L’app
di Rame

Pensione dei lavoratori autonomi, perché è più bassa e cosa fare per non trovarsi impreparati

Sai che pensione per lavoratori autonomi è in media di un quarto più bassa? Le ragioni sono tante, e per evitare che il tuo vitalizio sia insufficiente, devi seguire una serie di step, dal conteggio dei contributi alla scelta della pensione integrativa. Qui ti spieghiamo le cose da sapere, vantaggi e svantaggi.

Tempo di lettura: 6 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

di

Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

pensione lavoratori autonomi
Foto di Keenan Beasley

Ci hai mai pensato? Chi lavora in proprio sostiene da solo il peso dei contributi obbligatori, ma a fine carriera riceve una pensione più povera. Secondo i dati dell’Osservatorio sulle pensioni Inps 2024, il vitalizio medio degli autonomi è di un quarto più basso rispetto a quello dei lavoratori dipendenti. I perché sono diversi: maggiore discontinuità lavorativa, assenza di contributi figurativi nei periodi di inattività – l’Iscro degli autonomi non ne dà diritto, al contrario della Naspi), reddito variabile. A questo si aggiungono incentivi e agevolazioni che spesso prevedono per alcune categorie di lavoratori autonomi o in alcune fasi del percorso sconti contributivi (ne abbiamo parlato qui), utilissimi al momento, ma che alla lunga incidono negativamente sul bilancio previdenziale. Come si colma questo gap, allora? Ecco le cose da sapere.

Come andranno in pensione gli autonomi

I requisiti minimi per il diritto alla pensione non sono differenti, per chi lavora in proprio. Per accedere alla pensione di vecchiaia occorrono nel 2026 67 anni di età, mentre la pensione anticipata ordinaria si ottiene con 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini, un anno in meno per le donne, senza vincoli sull’età anagrafica. Altre misure ponte come l’Ape sociale riguardano però solo lavoratori subordinati, ed escludono di fatto chi gli indipendenti. Anche l’importo della pensione minima è il medesimo: 611,85 euro nel 2026.

Come partire: la simulazione della pensione

Già, ma come capire se il vitalizio mensile dell’Inps o della propria cassa di previdenza sarà sufficiente? Il primo passo è sapere quanto si percepirà, e quali sono gli importi necessari per colmare il gap tra reddito attuale e pensione futura. Per la simulazione è sufficiente accedere al servizio “La mia pensione futura” dell’Inps. Chi è iscritto a una Cassa di previdenza privata può fare lo stesso presso il proprio ente, ottenendo così alcuni dati utili: età stimata di pensionamento, importo lordo e netto stimato della pensione, e il tasso di sostituzione, cioè lo scarto tra il primo e il secondo, nonché gli eventuali scenari in caso di crescita professionale. Il resto è semplice: calcolando la differenza tra ciò che si guadagna adesso e ciò che entrerà presumibilmente domani, si arriva alla somma mensile necessaria per mantenere il medesimo tenore di vita.

Poniamo che lo scarto sia di 500 euro: l’obiettivo sarà ottenere una rendita integrativa che si avvicini a quella cifra, per un numero di anni uguale all’aspettativa di vita. Moltiplicando quindi 500 euro mensili per 20 anni, bisognerà ottenere all’incirca 120.000 euro, da rivalutare al tasso dell’inflazione.


Quanto accantonare per la pensione

Una volta fissato l’obiettivo, si passa al piano di risparmio, e all’analisi degli strumenti necessari per raggiungere il risultato, sulla base degli anni a disposizione. Viene da sé, che prima si comincia, minore sarà lo sforzo. Il suggerimento generale è di non cominciare sopra i trent’anni e di accantonare per la pensione non meno del 10% proprio reddito netto annuo, mentre chi parte a 40-45 anni potrebbe dover compensare arrivando anche al 20% del reddito. Ovviamente la percentuale riguarda l’obiettivo da raggiungere, ma non è detto che debba essere costante nel tempo. Se il bilancio non lo consente è preferibile destinare anche piccole somme, che potranno poi essere integrate nel tempo. Chi lavora in proprio potrà facilmente riadattare periodicamente gli importi alle entrate, o prevedere versamenti straordinari in caso di entrate extra.

La pensione integrativa, tra fondo pensione e Pip

A meno di non possedere già un buon capitale, la strada “naturale” per integrare la pensione è anche per il lavoratore autonomo la pensione integrativa, e cioè un fondo pensione aperto o un Piano individuale pensionistico. Va detto, però, che rispetto al dipendente questi avrà meno vantaggi nell’investire in questi strumenti. L’autonomo non può infatti per definizione scegliere un fondo negoziale, e cioè quella categoria di fondi pensione che nascono da un accordo contrattuale tra le parti sociali, e riguardano i lavoratori dipendenti di determinate categorie. I dipendenti che scelgono il fondo negoziale, possono infatti accantonare il Tfr, e prevedere piccoli versamenti mensili aggiuntivi, godendo in questa seconda ipotesi di un versamento aggiuntivo da parte del datore di lavoro, che raddoppia il beneficio. Di contro, il libero professionista o lavoratore autonomo dovrà detrarre dal suo guadagno le somme mensili da versare nel fondo o nel Piano individuale pensionistico (Pip), una formula di accantonamento previdenziale che gode degli stessi benefici . E’ importante sapere che i liberi professionisti possono in qualche caso accedere a dei fondi negoziali. Alcune associazioni di categoria hanno infatti istituito fondi collettivi per specifici settori (per esempio artigiani, commercianti o consulenti). L’adesione è individuale, ma avviene tramite l’associazione o il fondo di riferimento, e i versamenti restano interamente a carico dell’iscritto.

Le alternative: dai fondi aziendali (per i collaboratori)

Esiste però una terza via per i lavoratori autonomi che collaborano con aziende private. In alcuni casi, infatti, possono aderire al suo fondo pensione contrattuale. In alcuni casi, infatti, i fondi pensione negoziali previsto dal contratto collettivo di alcune categorie consentono anche l’adesione da parte di figure di lavoratori non dipendenti, che collaborano stabilmente con un’azienda. In queste situazioni è possibile iscriversi su base volontaria, ma i versamenti sono totalmente a carico dell’aderente e nn è previsto alcun contributo aggiuntivo da parte dell’azienda. Questa opzione permette però ai lavoratori di accedere a una forma previdenziale collettiva con un vantaggio economico: questi fondi hanno spesso costi di gestione contenuti.

Il limite del forfettario

Va detto che il beneficio fiscale più “pesante” per chi investe in fondi pensione e Pip sta nel fatto di poter dedurre i versamenti, che possono essere scomputati dal reddito imponibile fino a 5.300 euro all’anno. Questa possibilità è però preclusa a chi tra gli autonomi ha scelto il regime fiscale forfettario. Questi soggetti non possono infatti portare in detrazione o deduzione alcuna spesa, fatte salve alcune eccezioni. Solo chi ha altri redditi soggetti a Irpef può scontare le cifre dall’imponibile; in caso contrario i contributi non dedotti, potranno però essere comunicati anno per anno, entro il 31 dicembre al fondo o al Pip, così che non vengano tassati al momento della liquidazione della pensione. Un modo per evitare la doppia tassazione.

Vantaggi del fondo pensione per gli autonomi

Tra i vantaggi indiscutibili di fondi aperti e Pip (oltre che dei fondi negoziali) c’è sicuramente la tassazione agevolata sul capitale finale al 15% e che scede di uno 0,30% per ogni anno di permanenza successivo al 15esimo, fino al 9%; i versamenti possono essere sospesi in caso di necessità, ridotti o anche aumentati, senza penali. Inoltre, il capitale è impignorabile, e come per i lavoratori dipendenti, è possibile chiedere anticipi o riscatti in casi particolari, come spese sanitarie per malattie importanti, acquisto o ristrutturazione della prima casa, periodi di inattività. Una volta raggiunte l’età per l’accesso alla pensione, si potrà anche scegliere come ritirare il capotale, se interamente sotto forma di vitalizio mensile o prelevarne subito fino al 50% in un’unica soluzione.

Condividi

Rame è sostenuta da

Sostenitori