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Riuso e second hand non bastano, perché non stiamo risolvendo il problema del fast fashion

Ogni anno 92 milioni di tonnellate di vestiti finiscono in discarica o inceneriti pur essendo ancora indossabili. Mentre noi ci consoliamo, convinti salvare il mondo portando abiti nei cassonetti del riuso e acquistando vintage. Secondo il report “Sorting for Circularity: Project Rewear” non è così che salveremo il pianeta. Ecco perché.

Tempo di lettura: 6 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

riuso fast fashion
Foto di Alex Nica

Andiamo pazzi per l’usato. Compriamo in mercatini, siti di second had, portiamo roba vecchia nei cassonetti del riciclo, inorgogliti dalla percezione di fare scelte green. Ma è davvero così? Davvero l’economia del riuso può risolvere il problema abnorme dei rifiuti tessili? Non in questo modo, secondo il report internazionale “Sorting for Circularity: Project Rewear”, pubblicato a maggio 2026 dalla collaborazione tra Fashion for Good, piattaforma che promuove l’economia circolare, e la fondazione Circle Economy. 

Lo studio ha seguito 8.000 capi in quattro Paesi europei (Olanda, Spagna, Polonia e Lituania) provenienti dai sistemi di raccolta differenziata dei tessili, studiando le rotte di esportazione verso Ghana e Pakistan. Gli indumenti in questione sono stati prelevati da cassonetti stradali per la raccolta abiti, contenitori delle associazioni benefiche, punti di raccolta comunali o bidoni di take-back dei negozi. 

Ogni anno vengono generate a livello globale 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Di questi, il 61,4% finisce in discarica o all’inceneritore, il 6,3% viene riciclato e solo l’8% viene effettivamente riutilizzato. 

Gettiamo 16 kg di abiti all’anno

Dall’analisi dei capi nei centri di smistamento europei, è emerso che il 37% di quelli scartati non presentava alcun danno, e un ulteriore 41% aveva solo difetti minori, come una macchiolina o un pallino di pilling, perfettamente riparabili o pulibili. Erano semplicemente usati, fuori moda, roba che generalmente non proviamo nemmeno a rimettere in circolo, perché consapevoli che nessuno la indosserebbe. D’altro canto, i dati ci dicono che la maggior parte di noi preferisce comprare una t-shirt nuova a pochi euro, anche se di dubbia qualità e destinata a essere indossata per mezza stagione o poco più, piuttosto che indossare un abito smesso, con una linea poco “attuale”. Che è poi il motivo per cui, in media, ogni cittadino europeo consuma in media 19 kg di nuovi tessili all’anno e ne getta via circa 16 kg.

Se riparare costa più che buttare

Ma torniamo agli abiti scartati e al loro possibile riutilizzo. Solo una frazione minima dei nostri vestiti, il 5-10%, la cosiddetta categoria “cream”, garantisce un margine economico elevato per i selezionatori, perché spesso il valore di rivendita segue criteri che vanno in contrasto con il buonsenso: non è guidato dalla robustezza del tessuto, ma dalla desiderabilità soggettiva del marchio e dai trend del momento. In secondo luogo, riparare costa troppo: lavare, rammendare o togliere il pilling a un abito usato richiede manodopera specializzata, i cui costi superano quelli del prezzo a cui il capo può essere rivenduto.

L’Europa esporta circa il 25% dei tessili raccolti principalmente verso Africa e Asia, ma questa mole di roba non è detto che trovi acquirenti. In Ghana, nel solo mercato di Kantamanto ad Accra arrivano circa 15 milioni di capi usati a settimana, ma oltre l’86% delle balle importate contiene abiti danneggiati o invendibili, trasferendo i costi finanziari e l’impatto ambientale dello smaltimento su Paesi del Global South privi di adeguate infrastrutture.

La via del second hand, e il rischio che diventi un mercato parallelo

Parte dei nostri vestiti finisce però nel second had, diremo. Vero, ma senza produrre gli effetti sperati. Il report cita piattaforme come Vinted, Depop, Vestiaire Collective, eBay ed Etsy, a cui si aggiungono aziende e marchi tradizionali che nei propri canali stanno introducendo opzioni di rivendita diretta. Il punto, semmai, è capire quanto effettivamente questo business sostenibile sostituisca il sovracquisto del nuovo. In che misura, cioè, comprare un capo usato evita l’acquisto di un altro appena arrivato in negozio.

Un dato, a questo proposito, arriva da Depop, ed è assai positivo: lo studio del sito di second hand attribuisce alle piattaforme d’usato tassi di sostituzione che vanno dal’88 al 92%. Di fronte a questi numeri, gli esperti di economia circolare invitano però alla cautela: le indagini di mercato si basano su dichiarazioni dei consumatori e non c’è certezza empirica che il boom del resale stia effettivamente riducendo i volumi complessivi di produzione globale. Dall’altra parte, studi accademici indipendenti, citati nel report, evidenziano che non è affatto dimostrato che l’acquisto dell’usato limiti quello del nuovo, e difatti la produzione di abiti continua a crescere, e si prevede salità del 63% entro il 2030. 

Quando il prezzo precipita.. e buttare diventa più conveniente

A questa obiezione si aggiunge un dato di fatto non secondario: sulle piattaforme di rivendita tra privati si registra una pressione al ribasso sui prezzi, effetto diretto del flusso continuo di abiti da pochi euro immessi sul mercato dai giganti dell’ultra-fast fashion. La circolazione di merce a bassissimo costo ha l’effetto di svalutare il prezzo dell’usato, e riduce la qualità media dei capi in circolazione, rendendo difficile e meno appetibile la rivendita. In altre parole, mettere online i propri abiti di fascia medio bassa per guadagnare qualcosa è talmente poco remunerativo e faticoso, che la strada più veloce è donarli, con gli effetti che abbiamo visto. 

Come se non bastasse, diversi studi hanno mostrato come  risparmiare denaro comprando abiti usati economici su piattaforme come Vinted può generare un “effetto rimbalzo”. I soldi risparmiati vengono spesso riutilizzati dal consumatore per acquistare altri beni, come altri vestiti o servizi, vanificando in parte il risparmio netto di carbonio e risorse.

Il fulcro del problema e le possibili soluzioni

Nessuno dei sistemi finora adottati per arginare l’emergenza dei rifiuti tessili si sta rivelando efficace, salvo apportare correzioni. Finché i grandi nomi del fast fashion continueranno a immettere sul mercato centinaia di migliaia di nuovi capi per stagione a prezzi irrisori, noi consumatori continueremo a considerare l’abbigliamento come un bene usa-e-getta. In questo quadro, pratiche come il second hand e la donazione nei cassonetti diventano solo una foglia di fico che nasconde il senso di colpa. La soluzione? Comprare meno e riparare di più, per noi consumatori, non basta.

È a monte che vanno impostate nuove strategie, con nuovi modelli di business e un quadro normativo severo. I progetti pilota del report dimostrano l’efficacia dell’intelligenza artificiale nello smistamento industriale per intercettare i capi di maggior valore e aumentarne i ricavi, affiancata a strategie di riparazione mirata, concentrate su categorie ad alta durabilità, anziché sul fast fashion di poco valore. A sostenere questo cambiamento è intervenuta di recente il nuovo regolamento Ecodesign (ESPR) e la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che impone ai marchi eco-contributi legati alla durabilità dei prodotti, e vieta espressamente la distruzione dei capi usati o invenduti. Se funzionerà, lo vedremo a breve.

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