Se il tuo contratto è scaduto potresti guadagnare di più: cosa prevede il decreto Primo Maggio
Il decreto primo maggio approvato dal Governo introduce un meccanismo automatico di adeguamento all’inflazione per i contratti collettivi non rinnovati entro 12 mesi dalla scadenza. Considerato che in Italia i rinnovi arrivano in media con 14 mesi di ritardo, ecco cosa cambia davvero e cosa controllare.
Il decreto primo maggio approvato dal Governo introduce un meccanismo automatico di adeguamento all’inflazione per i contratti collettivi non rinnovati entro 12 mesi dalla scadenza. Considerato che in Italia i rinnovi arrivano in media con 14 mesi di ritardo, ecco cosa cambia davvero e cosa controllare.
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di La redazione
Negli ultimi giorni, ha tenuto banco tra le cronache dei giornali e i salotti televisivi il decreto Primo Maggio, che il Governo ha discusso martedì 28 aprile e che, prevedibilmente, ha acceso il dibattito politico, tra chi invoca ancora l’introduzione del salario minimo e chi dichiara la propria soddisfazione. Eppure, in questo tran tran di voci, c’è un elemento, contenuto nel decreto, che rischia di passare sottotraccia. E, paradossalmente, è quello che forse ti riguarda più da vicino.
La baraonda dei contratti
Secondo quanto rivelato da un’indagine di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, in Italia i contratti collettivi vengono rinnovati in media con 14 mesi di ritardo. Non si tratta di un dato meramente statistico. Ma di un fatto che può avere un impatto decisivo sulla vita di chi lavora. Perché significa che, ad oggi, una quota considerevole di lavoratrici e lavoratori sta svolgendo la propria mansione con un contratto scaduto, e spesso senza saperlo.
Nel frattempo, però, il costo della vita è salito rapidamente: nel 2022 i prezzi sono aumentati dell’8,5% e nel 2023 del 6,4%. Quando l’inflazione accelera, il tempo diventa decisivo. Se i rinnovi arrivano tardi, la perdita si è già prodotta nella vita quotidiana, riducendo la capacità di spesa ben prima che gli stipendi vengano aggiornati. Ed è qui che entra in gioco il decreto.
Un meccanismo automatico
La misura più concreta, annunciata e poi confermata nella nota di Palazzo Chigi è l’Indennità Provvisoria della Retribuzione (IPR). Dietro questo nome tecnico c’è un meccanismo piuttosto semplice: se il contratto è scaduto e il rinnovo non arriva, scattano aumenti automatici che compensano almeno in parte l’inflazione.
In termini concreti, quando il ritardo supera i dodici mesi è previsto un primo adeguamento pari al 30% dell’inflazione programmata. Nella bozza il limite temporale si fermava a sei mesi, e trascorso l’anno di attesa l’aumento sarebbe dovuto salire al 60% dell’inflazione programmata, ma evidentemente la norma è stata corretta al ribasso. Non è un recupero completo del potere d’acquisto perso, specie nella versione finale del provvedimento, ma se non altro questo meccanismo non richiede una richiesta attiva da parte del lavoratore e non dipende dalla conclusione del rinnovo: è pensato proprio per intervenire durante l’attesa.
Il decreto stabilisce comunque che “nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, siano le stesse a disciplinare, in sede di rinnovo, (…) gli strumenti di copertura economica per il periodo tra la scadenza del vecchio contratto e la firma del nuovo, assumendo la data di scadenza naturale del contratto previgente come riferimento per assicurare la continuità della tutela economica”.
Tradotto: cosa significa davvero per te
Non è chiaro quando la misura entrerà concretamente in vigore, e se si applicherà in automatico a tutti i contratti già scaduto, per capirlo bisognerà aspettare la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma chi lavora con un Contratto Collettivo Nazionale scaduto già da più di un anno ha concrete possibilità di ricevere l’indennità da subito.
Negli ultimi anni ci sono stati comparti in cui i rinnovi sono arrivati con ritardi molto lunghi, sia nel pubblico sia nel privato, e questo aumenta la probabilità di trovarsi in una situazione di “contratto fermo”. C’è però da chiarire un aspetto più pratico: come questa misura si traduce concretamente in busta paga. Anche se l’indennità è prevista per legge, è sempre utile guardare i cedolini o chiedere chiarimenti, perché è lì che si vede se l’aumento viene effettivamente riconosciuto.
Cosa puoi fare oggi
In mezzo al rumore delle notizie, la parte più utile è spesso la più semplice: capire se queste novità hanno un effetto concreto sulla propria situazione. Vale la pena recuperare il nome del proprio contratto collettivo, controllarne la scadenza e confrontarla con quello che si vede in busta paga. Se emergono dubbi o incongruenze, chiedere chiarimenti diventa un passaggio fondamentale, che sia all’ufficio risorse umane, a un sindacato o a un consulente.