Costo dei conti correnti in aumento: come le commissioni e l’inflazione erodono i risparmi
Negli ultimi mesi i costi dei conti correnti sono aumentati, mentre la remunerazione dei depositi resta praticamente nulla. Tra commissioni e inflazione, il “conto parcheggio” non è più un luogo neutro dove custodire i risparmi, ma uno strumento che può erodere il valore del denaro nel tempo.
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di La redazione
“Ma davvero pago così tanto tenendo i soldi fermi sul conto?”. È questa, probabilmente, la reazione istintiva che i più hanno quando lo schermo dello smartphone si illumina per avvisarci che la nostra banca ha inviato l’ultimo riepilogo spese. E no, non si tratta soltanto di una sensazione. Negli ultimi mesi i costi dei conti correnti sono tornati a salire, mentre la remunerazione dei depositi è rimasta prossima allo zero, nonostante il periodo di tassi più alti che ha fatto crescere gli utili delle banche. Risultato: il “conto parcheggio” – quello che usiamo per sicurezza e liquidità – oggi costa più di quanto sembri e vale meno nel tempo.
Secondo un’analisi di Altroconsumo per “L’Economia” del Corriere della Sera, l’Indicatore di costo annuo (Icc) dei conti correnti più diffusi è aumentato di circa il 2% in sei mesi. Un incremento in linea con il carrello della spesa (+2,1% a gennaio secondo Istat), ma superiore all’inflazione generale (+1%). Un segnale chiaro: mentre i tassi hanno sostenuto i margini bancari, i benefici non sono arrivati sui conti dei clienti.
Quanto costa oggi un conto corrente
Gli aumenti non colpiscono tutti allo stesso modo. I pensionati che utilizzano conti tradizionali e la filiale sono tra i più penalizzati: +2,72% a circa 140,84 euro l’anno in media, considerando un uso tipico di 189 operazioni. Seguono i giovani, con un incremento del 2,16% e una spesa media di 85,54 euro. Le famiglie, che restano la categoria con il conto più caro in assoluto, spendono circa 159,49 euro all’anno, nonostante un aumento leggermente inferiore (+1,69%).
E se i conti online continuano a costare meno – circa un terzo rispetto a quelli tradizionali – tuttavia anch’essi non risultano immuni dai rincari. Per i giovani la spesa media è salita a 30,33 euro annui (+2,02%), per le famiglie a 42,53 euro (+1,9%) e per i pensionati a 48,37 euro (+1,66%). Dietro questi numeri c’è soprattutto l’aumento di canoni e costi variabili, spesso utilizzati dalle banche anche per disincentivare l’uso della filiale. Nel frattempo cresce la voce “commissioni” nei bilanci bancari: in alcuni casi, l’incremento ha superato il 6% nel 2025.
Il margine bancario e i costi “invisibili”
Per capire perché paghiamo di più senza un corrispondente guadagno bisogna guardare a come funziona oggi il margine delle banche. In sintesi: gli istituti guadagnano sulla differenza tra gli interessi applicati a prestiti e mutui e quelli riconosciuti sui depositi.
Negli ultimi anni i tassi di mercato sono saliti e hanno aumentato i ricavi sui finanziamenti. Ma questo aumento non si è tradotto in una maggiore remunerazione dei conti correnti. Nel frattempo sono cresciute commissioni e canoni. Perciò, le banche hanno più margine, ma non grazie ai nostri risparmi parcheggiati.
C’è poi un effetto meno evidente ma molto concreto. Se, ad esempio, si sceglie di lasciare 10.000 euro fermi su un conto che non rende, la spesa annuale sarà di crica e paghi circa 150 euro. In tal modo, si finisce non solo per pagare la banca, ma anche per andare incontro ad una inevitabile perdita del proprio potere d’acquisto. Con prezzi al consumo in crescita, anche moderata, il valore reale dei tuoi risparmi – come spiega anche questa analisi de IlSole24Ore – scende nel tempo. È una doppia erosione: da un lato le commissioni esplicite, dall’altro l’inflazione che riduce ciò che puoi comprare con gli stessi soldi. Il risultato è che il conto corrente smette di essere neutro: non è più solo un luogo sicuro dove tenere liquidità, ma uno strumento con un costo reale.
Spese inconsapevoli
Molte spese non sono percepite come tali perché frammentate: canoni mensili, commissioni sulle operazioni, costi per carte o servizi aggiuntivi, imposte di bollo. Presi singolarmente sembrano piccoli importi; sommati su base annua diventano cifre significative, soprattutto per chi usa spesso il conto o si affida alla filiale. Non si tratta necessariamente di pratiche scorrette: è il modello di business ad essere cambiato cambiato. In un contesto di margini sui servizi e sui prestiti più redditizi, il conto corrente diventa sempre meno un servizio accessorio e sempre più una fonte autonoma di ricavi.
Il conto corrente serve ancora?
Sì, a patto di riporvi aspettative diverse. Il conto resta uno strumento essenziale per pagamenti, gestione quotidiana e fondo di emergenza. Il punto non è eliminarlo, ma smettere di considerarlo un contenitore neutro dove lasciare somme elevate per lungo tempo senza conseguenze. Valutare alternative per la liquidità in eccesso, confrontare i costi tra conti tradizionali e online e controllare con attenzione l’Icc possono fare la differenza. Anche piccole scelte – ridurre l’uso della filiale, eliminare servizi non necessari, negoziare il canone – incidono più di quanto sembri.
Una questione di consapevolezza
Ciò che il contesto degli ultimi anni ci chiama a fare è acquisire una nuova prospettiva. Per anni abbiamo pensato al conto corrente quasi come ad un rifugio che non poteva essere scalfito. Oggi non è più così. Le banche guadagnano sempre più dalle commissioni e meno dalla raccolta tradizionale, mentre l’inflazione rende costoso restare immobili. Non significa inseguire rendimenti a tutti i costi, ma capire che la liquidità ha un prezzo, anche quando sembra ferma. E che scegliere dove e come tenere i propri risparmi non è più una decisione marginale, ma una parte centrale della gestione finanziaria quotidiana.