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Trasferirsi all’estero per la pensione: chi ci guadagna e chi ci perde

Sempre più pensionati lasciano l’Italia per Paesi dove la vita costa meno, dal Portogallo al Marocco. C’è chi parla di colonialismo, ma la definizione non regge: è migrazione autorizzata. Il nodo vero riguarda gli affitti e chi, con salari locali, non riesce più a permettersi la casa dove ha sempre vissuto.

Tempo di lettura: 6 minuti

trasferirsi all'estero per la pensione
Foto di Oz Seyrek

Per molti pensionati in giro per il mondo, negli ultimi anni, lasciare un Paese dove il costo della vita è elevato e trasferirsi in un luogo più economicamente accessibile si è trasformata in una delle massime aspirazioni. C’è chi sceglie il Portogallo, chi la Grecia, chi il Marocco, l’Albania, il Messico o la Thailandia. Più sole, ritmi più lenti, una casa più grande e una quotidianità meno costosa. A più riprese, però, questa scelta è stata criticata e di recente un articolo pubblicato sul New York Times – e ripreso da Internazionale – ha riportato alla luce il dibattito tentando di rispondere alla domanda: può, questa specifica forma di trasferimento, essere definita una forma di colonialismo moderno?

La risposta breve è no. Almeno non nel significato storico e politico che termine ha assunto. Questo non significa, però, che il fenomeno sia privo di conseguenze o che non ponga questioni etiche ed economiche importanti.

Un contesto molto diverso

Di certo, il concetto di colonialismo implica specifiche condizioni: ovvero un sistema di dominio politico, economico e militare attraverso cui uno Stato conquistava e controllava un altro territorio, imponendo il proprio potere e sfruttandone risorse e popolazione.

Un pensionato che decide di trasferirsi all’estero, a ben vedere, non sta facendo nulla di simile. Sta emigrando, con il consenso del Paese ospitante e nel rispetto delle sue leggi. È una forma di spostamento volontario, non un’occupazione. Ogni Stato è libero di decidere chi può risiedere sul proprio territorio e a quali condizioni. Se un Paese introduce visti per pensionati, incentivi fiscali o programmi per attrarre residenti stranieri, sta esercitando la propria sovranità. Da questo punto di vista, trasferirsi dove il proprio reddito vale di più non è diverso, almeno nel principio, da chi cambia città all’interno dello stesso Paese per vivere con costi inferiori. Perché, allora, alcuni vedono la questione in maniera poco lusinghiera? 

La risposta sta negli effetti, talvolta molto rilevanti, che questi movimenti producono.Quando migliaia di pensionati provenienti da Paesi più ricchi si stabiliscono in un’area dove i redditi locali sono molto più bassi, il loro potere d’acquisto è spesso enormemente superiore a quello dei residenti. Una pensione considerata “normale” in Germania, Francia o Italia può rappresentare un reddito elevato in alcune zone del Portogallo, del Marocco o dell’America Latina. Questa differenza modifica inevitabilmente anche gli equilibri sociali. Ed è qui che nasce il dibattito.

I benefici…

L’arrivo di pensionati stranieri, indubbiamente porta con sé un flusso costante di denaro. A differenza dei turisti, che restano poche settimane, i pensionati spendono tutto l’anno: fanno la spesa, pagano affitti, frequentano ristoranti, acquistano servizi domestici, si affidano ad artigiani per la manutenzione della casa, partecipano ad attività ricreative e, con il tempo, utilizzano anche i servizi sanitari. Tutto questo alimenta l’economia locale in modo stabile e prevedibile.

Questa domanda aggiuntiva può tradursi nella nascita di nuove attività economiche e nella creazione di posti di lavoro nei settori dei servizi, dell’assistenza, dell’ospitalità e dell’edilizia. Inoltre, l’aumento degli investimenti immobiliari e dei consumi genera entrate fiscali attraverso Iva, imposte locali e altre tasse legate alle attività economiche. In più, nella maggior parte dei casi, questi nuovi residenti non competono direttamente con la popolazione locale per il lavoro, vista la loro condizione non più attiva dal punto di vista occupazionale. È anche per questo motivo che diversi Paesi hanno introdotto visti dedicati o regimi fiscali favorevoli per attrarre questo genere di profili.

…E l’altra faccia della medaglia

Il problema più evidente riguarda, tuttavia, il mercato immobiliare. Quando in uno stato si rivela notevole l’afflusso di persone con un potere d’acquisto superiore alla media locale, i prezzi delle case tendono a salire. È successo, ad esempio, in alcune aree di Lisbona e dell’Algarve, dove negli ultimi dieci anni il valore degli immobili è aumentato molto rapidamente, rendendo più difficile per molti residenti acquistare o affittare una casa. Situazioni simili sono state osservate anche a Marrakech, in alcune città del Messico e in altre destinazioni molto popolari tra gli expat.

In alcuni casi, questo processo assume caratteristiche molto simili alla gentrificazione. Tradizionalmente il termine descrive la trasformazione di un quartiere in seguito all’arrivo di residenti più abbienti, che porta alla riqualificazione dell’area ma anche all’aumento dei prezzi e all’espulsione, graduale o indiretta, di chi non riesce più a permettersi di viverci. Quando i nuovi arrivati provengono dall’estero e dispongono di un reddito molto più elevato rispetto alla popolazione residente, alcuni studiosi parlano di transnational gentrification o di gentrificazione internazionale. Chi vive e lavora con stipendi locali rischia quindi di non riuscire più a sostenere il costo degli affitti o degli immobili. In altre parole, il benessere portato da nuovi residenti può trasformarsi, almeno in parte, in un problema di accessibilità economica per chi vive lì da sempre. È proprio questa dinamica, più che l’idea di colonialismo, a spiegare molte delle tensioni che emergono nelle comunità interessate dal fenomeno. 

L’impatto sul sistema

C’è poi un altro aspetto meno immediatamente visibile. Una popolazione composta da molti pensionati richiede naturalmente un maggiore utilizzo dei servizi sanitari. Se questi vengono finanziati prevalentemente attraverso il sistema pubblico e i nuovi residenti contribuiscono poco al gettito fiscale (ad esempio grazie a regimi fiscali particolarmente favorevoli o perché mantengono la residenza fiscale altrove), può crearsi uno squilibrio. Al contrario, quando i pensionati pagano imposte locali, stipulano assicurazioni private o usufruiscono di accordi internazionali che compensano i costi sanitari, l’impatto sui conti pubblici può essere molto più contenuto. 

Tra etica e responsabilità

Probabilmente, dunque, la domanda giusta non è se sia giusto o sbagliato trasferirsi. Piuttosto, è come lo si fa. Comprare decine di immobili per speculare sul mercato è molto diverso dall’acquistare una casa in cui vivere. Isolarsi in comunità di soli expat è diverso dal partecipare alla vita del territorio. Approfittare dei servizi locali senza contribuire all’economia non è la stessa cosa che pagare le imposte dovute, sostenere le attività del posto e calarsi negli usi e nei costumi di un nuovo Paese.

Anche i governi hanno un ruolo importante. Possono introdurre tasse sugli immobili lasciati vuoti, limitare gli acquisti speculativi, incentivare la costruzione di nuove abitazioni o modificare i regimi fiscali quando gli effetti collaterali diventano troppo pesanti. È quello che, ad esempio, ha iniziato a fare il Portogallo, ridimensionando alcuni incentivi che avevano attirato molti residenti stranieri nelle aree più richieste.

Definire “colonialismo” la scelta di andare in pensione in un Paese dove la vita costa meno è, probabilmente, una semplificazione che non rende giustizia alla complessità del fenomeno. Come spesso accade in economia, e con le dinamiche che riguardano le scelte individuali e soggettive, non è semplice delimitare il confine tra positivo e negativo. O imbattersi in una situazione in cui un aspetto prevalga completamente sull’altro. Per chi sogna di trascorrere la pensione all’estero, forse è solo questione di prospettiva: per chiedersi e realizzare quale impatto si voglia avere sul luogo che è stato eletto a nuova casa.

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