Perché essere il primo laureato in famiglia pesa sul reddito
Una laurea dovrebbe rimettere tutti sulla stessa linea di partenza, ma non sempre è così. Secondo uno studio americano, chi è il primo laureato in famiglia guadagna meno e fa più fatica a far carriera rispetto a chi ha studiato con lui, perché gli mancano reti e regole non scritte che altri imparano a casa. In Italia, quel divario si apre ancora prima.
Tempo di lettura: 8 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
Immaginiamo due persone che hanno fatto lo stesso dottorato, nello stesso ateneo e nello stesso campo di studi. Hanno seguito gli stessi corsi e superato gli stessi esami. Qualche anno dopo, una delle due ha una cattedra in un’università di ricerca. L’altra insegna in un ateneo meno prestigioso, guadagna un po’ meno ed è meno soddisfatta del proprio lavoro. A separarle c’è un dettaglio che non compare in nessun curriculum: i genitori della prima sono laureati, quelli della seconda no.
È, semplificando, quello che descrive una ricerca uscita quest’estate negli Stati Uniti. Mette in discussione un’idea che diamo per acquisita: che la laurea, e ancora di più un dottorato, rimetta tutti sulla stessa linea di partenza. In realtà non è proprio così.
A parità di titolo
La ricerca è firmata da Anna Stansbury, economista della Sloan School of Management del MIT, e da Kyra Rodriguez, dottoranda alla Haas School of Business di Berkeley. È stata pubblicata a luglio sulla rivista Econometrica e ripresa a settembre dal New York Times. Le autrici hanno preso persone che avevano fatto lo stesso dottorato, nello stesso ateneo e nello stesso campo di studi, e le hanno divise in base al titolo di studio dei genitori: da una parte chi era il primo della famiglia a laurearsi, dall’altra chi aveva almeno un genitore con una laurea. Poi hanno seguito le loro carriere per vedere se, a parità di percorso, qualcosa cambiava.
Rispetto agli ex compagni di dottorato che hanno un genitore con un titolo post-laurea, chi è il primo laureato della famiglia ha il 10% di probabilità in meno di ottenere una cattedra in un’università di ricerca, guadagna il 3% in meno e dichiara una soddisfazione lavorativa più bassa del 5%. Un divario simile emerge anche tra i dottori di ricerca che lavorano nell’industria, e questo suggerisce che il fenomeno non riguardi solo l’accademia.
Il soffitto di classe
Il concetto che aiuta a leggere questi numeri si chiama “soffitto di classe”. L’espressione, modellata sul soffitto di cristallo, l’hanno coniata i sociologi Sam Friedman e Daniel Laurison per descrivere le barriere che impediscono a chi viene da famiglie operaie di arrivare ai vertici di professioni come l’avvocatura, la finanza o la medicina. Queste barriere sono in gran parte invisibili. Il New York Times parla di un “curriculum nascosto”: la dimestichezza con interazioni sottili, regole non scritte e consuetudini che nessuno spiega. Stansbury osserva che in molti ambienti professionali d’élite le qualità su cui si viene valutati sono in parte soggettive, e che fare carriera dipende da reti, capitale sociale e dal modo in cui ci si presenta.
Chi è il primo della famiglia ad arrivare in quegli ambienti ha spesso meno parenti o amici in grado di aiutarlo, è meno consapevole di quanto contino le relazioni per andare avanti e prova più disagio a chiedere consiglio. Secondo Stansbury, crescere in una famiglia benestante aiuta a leggere tra le righe di certe situazioni, perché le si è già attraversate. Quello che si eredita, in altre parole, non è solo un patrimonio. È anche un modo di stare nel mondo del lavoro.
La ricerca riguarda l’università americana, e i suoi numeri non si possono trasferire automaticamente all’Italia. Il meccanismo che descrive, però, è riconoscibile anche qui.
Quello che i soldi non comprano
Qualche settimana fa, ai microfoni di Rame, abbiamo raccontato la storia di Andrea, 28enne di Bergamo. È il primo laureato della sua famiglia: i nonni erano contadini, i genitori sono impiegati. Non è cresciuto in povertà, e per tutti gli anni dell’università i genitori l’hanno mantenuto. Eppure la sua storia mostra bene cosa succede quando in casa ci sono i soldi per sostenere un percorso, ma non l’esperienza per orientarlo.
Il primo bivio arriva a quattordici anni, con la scelta della scuola superiore. «Io sarei stato più portato per un liceo, per qualcosa di più umanistico», racconta. I genitori, però, gli consigliano l’Istituto tecnico, la stessa scuola fatta dal padre e dal nonno. «L’idea era fare una scuola che mi desse un titolo di studio con cui, se non avessi voluto continuare a studiare, avrei trovato lavoro facilmente». È una scelta comprensibile, e molto diffusa. La scelta della scuola superiore è anche uno dei punti in cui il background familiare pesa di più. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, chi ha almeno un genitore laureato ha quasi otto volte più probabilità di scegliere un liceo rispetto a chi viene da una famiglia in cui i genitori si sono fermati alla licenza media. E quella scelta è strettamente legata alla probabilità di proseguire all’università.
Andrea all’università ci arriva comunque, e dopo la magistrale continua a formarsi: prima il servizio civile, poi un anno di specializzazione a Parma. «Ho dato molta priorità alla formazione forse perché non mi sentivo all’altezza di un certo tipo di ruolo».
Quando arriva il momento di trasformare tutta quella formazione in un lavoro, si scontrano due idee molto diverse di cosa un lavoro debba essere. Da una parte, la linea familiare è la stessa che aveva guidato la scelta della scuola: «Sentivo un po’ questa pressione, del tipo: “Qualsiasi lavoro trovi va bene, basta che ne trovi uno”». Dall’altra, c’è la sua: «Io ho fatto i miei anni di università, ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è».
È uno dei modi in cui il curriculum nascosto agisce anche su chi ha avuto le risorse per studiare: quando in famiglia nessuno ha attraversato quel mondo prima di te, i titoli diventano l’unico strumento per sentirsi legittimati, ma nessuno può spiegarti come trasformarli in un lavoro che somigli a ciò che hai studiato.
Prima ancora della laurea
La storia di Andrea racconta cosa manca quando ci sono i soldi ma non la mappa. Per molte persone, però, mancano tutte e due le cose. Ed è lì che il divario si apre, molto prima dell’università. In Italia il titolo di studio dei genitori resta il fattore che più orienta il percorso dei figli. Tra i 25-34enni con genitori senza diploma, solo il 12,8% ha raggiunto un titolo universitario, mentre il 35,1% si è fermato alla licenza media. Tra i figli di laureati, invece, quasi due su tre arrivano alla laurea. A questa distanza si somma quella economica. Nel 2024 i minori in povertà assoluta in Italia erano oltre un milione e 283mila, il 13,8% del totale. È il valore più alto dal 2014.
Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda, e i numeri lo mostrano da entrambi i lati. Secondo l’Istat, la povertà assoluta colpisce il 15,1% degli adulti con al massimo la licenza media e il 2,3% dei laureati. Studiare protegge dalla povertà, sì, ma crescere in povertà rende molto più difficile studiare. Secondo una ricerca di Save the Children, più di un ragazzo su quattro tra quelli che vivono in grave deprivazione materiale pensa che non riuscirà a finire la scuola e che dovrà andare a lavorare, contro l’8,9% dei coetanei.
La povertà educativa non riguarda solo la scuola. Riguarda anche tutto quello che succede fuori: i libri in casa, lo sport, un viaggio, una mostra, uno spazio tranquillo per studiare, un adulto a cui chiedere com’è fatta un’università. È lì che si forma il primo strato di quel curriculum nascosto che, anni dopo, peserà anche su chi ce l’ha fatta.
Cosa si può fare
Se le barriere sono invisibili, il primo passo è renderle visibili. Stansbury e Rodriguez chiedono che la classe sociale entri nella ricerca e nelle politiche di diversità e inclusione, così come vi sono entrati il genere e l’etnia. Nei contesti di lavoro questo significa chiedersi chi viene valutato su qualità soggettive, chi ha accesso ai mentori, chi viene invitato alle occasioni informali in cui si decidono le opportunità. Il resto del lavoro si gioca prima, e riguarda le politiche pubbliche: un orientamento scolastico che non lasci la scelta della superiore solo alle famiglie, una scuola che offra tempo, spazi e attività a chi non li trova fuori, sostegni allo studio che coprano davvero il costo della vita da universitari.
C’è poi una parte che riguarda chi questo divario lo vive in prima persona. Non serve a scaricare sul singolo un problema che resta strutturale, ma riconoscerlo cambia il modo in cui ci si muove. Se si è i primi in famiglia ad arrivare in un certo ambiente, è difficile che i titoli parlino da soli: le informazioni che altri ricevono a casa vanno cercate altrove. Si può chiedere a chi fa già quel lavoro come ci è arrivato, rivolgersi ai servizi di orientamento e placement dell’università, entrare nelle reti di ex studenti e nelle associazioni di categoria, chiedere a un responsabile su cosa si viene valutati davvero. Chi parte con una rete più piccola ha bisogno di costruirsela, e farlo non dev’essere necessariamente un’abilità innata.