Il burnout non è solo un problema psicologico: quanto costa alle aziende e ai lavoratori
Il burnout non è più solo un problema individuale. Sempre più spesso esaurimento mentale, stress cronico e perdita di motivazione non colpiscono soltanto la salute dei lavoratori, ma pesano direttamente sui conti delle aziende e sull’economia. Ore di lavoro senza limiti, iperconnessione e culture aziendali basate sulla produttività costante trasformano lo stress in un costo reale.
Tempo di lettura: 4 minuti
di Annie Francisca
Autrice specializzata sui temi di sostenibilità, esteri e diseguaglianze sociali.
La settimana lavorativa corta torna ciclicamente nel dibattito pubblico, spesso come simbolo di un possibile riequilibrio tra lavoro e vita privata. Eppure ogni volta che il tema riemerge, la reazione è quasi sempre la stessa: interesse, sperimentazioni limitate e poi una frenata politica o culturale. Anche negli ultimi mesi la proposta di ridurre i giorni lavorativi ha trovato più ostacoli che sostenitori, e nonostante le evidenze accumulate negli ultimi anni suggeriscano che lavorare meno non significa necessariamente produrre meno, il modello economico dominante continua a premiare la presenza, la disponibilità continua e la crescita della produttività individuale. Ed è proprio qui che entra in scena il fenomeno che sempre più spesso viene descritto come una delle grandi malattie del lavoro contemporaneo: il burnout.
Il paradosso dell’iperproduttività
Sempre più spesso il burnout nasce proprio nei contesti professionali più ambiti, quelli dove il prestigio dell’azienda e la passione per il lavoro finiscono per confondersi con la disponibilità totale. «Ero così appassionata di quel lavoro, così innamorata di quell’azienda, così ammantata di questo prestigio, che divenni presto workaholic», racconta Barbara ai microfoni di Rame. «Lavoravo una quantità di ore senza limite, tanto che sono arrivata a stare male anche fisicamente».
L’iperproduttività non arriva sempre come imposizione dall’alto, a volte è il risultato di una cultura del lavoro che premia la dedizione totale e rende difficile stabilire confini tra vita e professione. Il lavoro diventa identità, appartenenza e status, e smettere sembra quasi un tradimento. Barbara descrive quel periodo con parole che restituiscono bene il ritmo di molti ambienti professionali contemporanei: «Lunedì, sabato e domenica erano giorni uguali. Mi sembrava di lavorare in pronto soccorso: la follia».
Esperienze come questa non sono isolate; al contrario, sono sempre più frequenti nei settori ad alta competizione e nelle professioni dove la produttività non si misura in ore ma in disponibilità costante. Ed è proprio questa normalizzazione dello stress a trasformare il burnout da problema individuale a sintomo strutturale del mercato del lavoro.
Il burnout come sottoprodotto del lavoro contemporaneo
Per anni il burnout è stato raccontato come un problema individuale: una fragilità psicologica, una difficoltà personale a gestire lo stress. Oggi la prospettiva è cambiata: nel 2019, L’Oms ha classificato il burnout come una sindrome legata allo stress cronico sul posto di lavoro, caratterizzata da esaurimento, distacco mentale dalle proprie mansioni e riduzione dell’efficacia professionale. E il fenomeno ha ormai dimensioni economiche globali. Secondo dati congiunti dell’Oms e dell’Organizzazione internazionale del lavoro, depressione e ansia fanno perdere ogni anno circa 12 miliardi di giornate lavorative nel mondo, con un costo stimato per l’economia globale di 1.000 miliardi di dollari.
Il problema non riguarda solo la salute delle persone ma anche la sostenibilità delle aziende: uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, realizzato da ricercatori della Johns Hopkins University e del Baruch College, ha stimato che il burnout può costare alle imprese tra 4.000 e oltre 20.000 dollari all’anno per dipendente, tra perdita di produttività, assenteismo e turnover. In un’azienda con mille dipendenti questo significa perdite che possono arrivare a circa 5 milioni di dollari l’anno. In Italia, secondo un’indagine di Unobravo, il calo della produttività e l’assenteismo sul lavoro costerebbero alle aziende italiane circa 88,5 miliardi di euro all’anno.
Sempre connessi, sempre esausti
A trascinare le dinamiche legate al burnout sul lavoro è, anche, l’iperconnessione digitale: email, messaggi e notifiche che arrivano a ogni ora, lo smart working che ha eliminato le barriere fisiche tra ufficio e casa e la disponibilità continua che diventa la norma. Il risultato è che lo stress non è più un incidente del sistema, ma sempre più spesso una sua conseguenza. Le economie contemporanee si basano sempre più su lavoro cognitivo, servizi e professioni ad alta intensità mentale. In questi settori la produttività non dipende solo dalle ore lavorate ma dalla capacità di mantenere attenzione, creatività e capacità decisionale. E proprio per questo lo stress prolungato finisce per colpire direttamente la performance economica.
Il nodo del tempo
La discussione sulla settimana lavorativa corta, in fondo, ruota tutta attorno a questo punto: il tempo non è solo uno strumento di lavoro, ma una leva di produttività e benessere, e ridurlo non significa indebolire l’economia, ma renderla più sostenibile. Gli esperimenti internazionali dimostrano che comprimere la settimana in quattro giorni, senza ridurre lo stipendio, può diminuire stress e burnout, migliorare salute mentale e motivazione, e allo stesso tempo aumentare la produttività nelle ore effettivamente lavorate.
Non sorprende dunque che molte aziende che hanno adottato il modello abbiano deciso di mantenerlo, trasformando la riduzione del tempo di lavoro da sperimentazione utopica a strategia concreta di efficienza, sostenibilità e competitività, e lasciando intendere che il futuro del lavoro non dipenderà solo da quanto si lavora, ma da come si sceglie di usare il tempo che ci viene concesso.