Coinquilini a 30 anni: perché condividere casa è sempre più una necessità
Superati i 30 anni, con un lavoro e magari una laurea alle spalle, sempre più persone continuano a dividere casa con colleghi, amici o sconosciuti. Spesso non per scelta: con stanze che a Milano e Bologna superano i 650 euro al mese, vivere da soli può costare migliaia di euro in più all’anno. Abbiamo fatto i conti, e messo in fila come usare la differenza senza trasformare una rinuncia in un merito.
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di La redazione
Un preciso momento, nell’immaginario collettivo, segna quasi sempre l’inizio della vita adulta: l’occasione in cui elementi fondamentali come un lavoro stabile e uno stipendio adeguato si allineano per permettere di accedere alla proprietà di una casa. Magari un piccolo appartamento, arredato secondo i propri gusti, dove invitare gli amici a cena senza dover concordare prima l’utilizzo della cucina. Per una fetta crescente di giovani lavoratori italiani, però, questo copione che ha accompagnato svariate generazioni si scontra ora con un ostacolo molto concreto: il costo dell’abitare. E così, anche dopo la laurea, superati i 30 anni e con un lavoro alle spalle, la casa continua a essere un luogo da condividere. Non più necessariamente con i compagni di università, ma con colleghi, amici o addirittura perfetti sconosciuti.
Non è un caso che, nel nostro Paese, negli ultimi anni l’house-sharing si sta trasformando da esperienza temporanea a soluzione abitativa prolungata per chi ha tra i 28 e i 38 anni. Raccontarlo come una scelta sempre consapevole, una nuova filosofia di vita o un semplice esercizio di risparmio, tuttavia, rischia di nascondere il punto centrale: spesso non si condivide casa perché lo si desidera, ma perché non si può fare altrimenti.
Il costo dell’indipendenza
I dati aiutano a capire perché la questione non riguardi più soltanto gli studenti fuori sede. Secondo l’International Rent Index di HousingAnywhere relativo al quarto trimestre del 2025, in Italia una stanza arredata costava in media 664 euro al mese a Milano e 655 euro a Bologna. Roma registrava un aumento annuo del 4,8%, mentre Torino si confermava relativamente più accessibile, con canoni compresi tra 520 e 530 euro. Sul fronte degli appartamenti arredati, il canone mediano rilevato a Roma arrivava a 1.990 euro mensili. Sono valori riferiti agli annunci presenti sulla piattaforma, orientata soprattutto a studenti e giovani professionisti, e non rappresentano l’intero mercato immobiliare italiano. Ma, di certo, restituiscono una fotografia ben chiara.
Il successivo aggiornamento di HousingAnywhere, relativo al secondo trimestre del 2026, ha rilevato un calo annuo del 4,6% dei canoni delle stanze a livello europeo. Ma una diminuzione dei prezzi, da sola, specie se contenuta, non significa che abitare sia diventato accessibile: conta anche quanto si guadagna, quanto resta dopo le spese essenziali e quanto è difficile trovare un alloggio adeguato nella città in cui si lavora. La differenza tra affittare una stanza e un appartamento intero può quindi diventare decisiva.
Se una quota consistente dello stipendio viene destinata ogni mese per pagare il tetto sopra la propria testa, risparmiare per un imprevisto, cambiare lavoro, trasferirsi o costruire un progetto personale diventa molto più difficile. Ecco perché il tema non può essere ridotto alla domanda «perché a 35 anni vivi ancora con dei coinquilini?». La domanda più utile è un’altra: quanto costa, oggi, potersi permettere una casa senza sacrificare tutto il resto?
La casa come simbolo di disuguaglianza
Il dibattito non riguarda soltanto l’Italia. Sempre secondo dei dati elaborati dalla piattaforma HousingAnywhere, il 48% degli europei che condividono la propria abitazione con altri inquilini vorrebbe vivere da solo. In Spagna, poi, la crisi abitativa ha riportato migliaia di persone in piazza: il 3 ottobre 2026, manifestazioni contro il caro-affitti e la difficoltà di accesso alla casa si sono svolte a Madrid e in altre città, dopo che il Parlamento aveva respinto misure di tutela degli inquilini. Le proteste si inseriscono in una mobilitazione più ampia contro un mercato che rende sempre più difficile trovare un’abitazione sostenibile.
Sotto questo punto di vista, l’house-sharing può offrire vantaggi reali: permette di dividere le spese, riduce l’esposizione economica individuale e, in alcuni casi, rende possibile trasferirsi in una città dove altrimenti sarebbe impossibile vivere. Ma non va confuso con una soluzione strutturale alla crisi abitativa. Se una persona è costretta a condividere un appartamento perché non può sostenere un affitto da sola, il risparmio ottenuto è anche il segnale di una rinuncia. Riconoscere questa ambivalenza è importante. Non c’è nulla di sbagliato nel condividere casa a 32 o 37 anni, né nel preferire una sistemazione condivisa anche quando ci si potrebbe permettere altro. Il problema nasce quando questa scelta non è più davvero tale.
La simulazione: quanto costa vivere da soli?
Per capire l’impatto sul bilancio personale, immaginiamo due scenari in una grande città italiana. I valori sono puramente esemplificativi, non medie ufficiali riferite ad una specifica città: servono a mostrare come cambiano i conti quando si passa da un appartamento condiviso a uno in uso esclusivo.
- Scenario A: una stanza in un appartamento condiviso. L’affitto della stanza è di 650 euro al mese, a cui si aggiungono 70 euro per utenze e internet e 30 euro per le spese domestiche condivise. Il totale mensile è quindi di 750 euro.
- Scenario B: un piccolo appartamento in uso esclusivo. L’affitto è di 1.200 euro al mese, mentre utenze e internet costano 150 euro e le spese domestiche e di manutenzione ordinaria ammontano a 50 euro. Il totale mensile è di 1.400 euro.
Il risultato è di facile lettura: vivere da soli costa 650 euro in più al mese, cioè 7.800 euro in un anno. E il calcolo non include eventuali differenze nei costi iniziali: deposito cauzionale, trasloco, acquisto di mobili ed elettrodomestici o commissioni di agenzia, quando previste. Naturalmente, il divario cambia a seconda della città, del quartiere, delle condizioni del contratto e del numero di coinquilini. Anche le utenze possono essere incluse nel canone oppure no. Prima di confrontare due soluzioni, quindi, è fondamentale verificare che le cifre siano davvero comparabili.
La simulazione, però, resta interessante: una differenza di alcune centinaia di euro al mese può determinare la possibilità di costruire un fondo di emergenza, affrontare una spesa imprevista senza indebitarsi o iniziare a investire con regolarità. Questo non significa che la condivisione sia sempre la scelta economicamente migliore. Significa che, quando è la soluzione più sostenibile, anche la necessità può essere sfruttata come un’occasione per recuperare almeno una parte del margine finanziario che il costo dell’abitare sottrae. In che modo?
Pochi consigli, ma essenziali
L’obiettivo, per chi opta per questo genere di soluzione abitativa, è fare in modo che il denaro risparmiato grazie alla condivisione non finisca semplicemente assorbito dalle altre spese quotidiane. Per evitare che il vantaggio economico si dissolva, può essere utile assegnare in anticipo una destinazione alla differenza tra i due scenari. Riprendiamo i 650 euro mensili della simulazione. Una strategia ragionevole potrebbe articolarsi in tre passaggi.
- Costruire un fondo di emergenza. Prima di pensare ai mercati finanziari, è utile accumulare una riserva per gli imprevisti: una spesa medica, un periodo senza lavoro, un trasloco improvviso o un deposito cauzionale per una nuova casa. Un obiettivo indicativo può essere mettere da parte l’equivalente di tre-sei mesi di spese essenziali, adattando la cifra alla stabilità del reddito e alla propria situazione familiare. La riserva dovrebbe essere facilmente accessibile e non esposta a oscillazioni di mercato.
- Investire con un orizzonte temporale adeguato. Una volta costruita una base di sicurezza, chi dispone di liquidità che non servirà nel breve periodo può valutare un piano di accumulo del capitale (PAC). Investire una somma periodica può aiutare a creare un’abitudine e distribuire gli acquisti nel tempo, ma non elimina il rischio di perdita. Prima di scegliere strumenti e importi, bisogna considerare obiettivi, costi, diversificazione e capacità di sopportare le oscillazioni. Il denaro destinato a un trasloco o a un acquisto importante nei prossimi anni, in genere, non dovrebbe essere esposto a rischi incompatibili con quella scadenza.
- Non dimenticare la previdenza. Per chi ha un reddito regolare e una prospettiva lavorativa sufficientemente stabile, può avere senso informarsi sulla previdenza complementare, valutando costi, condizioni, vantaggi fiscali ed eventuali contributi del datore di lavoro. È una scelta di lungo periodo, non un sostituto del fondo di emergenza: le somme versate seguono regole specifiche di accesso e disponibilità.
La regola del 30/30/20
Per organizzare il budget, la famosa regola del “50/30/20” può essere un punto di partenza, da adattare alle spese reali e al reddito disponibile senza imporsi obiettivi irrealistici. Con i coinquilini, conviene concordare fin dall’inizio criteri chiari per ripartire affitto e costi comuni, monitorare regolarmente i pagamenti e prevedere un margine per eventuali spese straordinarie, così da evitare incomprensioni e mantenere sotto controllo il bilancio mensile.
Non restare in attesa della vita che verrà
C’è un aspetto dell’house-sharing che i numeri, da soli, non raccontano: la sensazione di essere in una fase provvisoria che continua a prolungarsi. Si rimanda l’appartamento da soli a quando arriverà una promozione, a quando si avrà un contratto migliore, a quando i prezzi scenderanno. Intanto passano gli anni e l’indipendenza sembra sempre un passo più in là. Gestire bene i soldi può aiutare a ridurre questa sensazione di sospensione. Significa sapere quanto costa davvero vivere, conoscere il proprio margine mensile, costruire una riserva e darsi obiettivi realistici: accumulare una somma per un futuro trasloco, aumentare gradualmente il risparmio o capire quale reddito servirebbe per sostenere un affitto individuale senza rinunciare a tutto il resto.
Ma è altrettanto importante non trasformare la pianificazione finanziaria in una promessa che dipende soltanto dalla disciplina personale. Se il costo della casa cresce più velocemente delle possibilità economiche di chi lavora, nessuna app e nessuna regola di budgeting possono compensare da sole il divario. Servono più alloggi accessibili, politiche abitative efficaci e condizioni economiche che consentano alle persone di mantenersi senza dipendere indefinitamente dalla famiglia o dalla condivisione forzata. Nel frattempo, vivere con dei coinquilini a 30, 35 o 38 anni non è una misura del proprio successo o fallimento. Può essere una soluzione temporanea, una preferenza autentica o un compromesso imposto dal mercato. In ogni caso, non dovrebbe diventare un pungolo per i propri sensi di colpa.