I pazienti non sono clienti: il mio lavoro è anche dire “no” ai soldi facili
Per Camilla, come accade a molti, il denaro non è mai stato l’obiettivo finale. L’ha sempre visto come uno strumento, capace di aiutarla a concretizzare progetti e raggiungere risultati importanti. Con il tempo, però, ha capito che questo approccio l’aveva portata a trascurare il vero valore del suo lavoro. Nella puntata di oggi, esploreremo quanto sia essenziale riconoscere e valorizzare anche questo aspetto.
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«Onestamente non mi interessa guadagnare a tutti i costi. Però mi sono resa conto che, in alcuni momenti, ho lasciato nell’aria somme anche molto importanti. E questo, probabilmente, non va bene».
Per Camilla, come per tanti di noi, i soldi non sono mai stati il traguardo. Piuttosto, li ha sempre considerati un motore, capace di portarla alla realizzazione di qualcosa di significativo. Col tempo, però, si è resa conto che questo modo di pensare le ha fatto perdere di vista il valore del proprio lavoro. Nella puntata di oggi, scopriremo quanto sia importante fare i conti anche con questo aspetto.
Imparare la curiosità
Camilla Di Pasquali vive a Roma ed è una chirurga plastica, medico estetico e imprenditrice. Nasce e cresce in un piccolo paese alle porte di Roma. Il padre lavora in una cartiera mentre la madre è infermiera. La loro è una quotidianità fatta di tanto lavoro e poco denaro.
«Credo che mi abbiano trasmesso soprattutto questo: la non ossessione per il denaro. Tutto quello che ho fatto nella vita non l’ho mai fatto per accumulare guadagni, ma sempre per uno scopo diverso».
C’è una cosa semplice che suo padre le ripeteva sempre e che diventa per lei un modo di stare al mondo.
«Lui mi diceva sempre: l’importante è essere, non apparire. È una frase che ho interiorizzato profondamente, forse perché me l’ha ripetuta per tutta l’adolescenza e che ha influenzato molto il mio modo di pensare: non ho mai guardato alla classe sociale delle persone che mi circondavano, perché per me contava soprattutto il piano umano e intellettuale. Anche quando incontravo realtà molto diverse dalla mia, cercavo comunque di instaurare un rapporto, di capire. Sono sempre stata molto curiosa, con una vera fame di conoscenza».
Camilla prende la maturità classica e, a differenza di molti suoi coetanei, non vive l’incertezza del “cosa fare dopo”. Le idee, per lei, sono già chiare da anni: vuole diventare chirurga plastica. E quando le chiedo perché, rintraccia una memoria antica.
«Quando sono nata c’è stato un problema durante il parto e mi hanno rotto due costole. Ho una lieve asimmetria toracica e credo di aver interiorizzato, fin da piccola, un discorso che avrò sentito in famiglia – forse da mia madre – sull’idea di portarmi, un giorno, da un chirurgo plastico. Non ricordo le parole precise, ma qualcosa del genere mi è rimasto dentro».
Davanti a quella intenzione così netta, però, i genitori di Camilla non reagiscono con lo stesso entusiasmo.
«Negli anni 2000 era normale che dopo il liceo una persona andasse all’università, era scontato. Mio padre, invece, mi ha sempre detto: “sei brava, quindi se vai all’università è perché te lo meriti, ma il primo anno fai la pendolare, non è scontato che io ti sostenga”. Mia madre, invece, non voleva assolutamente spingermi verso la medicina: mi diceva sempre che non era un lavoro bello, che lei ci stava dentro ma non lo consigliava. E poi deve aver sentito frasi del tipo: “non è un mestiere adatto a una donna”. Ed è proprio lì che è scattata in me la determinazione».
La ricerca di indipendenza
La determinazione di Camilla non vacilla, e alla fine anche i genitori si rassegnano. Accettano di sostenere le spese dell’università e dei libri, ma tutto il resto tocca a lei gestirlo in autonomia.
«Ho fatto qualche lavoretto per guadagnare qualcosa in più. Anche la patente o la macchina li ho vissuti come extra, perché mio padre mi ha cresciuta con un’educazione piuttosto spartana: se vuoi qualcosa, devi trovarti il modo di guadagnartela da sola».
Medicina è una delle facoltà in cui il riconoscimento economico arriva tardi, spesso molto più tardi rispetto ad altri percorsi universitari. E per Camilla, a un certo punto, questo inizia a pesare.
«Molte delle mie amiche seguivano percorsi più brevi, alcune avevano già iniziato a lavorare, e a me pesava tantissimo non avere una reale indipendenza economica. Mi dava davvero fastidio».
L’indipendenza economica si concretizza solo con l’inizio della specializzazione. Per la prima volta, Camilla può contare su un’entrata fissa tutta sua. Eppure, davanti a quella nuova autonomia, si rende conto di non avere strumenti chiari per decidere come usare davvero quei soldi.
«Sono il tipo di persona che, durante i saldi in negozio, prende sempre l’articolo più costoso, magari neanche scontato. Il mio rapporto con i soldi è semplice: se li ho, significa che posso spenderli».
Terminata la specializzazione, Camilla prosegue la sua carriera in ospedale, concentrandosi soprattutto sulla chirurgia ricostruttiva, un ambito che le permette di coniugare precisione tecnica e impatto concreto sulla vita delle persone. Parallelamente, inizia a lavorare nello studio di medicina estetica del suo mentore, un’esperienza che le apre nuove prospettive.
L’importanza di certi “no”
«Oggi le persone vivono l’estetica in modo distorto. L’estetica ha moltissime sfumature, ma spesso si cade nell’omologazione, seguendo mode e trend del momento. Per quanto riguarda il mio lavoro, non si tratta di dare alle persone il volto o il corpo “di tendenza”. Il senso del mio lavoro è aiutare ciascuno a emergere per quello che è, a valorizzare se stesso, eliminando solo ciò che lo fa stare male».
Per essere coerente con questa sua idea della medicina estetica, Camilla impara a dire molti “no”.
«La maggior parte delle richieste riguarda la medicina estetica: aumenti di volume delle labbra o la frequenza del botox durante l’anno. In passato era comune fare il botox non appena gli effetti svanivano, ma in realtà non dovrebbe essere usato così: lo scopo del botox non è congelare i movimenti, ma è una terapia, perché è un farmaco».
Rinunciare a trattamenti richiesti dai pazienti ha inevitabilmente delle ricadute economiche, eppure Camilla non lo considera un problema.
«Certo, i soldi misurano il lavoro, la quantità di impegno, la competenza… ma a me non interessa guadagnare a tutti i costi. Faccio questo lavoro perché mi piace, e voglio farlo bene. Dire “no, questo trattamento non si può fare”, non è una perdita economica: fa parte della costruzione del rapporto di fiducia medico-paziente. I miei pazienti non sono clienti; non devono essere una semplice fonte di guadagno. Sono persone che vengono da me con un problema reale da risolvere. E se il problema non c’è, non va risolto».
La svolta imprenditoriale
Nel 2021, Camilla incontra Flavio, l’amministratore di un poliambulatorio dove ha iniziato a praticare, che le instilla un dubbio e una sfida nella testa.
«Io sono un po’ più romantica, mentre lui è molto pragmatico, quasi cinico. Mi ha detto: “Siete in 200.000, è vero che il tuo modo di lavorare è bello e originale, ma la differenza non la vedo. Quindi o cerchi di fare qualcosa di diverso, oppure lavori come vuoi, ma nessuno se ne accorgerà mai”».
E così, insieme ad un terzo socio, Matteo, decidono di aprire il primo Botox Bar in Italia: un ambulatorio di medicina estetica con un approccio innovativo.
«Per quanto riguarda la parte medica e scientifica, il mio lavoro è un’estensione della mia visione: un’estetica “non a tutti i costi”, non omologante, e la capacità di dire di no, mantenendo un’etica professionale autentica. Allo stesso tempo, penso che l’accoglienza e la comprensione del paziente siano fondamentali: per esempio, la scelta dei colori, innovativa, come il rosa invece del verde o del blu canonici della sanità. Sono convinta che la comunicazione medico-paziente debba essere sincera: il paziente deve capire davvero ciò che gli sto dicendo, quindi anche il modo di comunicare deve essere diretto e chiaro».
Camilla, con il Botox Bar, cerca anche di restituire alla comunità parte del guadagno ottenuto con l’attività clinica, sposando cause in crede.
«Per esempio, ci sono le problematiche delle persone transgender, molte delle quali devono affrontare cambiamenti importanti ma non hanno le risorse economiche per farlo. Qui da noi esiste un percorso, in collaborazione con le associazioni, che permette loro di accedere ai trattamenti pro bono, quindi senza alcun guadagno».
L’investimento iniziale nel botox bar sono stati 20mila euro a testa. Per Camilla erano tutti i suoi risparmi. Ma ce li mette con una grandissima tranquillità.
«La tranquillità era data dal fatto che non ho mai pensato che andasse male».
Oggi gli ambulatori sono tre, rispettivamente a Roma, Milano e Monza. I soci si danno uno stipendio. E tutto il di più viene reinvestito.
«Sicuramente non abbiamo bisogno di fare utili per diventare ricchi, ma reinvestiamo tutto per costruire qualcosa di sempre più grande, strutturato e di qualità superiore. Il nostro obiettivo è fare sempre meglio, continuamente, senza fermarsi».
Riconoscere il proprio valore
Fino a poco tempo fa, Camilla portava avanti parallelamente la collaborazione con un altro studio che non le viene mai retribuita.
«L’ho fatto per due anni di fila, affrontando anche viaggi e spese varie, ma solo per affetto verso i pazienti e per non sentirsi di abbandonarli. Mi sarebbe sembrato ingiusto lasciarli solo perché non mi pagavano».
Quell’amore, per quanto sincero, può trasformarsi in una trappola sottile: ci si abitua a pensare che, se facciamo ciò che ci appassiona davvero, il compenso economico possa passare in secondo piano. Come se la sola dedizione fosse sufficiente a ripagare il lavoro svolto.
«I soldi sono un metro per misurare il lavoro: se qualcuno non ti paga, significa che non ti sta riconoscendo il valore del tuo impegno. Ho imparato col tempo a guardare il compenso, a valutarlo con attenzione. Di carattere non sono così, ma con il tempo mi sono resa conto di aver lasciato nell’aria somme anche molto importanti, e ho capito che forse non va bene».
Adesso, Camilla sta ricostruendo il suo gruzzoletto di risparmi. E lo sta facendo, a dirla tutta, involontaria.
«Dopotutto, bisogna anche avere il tempo di spendere i soldi. Io amo così tanto il mio lavoro che passo gran parte del tempo in studio, quindi i soldi tendono ad accumularsi se non li utilizzo altrove».
Come indole, lei rimane quella che spenderebbe tutto ciò che ha, senza pensarci troppo. Ultimamente però sta provando a metterci un po’ più di consapevolezza.
«Ho imparato a valutare se ciò che pago a caro prezzo lo vale davvero, o se lo sto pagando solo perché costa tanto senza che la qualità corrisponda. Il passo successivo sarà strutturarmi in modo più efficiente».