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Il giorno in cui ho detto ai miei anziani genitori: parliamo di soldi

Ci sono famiglie in cui i soldi non si nominano, ma si trasmettono in gesti: una spesa attenta, un prestito concesso senza domande, un conto per investire aperto per tempo. Ma il problema di un patrimonio “senza parole” è che lascia in eredità gli strumenti, non le istruzioni. E arriva un momento in cui bisogna decidere se si è capaci di tramandarlo.

Tempo di lettura: 9 minuti

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Rossana

Ascolta il podcast della puntata:

«Il mio paracadute sono sempre i miei genitori. Mi faceva sentire al sicuro sapere che, qualsiasi cosa fosse successa, loro c’erano e potevano darmi una mano in qualsiasi modo, non solo con i soldi ma in generale. Una cosa che mi hanno garantito è stata la possibilità di essere serena e di poter scegliere. E io ci conto, e mi fa piacere, perché è un modo di comunicare con loro».

A casa di Rossana, le conversazioni sui soldi non sono mai state fatte. Ma il non detto è diventato una sorta di linguaggio. Fatto di gesti al posto delle parole. Una spesa fatta con attenzione, un aiuto dato senza domande, una rete tesa sotto ai piedi di chi si azzarda a saltare. Ma il problema di un linguaggio che nessuno nomina è che non si può insegnare. E arriva un momento in cui non basta più averlo ricevuto: bisogna decidere se si è capaci di tramandarlo.

Un’austerità sobria, silenziosa

Rossana cresce a metà strada tra Como e Milano, a Lomazzo, in una famiglia piccola. I genitori sono figli unici, i nonni sempre presenti e niente cugini.

«Avevo tutte persone anziane attorno a me, e questo sicuramente ha influito un po’ su tutto».

Suo padre è perito chimico e lavora come stampatore. Sua madre, prima insegnante, poi dipendente in Borsa, quando Rossana nasce, lascia il lavoro per dedicarsi alla famiglia.

«Uno dei miei primi ricordi economici è che andavo a fare la spesa con mia madre, e lei controllava coscienziosamente di prendere le cose che costavano relativamente meno. Ho sempre avuto l’idea che i miei genitori fossero molto austeri».

«Hanno sempre vissuto al risparmio, ma non in senso negativo: non si sono mai preclusi le cose, e io ho sempre potuto fare quasi tutto».

Un’austerità sobria, silenziosa, che non viene mai argomentata.

«I soldi non erano un argomento di cui parlare, ed erano forse anche un po’ una volgarità. Tra l’altro, ancora adesso faccio fatica a parlare di economia, di soldi, con i miei genitori».

In quel silenzio, Rossana impara a non chiedere ciò che la farebbe sentire più simile ai suoi coetanei.

«Ho sempre sofferto il fatto di avere dei vestiti – che oggi dico, magari averceli – come i cappotti di lana tirolese, che però avevano una forma da vecchia, e i miei compagni mi prendevano spesso in giro per questo. Loro avevano magari le cose firmate, le scarpe col logo. E io mai. Anche se adesso mi sto chiedendo: ma ero io che non le chiedevo? Mi facevo più problemi io di loro? Comunque, fatto sta che mi sentivo diversa dai miei compagni. E probabilmente lo ero».

La scuola, Rossana la sceglie insieme ai genitori. E si iscrive al liceo Classico.

«Perché almeno alla loro epoca apriva un po’ tutte le strade che si potevano scegliere. In realtà, già quando l’ho fatto io, probabilmente avrei dovuto scegliere qualcosa che mi indirizzasse di più verso un lavoro».

Gli anni del liceo sono burrascosi, e le cose si rimettono in ordine solo con l’università, quando Rossana sceglie qualcosa che la entusiasma davvero, design di interni al Politecnico di Milano. Finita la triennale decide di cercare subito lavoro.

«Se non l’avessi trovato, avrei ricominciato a studiare. Ma alla fine mi sono inserita nel mondo del lavoro».

Dopo circa un anno a mandare curriculum, arriva il primo impiego in uno showroom della Brianza. Guadagna 1.300 euro al mese e, vivendo ancora a casa con i genitori, ogni euro che guadagna può metterlo da parte.

«Tutto quello che guadagnavo lo mettevo via. Vivevo con i miei, mi cucinavano loro. Le cose che facevo, in realtà, non erano tanto frivole: preferivo spendere in viaggi, per esempio. Sui vestiti o cose così, invece, di solito no. Ho sempre messo via tanto».

Lo showroom, però, è un posto tossico: una coppia di titolari che spadroneggia, nessuno con cui dividere il peso, una sofferenza che gli altri intorno a lei faticano a vedere.

«E anche i miei amici, da fuori, non capivano che ci soffrivo tanto. Mi ricordo mia madre al telefono con un’amica che diceva: “Sembra che vada al patibolo tutti i giorni”».

Il paracadute

Dopo otto mesi si licenzia, senza un altro lavoro pronto e senza un piano B. Quello che viene dopo non è subito un impiego stabile.

«All’inizio correggevo bozze a casa: leggevo i libri, sistemavo le concordanze e tutto il resto, e venivo pagata con ritenuta d’acconto. Niente di che: non avrei potuto vivere da sola solo con quello stipendio».

Poi arriva lo studio di design dove lavora ancora oggi, otto anni dopo, e dove è arrivata a guadagnare 1.700 euro al mese.

«All’inizio sono stata stagista per sei mesi, più un rinnovo di altri sei; poi a tempo determinato per tre anni e infine a indeterminato. Quindi sono soddisfatta. A parte il primo periodo in cui facevo un po’ la fame. Abitavo sempre con i miei, quindi nessun problema, però mi davano 600 euro al mese, perciò non avrei potuto vivere da sola con quello stipendio lì».

Lasciare un lavoro senza un altro pronto, passare attraverso la correzione di bozze in ritenuta d’acconto e i seicento euro di stage. Sono tutti gesti che possono sembrare azzardati, irresponsabili, ma per lei no.

«Il mio paracadute sono sempre i miei genitori. Mi faceva sentire al sicuro sapere che, qualsiasi cosa fosse successa, loro c’erano e potevano darmi una mano in tutto, non solo con i soldi ma in generale. Una cosa che mi hanno garantito è la possibilità di essere serena e di poter scegliere, senza avere effettivamente bisogno di soldi».

Non è mai stato solo denaro, quel paracadute. E l’aiuto non si è fermato quando Rossana ha raggiunto l’indipendenza.

«Abbiamo ristrutturato casa qualche anno fa e mio marito ha chiesto un prestito ai miei genitori. Gliel’hanno dato tranquillamente, e adesso lo sta restituendo. Questo tipo di aiuto c’è, e io ci conto. E mi fa piacere, perché è un modo di comunicare con loro».

Tra Rossana e i suoi genitori, dove le parole faticano a passare, fa da ponte la concretezza: un aiuto pratico, una stabilità economica messa a disposizione senza troppi giri di parole. L’affetto, a casa sua, ha sempre preferito la via dei fatti a quella dei discorsi.

«I miei genitori sono un po’ chiusi come personalità, e anch’io sono cresciuta abbastanza così. È un po’ difficile parlarci».

Chiedere, per Rossana, è sempre stata la cosa più faticosa del mondo.

«Verso la metà dell’adolescenza stavo con un ragazzo e volevamo fare un viaggio. Ovviamente, non lavorando, non avevo la disponibilità di 1700 euro. E allora, proprio col peso sul cuore, sono andata da mio papà a dirgli: “Senti, ma non è che per caso ti avanzano 1700 euro? Mi piacerebbe tanto andare in vacanza”. E lui: “Sì, sì, tranquilla”. Loro non si facevano così tanti problemi; probabilmente me ne faccio molti di più io, perché non abbiamo mai comunicato e non ho un metro di paragone».

Chiedere quei soldi non ha significato soltanto ricevere. E oggi Rossana lo riconosce.

«L’hanno finanziata loro, e quindi è come se l’avessero vissuta con me».

Le competenze finanziarie, in casa non mancano.

«Mia madre, avendo lavorato in Borsa, aveva le idee chiare. Aveva alcuni amici che mi hanno fatto aprire un conto nella loro banca, e attraverso queste amicizie ho potuto accedere a degli investimenti, e quindi fare un percorso che i miei coetanei, solitamente, non fanno».

Un’educazione finanziaria a metà

Il conto lo gestisce Rossana con il consulente; i genitori non sono mai entrati nel merito, né hanno condiviso con Rossana il loro modo di gestire il denaro.

«Non mi hanno mai chiesto come va, né mi hanno dato consigli. La cosa bella è che ho la mia privacy; quella meno bella è che sono un po’ allo sbaraglio».

A Rossana non è mai mancato il denaro, né l’esempio di come gestirlo bene. Le è mancato il contesto, il perché delle scelte. E adesso che è diventata madre, quel vuoto ha smesso di essere una faccenda solo sua.

«Probabilmente i miei genitori non se la sentivano di fare gli insegnanti e dirmi: “Guarda, noi facciamo così, è sicuramente l’idea giusta, fallo anche tu”. Forse hanno voluto lasciarmi la libertà di sperimentare da sola. Meno male che mi è andata bene».

«Non ho neanche la risposta su cosa avrebbero potuto fare, perché mi confronto anch’io con la domanda: ma io cosa farò? Gli darò la paghetta? Gliela farò guadagnare? Gliela darò e basta, perché esiste? Sono tutte domande che non hanno ancora una risposta, perché mio figlio è piccolo; però prima o poi dovrò pensarci».

Così, a trentaquattro anni, con un conto per investire e uno per lo stipendio, e con un figlio piccolo, Rossana prova a colmare quel vuoto. E per farlo deve prendere l’iniziativa.

«Recentemente abbiamo fatto una conversazione, perché ascoltando il vostro podcast mi sono fatta delle domande su quando loro diventeranno anziani, su quello che succederà, per esempio: quando mio figlio avrà 18 anni, i miei genitori quanti anni avranno? Come funzioneranno le cose? È un discorso molto ampio, però poi, dopo questa conversazione, ho capito molte cose. Loro mi hanno fatto vedere un estratto conto, quello che hanno da parte, e come lo gestiscono. E così ho pensato anch’io di fare come loro: terrò un fisso fermo sul conto per ogni evenienza, e poi investirò il resto per non tenerlo lì immobile. Mentre prima non mi ero mai fatta questi problemi».

Rompere i vecchi schemi non significa solo imparare a parlare di soldi; ma anche utilizzare il denaro diversamente. Perché quando si conversa, i soldi smettono di essere strumento per colmare vuoti o accumulare, e iniziano a spalancare possibilità per chi viene dopo.

«Adesso stiamo concordando che loro magari daranno qualche contributo per mio figlio. Diciamo che l’eredità salterà da me a mio figlio: tecnicamente io non riceverò nulla da loro, e per me va bene, perché non voglio ricevere qualcosa. Ha senso, invece, che cominciamo a costruire un futuro per mio figlio».

«Io mi sono fatta l’idea che più uno ha soldi, più ne è controllato. A stare in una via di mezzo, in cui non ci si illude di niente ma c’è comunque una base di cuscinetto, senza esagerare, si è più liberi».

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