Tassa al 90% sui super ricchi: il piano degli economisti per ridistribuire la ricchezza
Tassare patrimoni miliardari e super ricchi per collocare le risorse in un fondo da distribuire nel Sud del mondo. Dimezzare la settimana lavorativa, creare un’istituzione per disincentivare le disuguagianze a livello mondiale. Sono i pilastri dle Global Justice Report presentato a giugno a Parigi, da un gruppo di economisti coordinati da Thomas Piketty. Che assicurano: servirà a ridistribuire la ricchezza, ma anche a salvarci dal disastro climatico.
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di Giorgia Nardelli
Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.
Mai i ricchi sono stati ricchi come oggi, ma mai i poveri sono stati così numerosi. Circa 18.3000 miliardi di dollari sono nelle mani di circa 3.000 persone – recita l’ultimo rapporto Oxfam – nel 2025 la loro ricchezza è cresciuta con una velocità tre volte maggiore rispetto ai cinque anni precedenti, e la cifra, circa 2.500 miliardi, raggiunge quasi la ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità. Da anni si parla di tassare i paperoni, per distribuire risorse e un potere che ormai è nelle mani di una piccola elite, e minaccia concretamente la democrazia. Ora le idee hanno trovato posto su carta, con una strategia che prevede di tassare gli ultraricchi con un’imposta del 90%, ma non solo.
Gli economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics hanno stilato un piano di 136 pagine che hanno presentato il 4 giugno, in occasione della World Inequality Conference 2026 con il nome di Global Justice Report. Il programma guarda da qui al 2100 e si propone di azzerare le disuguaglianze ed evitare il collasso climatico. A coordinare il gruppo di esperti c’è Thomas Piketty, economista di fama mondiale e docente alla Paris School of Economics, che da anni studia la concentrazione dei patrimoni e le disuguaglianze, e con il suo contributo hanno ridefinito il dibattito economico contemporaneo.
Il legame tra redistribuzione e stabilità climatica
Gli economisti partono dall’assunto che l’attuale modello neoliberista ha prodotto divari inconciliabili non solo con il concetto di giustizia sociale, ma con la sopravvivenza stessa del pianeta. Per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C, infatti, non bastano le tecnologie green, ma occorre ridurre i consumi materiali del Nord globale e redistribuire le risorse. Un assunto non affatto nuovo e già dimostrato. Diversi studi pubblicati da istituzioni come l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’Onu, o da atenei come l’Università di Cambridge e la University College London evidenziano come la concentrazione della ricchezza agisca da acceleratore della crisi climatica. L’1% più ricco del pianeta, con il suo stile di vita inquina il doppio rispetto all’intera metà più povera della popolazione mondiale.
Non solo. Combattere povertà e insicurezza finanziaria significa lottare contro i fattori che bloccano la transizione ecologica dal basso. Isolare termicamente un’abitazione, acquistare veicoli elettrici o consumare cibi a filiera sostenibile richiede una disponibilità di tempo e un capitale iniziale che le fasce meno abbienti non possiedono. Senza contare che le fasce vulnerabili della popolazione tendono a osteggiare le politiche climatiche per il timore che queste gravino ingiustamente sui prezzi e sui posti di lavoro.
Gli obiettivi del piano
I traguardi sono chiari e ambiziosi, e il primo è raggiungere un reddito medio di 5.000 euro al mese per tutti, dato che azzererebbe l’attuale divario di sedici volte che oggi separa il Nord America dall’Africa subsahariana. L’aumento di reddito sarebbe l’effetto di una crescita strutturale del Sud globale, dovuta appunto alla redistribuzione delle risorse, e a questo obiettivo è legato quello del raddoppio delle entrate, che interesserebbe quasi il 90% della popolazione globale. La metà più povera del pianeta passerebbe dal detenere il 2% della ricchezza attuale al 30%, mentre la quota patrimoniale in mano ai miliardari crollerebbe dal 6,4% allo 0,05%.
Come funziona il piano: la tassa sui patrimoni
Tali risultati si otterrebbero agendo con la leva fiscale, ma anche con riforme istituzionali e lavorative. Per finanziare la convergenza economica e la transizione energetica, il rapporto propone un Fondo globale per la giustizia. Fino al 2060, questo strumento riceverebbe ogni anno il 10,3% del Pil globale, alimentato da due imposte mondiali. La prima sarebbe una tassa annuale e progressiva sui patrimoni già accumulati, a partire dai 2,2 milioni di euro. Chi è appena sopra questa soglia verserebbe l’1%, e di qui a salire fino ad arrivare al 20% per le ricchezze oltre i 553 milioni. Anche i redditi più elevati verrebbero gravati da un’imposta, con aliquote fino al 90%. I dividendi del fondo verrebbero ridistribuiti ai Paesi in base alla popolazione, vincolati a obiettivi climatici, generando un trasferimento annuale dal Nord al Sud pari allo 0,8% del Pil mondiale.
La settimana lavorativa e la governance mondiale
Per quanto riguarda il lavoro, gli esperti suggeriscono di dimezzare sostanzialmente la settimana lavorativa, tagliando le ore annuali per occupato da 2.100 a 1.000. Sfruttando la crescita della produttività e dell’istruzione, si punta a produrre meglio riducendo l’impronta materiale e favorendo i beni immateriali come salute, tempo libero e relazioni.
Il piano prevede anche l’adozione di una nuova valuta internazionale di riserva e l’istituzione di una Camera di compensazione globale (International Clearing Union) per disincentivare gli squilibri commerciali.
Non è la prima volta: i precedenti storici
Utopia? Forse, ma gli autori ricordano che aliquote sui redditi prossime al 90% sono state concretamente applicate negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. La Camera di compensazione globale riprende il modello concepito da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944 , mentre le riduzioni di orario e il suffragio universale, sappiamo bene che erano un tempo considerati scelte radicali e utopiche, ma sono poi diventare conquiste sindacali e civili consolidate. Per superare l’inevitabile opposizione politica di fronte a questa polarizzazione, Piketty e i suoi colleghi suggeriscono che il piano possa essere avviato da una “coalizione di volenterosi”, composta da Europa e Sud globale, che potrebbero applicare dazi correttivi e protettivi verso le superpotenze non collaborative, come Stati Uniti e Cina. L’ostacolo non è tecnico, ma strettamente legato alla volontà politica. Appunto.