai prodotti, annunciando oltre dieci nuove funzionalità. Tra le più significative: Astrology Mode (matching basato sulla compatibilità zodiacale, con un aumento del 20% nei like inviati dalle donne nei primi test), Music Mode riprogettata per connettere persone con gusti musicali simili, Chemistry, un sistema di raccomandazioni basato sull’AI pensato esplicitamente per combattere la “dating fatigue” e una funzione di eventi IRL in beta a Los Angeles.

Il comunicato è interessante non solo per quello che annuncia, ma per quello che rivela involontariamente. Il problema che queste funzionalità cercano di risolvere, la stanchezza da swipe, la difficoltà di trasformare un match in una connessione reale, la sensazione che l’app non porti da nessuna parte, è un problema che le app stesse hanno in larga parte contribuito a creare. E la soluzione proposta è: più app. Più intelligenza artificiale, più personalizzazione, più integrazione con altri prodotti digitali come Spotify e Duolingo.

Vale la pena notare che anche la funzione apparentemente più “offline” come gli eventi IRL è progettata per essere scoperta e gestita dall’interno dell’app. L’uscita dal digitale passa attraverso il digitale. L’alternativa allo swipe infinito è mediata dallo stesso sistema che ha prodotto lo swipe infinito.

Non è un giudizio morale sull’industria, e nemmeno un invito a cancellare tutto: è una descrizione di come funziona il capitalismo di piattaforma. Il mercato risponde ai bisogni che ha contribuito a creare, e lo fa riproducendo se stesso.

Si può fare qualcosa?

È la domanda più difficile, e sarebbe disonesto fingere che abbia una risposta semplice. Le ricercatrici di Jacobin suggeriscono che immaginare alternative richiede prima di tutto di riconoscere che il problema non è tecnico, ma politico: non si risolve con una feature migliore, ma ripensando le condizioni in cui cerchiamo l’amore. Il lavoro di cura, l’intimità, il desiderio, non possono essere trattati come questioni puramente private. Sono sempre stati campi in cui si giocano dinamiche sociali ed economiche molto più ampie.

In termini concreti: i “terzi luoghi”, bar, circoli, biblioteche, spazi pubblici non commerciali, sono stati erosi dalla crisi economica e dalla privatizzazione degli spazi urbani. Ricostruirli è una condizione necessaria per avere luoghi di incontro che non siano mediati dal consumo o dall’algoritmo. Il tempo libero non ottimizzato, non produttivo, non registrato da nessuna piattaforma, è diventato una risorsa sempre più scarsa. Recuperarlo è già qualcosa.

E la consapevolezza, nel frattempo, non è poco. Sapere che la frustrazione affettiva ha anche una causa strutturale che non siamo solo “sbagliatǝ” per non riuscire a trovare una connessione autentica è un punto di partenza. Non per rassegnarsi, ma per smettere di incolpare solo se stessǝ.

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