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Un fondo pensione a 50 anni, conviene?

Ci ripetono che la scelta del fondo pensione va fatta a inizio carriera, quando il tempo che abbiamo davanti è lungo e possiamo mirare ad ottenere una buona integrazione pur versando poco. Ma che succede se iniziamo a valutare l’opzione della previdenza integrativa a 50 anni? È ancora una buona idea, e a che condizioni? Qui ce lo spiega un’esperta del settore.

Tempo di lettura: 7 minuti

Giorgia Nardelli
Giorgia Nardelli

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Giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale.

fondo pensione a 50 anni

«Chi apre giovanissimo un fondo pensione avrà un’ottima integrazione, anche versando importi minimi, come 50 euro al mese». Quante volte abbiamo letto o ascoltato questa frase, che invita i giovani a essere previdenti e a occuparsi da subito della loro pensione integrativa? Molto meno, però, si sente parlare degli “over”, quelli che hanno ormai superato la prima parte del percorso lavorativo e iniziano a vedere – anche se in lontananza – il traguardo della pensione. È convinzione diffusa che oltrepassata un certa soglia di età, per avere un assegno integrativo consistente sia necessario un investimento mensile importante, di diverse centinaia di euro. Ma conviene ugualmente aderire a un fondo pensione a 50 anni? E in che casi? Lo abbiamo chiesto alla consulente del lavoro e previdenziale Francesca Zucconi, ecco cosa ci ha risposto.

Orizzonte temporale e tipo di calcolo: le variabili da considerare

Non esiste una regola generale, dice l’esperta: «Il risultato dipende dall’obiettivo che ognuno vuole ottenere, ma sicuramente un 45-50enne che oggi pensa alla pensione integrativa deve tenere ben presenti due elementi non scontati: il primo è che si uscirà dal lavoro sempre più tardi, perché pian piano l’età pensionabile si sposterà più in là, di pari passo con l’allungarsi dell’aspettativa di vita, dunque l’orizzonte temporale non è poi così breve. In secondo luogo, non è detto che l’assegno pensionistico di chi oggi è a metà carriera e oltre sarà molto più basso, molto dipende dal sistema di calcolo adottato».

«Mi spiego meglio: dal 1° gennaio 1996 è scattato il nuovo sistema di calcolo delle pensioni, che si basa sul metodo contributivo, cioè esclusivamente sulla base dei contributi versati nelle casse di previdenza obbligatoria. È un metodo molto meno vantaggioso rispetto al precedente, il retributivo, che includeva tra i parametri anche le effettive retribuzioni percepite durante gli anni di lavoro. Chi oggi ha 50 anni potrebbe però avere cominciato a versare i contributi prima del ’96, la sua pensione pubblica sarà il risultato di un calcolo misto».

I tre passi da fare prima di decidere

Prima di decidere, suggerisce Francesca Zucconi, è bene allora effettuare una serie di operazioni, così da ottenere uno scenario attendibile su cui basarsi per prendere poi le decisioni future. Gli elementi da valutare sono l’anno di accesso alla pensione, l’importo dell’assegno pubblico, e il “tasso di sostituzione”, cioè la percentuale che determina il gap tra l’ultima retribuzione e l’assegno pensionistico. Ecco i tre step da seguire prima di aderire a un fondo pensione, a 50 anni e non solo:

  • la simulazione della propria pensione futura per conoscere approssimativamente importo dell’assegno e il tasso di sostituzione (l’operazione è possibile sui siti delle casse previdenziali, o con l’aiuto di un consulente del lavoro);
  • il calcolo dell’integrazione minima necessaria per mantenere dopo la pensione un tenore di vita ragionevolmente buono;
  • il calcolo, sulla base degli anni a disposizione, della spesa da sostenere mensilmente per alimentare il fondo pensione così da raggiungere un’integrazione in linea con le proprie esigenze.

Con questi dati in mano, prendere una decisione sarà più semplice. «Non è detto che a 45 o 50 anni non sia vantaggioso per un lavoratore aderire a un fondo pensione, ma il ragionamento parte dall’importo mensile che è necessario versare e dall’impatto che questo avrebbe sul bilancio personale. Sul piatto della bilancia vanno messi due elementi: ciò che puoi ottenere e lo sforzo che devi sostenere. Se la stabilità è messa a rischio, allora non è questa la scelta migliore. E allora si possono valutare strade alternative, come versare meno per garantirsi comunque una piccola integrazione, o lavorare su altre strategie, ecc».

La deducibilità del fondo, un vantaggio che cresce con la carriera

Nel ragionamento non possono però essere messi da parte gli indubbi benefici economici legati alla scelta della pensione integrativa rispetto a un qualunque tipo di investimento finanziario. A parità di rendimento, il fondo resta un’opzione vantaggiosa, perché consente di riavere indirettamente parte di quanto versato. Quello che pochi sanno, poi, è che quanto più si è avanti con la carriera, più questo beneficio potrebbe essere alto.

«Le somme versate annualmente nel fondo pensione sono deducibili fino a un tetto massimo che è stato portato quest’anno da 5.164,57 a 5.300 euro all’anno. Quegli importi vanno dunque a sottrarsi all’imponibile su cui annualmente viene calcolata l’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche», spiega Zucconi. In altre parole, ponendo che si versino 3.600 euro all’anno, e che il proprio reddito imponibile sia di 35.000 euro, l’imposta da pagare sarà calcolata sulla differenza tra le due cifre, dunque su un importo inferiore, e cioè 31.400 euro. Si pagheranno quindi meno tasse.

La simulazione

«A questo proposito va aggiunta una considerazione non di dettaglio», continua la consulente del lavoro. «A 45-50 anni si è in una fase della carriera probabilmente più avanzata, in cui si presume si percepiscano retribuzioni più elevate. È possibile che il lavoratore rientri in uno scaglione Irpef maggiore rispetto a un giovane collega, e abbia di conseguenza un’aliquota fiscale più elevata. Il vantaggio dato dalla deducibilità sarà quindi maggiore».

Facciamo un esempio pratico. Attualmente gli scaglioni Irpef sono tre, e prevedono un’aliquota del 23% per i redditi fino a 28.000 euro all’anno, una del 33% per la parte che va da 28.001 a 50.000 euro, e una del 43% per i redditi oltre i 50.000 euro. Se il reddito del lavoratore che sceglie il fondo pensione a 50 anni supera i 50.000 euro, e questi versa 3.600 euro all’anno nel fondo, vedrà “tornare” per effetto della deduzione il 43% di quei 3.600 euro. Si tratta di un beneficio molto maggiore rispetto a quello di cui gode un giovane con un reddito sotto i 28.000, che ne rivedrà invece il 23%.

Se hai un capitale iniziale

Resta il tema del rendimento del fondo. A chi non ha un orizzonte temporale di lunghissimo periodo gli esperti di previdenza consigliano di orientarsi su linee di investimento più prudenti, che danno però una “resa” inferiore. «Anche questa è una decisione che bisogna valutare con attenzione, assieme alla tipologia di fondo scelta, ma non esiste una regola valida per tutti. Il suggerimento è di fare dei calcoli e delle simulazioni sulla base dello storico, e cioè sui rendimenti passati del fondo a cui si  intende aderire, senza però dare per scontato che quelle performance si ripetano e di scegliere anche in base alla propria propensione al rischio».

E se il lavoratore ha accumulato già un discreto capitale, e desidera destinarlo alla pensione, anche per ottenere un rendimento finale maggiore? «Attenzione», avverte Zucconi, «intanto è bene sapere che questa strada non è sempre possibile, meglio verificare prima il regolamento del fondo. In secondo luogo, superata la somma di 5.300 euro si perdono i benefici della deducibilità. L’ideale, se si vogliono investire somme più importanti, è spalmare il capitale su più anni così da ottenere i massimi vantaggi».

La scelta finale, tasse formule di liquidazione possibili

Qualunque sia la scelta, non si deve dimenticare il beneficio fiscale che si otterrà al momento della liquidazione. Gli importi maturati nel fondo pensione godranno infatti di una tassazione separata, con un’aliquota agevolata che parte dal 15% e scende gradualmente dopo 15 anni di adesione al fondo. Se anche il periodo fosse più breve, si tratta comunque di un’aliquota vantaggiosa rispetto a quella del Tfr (la cui aliquota viene calcolata sulla base dei redditi degli ultimi anni), e degli investimenti, (sui cui si applica un’aliquota fissa al 26%).

C’è infine un ultimo aspetto da considerare, e cioè che nel momento del pensionamento, il lavoratore potrà scegliere su formule di liquidazione differenti. Alcuni fondi permettono di scegliere tra erogazione del capitale, integrazione mensile, e formule miste, e anche questo aspetto deve avere un peso nella decisione iniziale. In certi casi fondo pensione permette di accantonare negli anni i propri risparmi godendo di benefici fiscali, e ottenendo un capitale prezioso in anni in cui il reddito non è più lo stesso.

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